Nel 1951 usciva, a cura della Postulazione per la Causa, un volumetto di Mons. Giuseppe Cannarella intitolato “Suor Chiara di Gesù Agonizzante / (Adelaide Di Mauro) / 1890-1932”, ripubblicato l’8 settembre 1983 nell’imminenza dell’introduzione della Causa di Beatificazione e Canonizzazione di Suor Chiara Di Mauro.
Lo riproponiamo ai nostri lettori nella ricorrenza dei 130 anni dalla nascita di Suor Chiara e – si auspica, per far conoscere la vita e i carismi di questa nostra concittadina – nell’imminenza di una riapertura della causa e di un pronunciamento sulla sua beatificazione.
Nello stile agiografico dell’epoca, il volumetto narra la storia di questa “figlia spariglia”, cioè eccezionale, di Raffaele Di Mauro, cancelliere del Tribunale, e di Concetta Navanteri, stupiti della vocazione precoce della figlia, dei suoi atti di mortificazione e carità, del suo amore per Cristo.
Colpiscono, della vicenda biografica di Adelaide Di Mauro, non solo gli atteggiamenti interiori ed esteriori della futura sposa di Cristo, ma anche i dolori di una donna cui fu imposto il matrimonio con un certo Giuseppe Cortada, poi morto presumibilmente di febbre spagnola, da cui ebbe tre figli, di cui due morti in tenera età: la morte della madre, la vedovanza, l’assistenza nei confronti dei poveri e dei malati, le cure verso l’unico figlio rimastole ci dipingono un quadro della vita di una donna tra XIX e XX secolo, che per il suo carattere e il suo stile di vita improntato alla preghiera, alla penitenza e alla carità venne chiamata con il familiare stigmatizzante appellativo di “pazza”.
Esattamente cento anni fa, il 4 marzo 1920, Adelaide Di Mauro diventa Dama Sacramentina per la sua devozione al SS.mo Sacramento; inizia a frequentare la Chiesa di Grotta Santa, che all’epoca non era in una zona centrale e frequentata, poi decide di ricoverarsi insieme al figlio a Messina nell’Istituto delle Figlie del Divino Zelo, in attesa di diventare Clarissa – e qui entra in gioco anche la figura molto nota di Padre Annibale Maria Di Francia –; nel frattempo decide di lasciare l’Istituto e di tornare a Siracusa, ospite dell’Ospizio di Mendicità dei Cappuccini, e inizia una vita di eremitaggio nel santuario di Grottasanta, all’insaputa della famiglia, col figlio al seguito, vivendo di elemosina. Inizieranno a farle compagnia vicine e amiche.
L’arcivescovo dell’epoca impone alle tre donne di separarsi: le due amiche vengono ammesse in istituti religiosi, Adelaide affida il figlio ai congiunti – singolare poi la sorte di Alfredo, prevista pare dalla madre, fucilato dai tedeschi nel 1944 – ed entra nel monastero delle Clarisse di Montevergine alla Giostra, sobborgo di Messina, con il nome di Suor Chiara Francesca di Gesù Agonizzante.
Alterne le vicende della vita claustrale, tra mortificazioni, incomprensioni, estasi e perfino stimmate, fino al ritorno definitivo a Siracusa, dove il canonico Sebastiano Uccello diverrà il suo direttore spirituale – porterà il caso di suor Chiara all’attenzione del vescovo e del vicario generale per accertare che i fenomeni che la riguardavano fossero soprannaturali.
Dalle Suore del Sacro Cuore all’Istituto Natività delle Figlie della Carità e poi di nuovo nella casa paterna: sembra che questa mistica sia scomoda, che ogni tentativo di “normalizzazione” fallisca: dal Villino Leone Sirchia ad un altro, a quello dei coniugi Gattuso, poi a Ragusa e infine in una stanza presa in affitto a Grotta Santa, dove muore nel 1932 in odore di santità per l’austerità della sua vita e la voce che guarisse gli ammalati, non con l’abito di Clarissa ma di terziaria francescana, umile e povera com’era vissuta per tutti gli anni di una vita all’insegna del mistero della fede.

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