NO BLOOD FOR OIL (Niente sangue per petrolio)

 

Guardiamo, oggi, con estrema preoccupazione gli avvenimenti che si affacciano nello scenario internazionale da più parti (Libia – Turchia – Iran – Siria).

Nello stesso tempo si levano autorevolissime voci contro la guerra che apporta lutti, distruzione di ospedali, scuole, abitazioni, risorse economiche. La voce del Papa si leva, ancora una volta, verso la pace: “La buona politica è al servizio della pace, la comunità internazionale deve mettersi al servizio della pace” – e ancora – “Il mondo ricco, per mantenere in vita un sistema economico, deve fare la guerra, una guerra mondiale che ora è combattuta a pezzi. E’ facile cadere preda delle tentazioni dell’odio e della vendetta; la sopraffazione, la violenza armata, la guerra sono scelte che seminano e generano solo odio e morte, soltanto la ragione e l’amore sono mezzi validi per superare le contese tra le persone ed i popoli. E’ necessario uno sforzo concorde e risoluto per avviare nuove iniziative politiche ed economiche capaci di risolvere i conflitti che creano condizioni favorevoli all’ esplosione incontrollabile del rancore”.

Di fronte agli eventi di questi ultimi giorni potrebbe essere opportuno fare alcune considerazioni.

Per comprendere da quale parte sta la verità o perlomeno la maggior parte della verità, una chiave di lettura importante, a volte essenziale, è, senza dubbio, come diceva Solow(premio Nobel per l’economia 1987), quella economica. Pertanto bisogna analizzare la componente socio-economica e storica per analizzare i comportamenti degli Stati che ne sono coinvolti.

Non si può avere una visione completa se ci si sofferma solo su determinate questioni amplificate, a volte in malafede, spesso per acritica partigianeria dai mass-media, e non si tiene conto, anche, della questione della supremazia che si vuole esercitare in un determinato e strategico territorio per il controllo delle risorse energetiche nel mondo e se non si tiene conto della asfissiante presenza nello scacchiere medio-orientale dei rappresentanti commerciali delle industrie produttrici d’armi, industrie che, spesso, rappresentano un importante business per molte nazioni ed hanno l’interesse di mantenere in piedi i conflitti armati.

Parecchi Stati hanno avuto grande interesse nella zona medio-orientale per vari motivi. Il livello d’attenzione è cresciuto anche perché l’Occidente non ha saputo o voluto trovare un’alternativa alla dipendenza energetica: Ricordiamo ancora l’intervento in Iraq (il “Desert Storm”) che fu causato, anche, dalla paura di perdere i pozzi petroliferi dell’Arabia Saudita.

Allora dobbiamo proprio pensare che l’irrazionalità della guerra avrà, sempre, il sopravvento sulla razionalità della convivenza pacifica?

La guerra e il terrorismo sono la sconfitta della ragione umana e sono un crimine contro l’umanità, poiché nei conflitti armati o negli atti di terrorismo il 70% dei morti o feriti sono civili, le sofferenze, i lutti, le angustie sono insopportabili. La soluzione dei conflitti non può e non deve essere militare.

Come ha scritto recentemente un’insegnante: “La sopraffazione del più debole, in realtà, nasce da una mancanza di libertà, chi tende a schiacciare l’altro, non lo fa perché è più forte, lo fa perché è più schiavo. Un uomo libero non ha bisogno di martorizzare nessuno, un uomo libero non ha bisogno di calpestare per dimostrare che esiste, per dimostrare di essere al mondo”. Questo, a mio avviso, è l’atteggiamento che caratterizza molti Stati, in quanto le persone e di conseguenza i dirigenti politici non sono stati educati alla libertà del cuore e della mente, una società schizoide, di complessi militari ed industriali schizoidi, una società in guerra con se stessa che non sceglie mezzi non violenti, ma si basa sulla logica del potere e che considera il male come un fatto irreversibile, pertanto non cerca di trasformare i cattivi rapporti in buoni rapporti o almeno in rapporti meno cattivi.

Non è un caso che Hitler credesse fermamente nell’imperdonabilità del peccato, punto nodale e dogma centrale del pensiero nazista, con la sua avidità di soluzioni finali e dell’ordine irreversibile che non poteva essere modificato, ma solo servito ciecamente.

Nell’usare la forza, tendiamo a semplificare la situazione immaginando che il male da vincere sia ben delineato, definito e irreversibile. Quindi non resta da fare altro che eliminarlo, ma punire e distruggere significa avviare un nuovo ciclo di violenza. È una spirale automatica in quanto ha in sé la maledizione dell’irreversibilità.

“Se si vuole combattere il feticcio della forza, si potrà farlo sol ricorrendo a mezzi totalmente differenti da quelli in voga presso i puri adoratori della forza bruta”. (Gandhi)

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