Bisognerebbe puntare su quelle sottraibili a tentazioni di tesaurizzazione, per esempio il Franco Wir e la sua ripresa più innovativa: il Sardex
La Civetta di Minerva, 15 giugno 2019
Molti si sono affrettati a bocciare l’idea dei miniBOT, sospettando (forse giustamente) che con tale trovata la Lega salviniana miri in realtà a preparare il terreno ad un’uscita dall’euro, che non condividiamo. A nostro avviso, la moneta unica non è da sopprimere ma da riformare soprattutto nella sua modalità di emissione. Tornare poi ad una lira o ad un’altra moneta nazionale, lasciando che essa sia emessa «a debito» (proprio come era emessa la lira e come viene emesso oggi l’euro) servirebbe a ben poco e ci esporrebbe ad attacchi speculativi più rischiosi in quanto meno efficacemente fronteggiabili con una valuta nazionale.
Ma l’idea di una moneta emessa direttamente da un Istituto di Emissione Centrale, autonomo ma non sovrano e, soprattutto, pubblico (mentre la BCE è posseduta da Banche Centrali, nazionali solo di nome ma di fatto possedute, in quote, dalle sottostanti banche private; si noti: il controllore è posseduto dalle controllate (chiamasi “conflitto di interessi”) non è affatto peregrina e da scartare a priori. Inoltre l’idea di ridurre il debito pubblico (in buona parte indebito per la sua genesi irrazionale) attraverso una emissione di moneta-valore, che sia acquistata dalle banche con la cessione di un controvalore rappresentato dai BTP e da altri titoli di debito pubblico da esse posseduti, non sarebbe malvagia: consentirebbe di collocare in pancia all’Istituto di Emissione una cospicua massa di titoli del debito pubblico, sterilizzandoli da ogni interesse debitorio e, dunque, di fatto, annullandone la natura di debito.
L’idea è più chiaramente formulata in una delle Otto Proposte di SRRS. Ma non è certo di facile o di immediata realizzazione. Essa è contraria ad ogni dogma accettato dall’establishment. Ma va divulgata, in quanto consente di suscitare dibattito critico intorno a temi importanti, che alcuni signori vorrebbero far considerare tabù.
I miniBOT assomigliano molto, per la loro natura, alla moneta fiscale (CCF) che è stata proposta alcuni anni addietro da vari studiosi e che ha ricevuto l’approvazione e il viatico della autorevole presentazione del compianto prof. Luciano Gallino su un E-book di MicroMega (sotto in foto). Ma c’è il sospetto che gli sfascioleghisti ne vogliano fare un grimaldello contro l’UE e la moneta unica. Sarebbe un pessimo uso di una buona idea.
Tuttavia il dibattito che si è acceso su tale idea sta dando il via a contributi variamente interessanti e stimolanti. Uno di questi è stato fornito dal prof. Massimo Amato docente di Storia economica all’università Bocconi di Milano ed autore di libri come Fine della finanza (2009), e Come salvare il mercato dal capitalismo (2012), nonché progettista della moneta complementare di Nantes. Segnaliamo il link che rimanda a un suo prezioso contributo, pubblicato sulla rivista valori.it, curata da Banca Etica: https://valori.it/altro-che-minibot-per-la-ripresa-servono-monete-complementari-ben-fatte/
Amato prende le distanze tanto dai complottisti (che, con parole di Keynes, chiama «i fulminati della moneta») quanto dai «sussiegosi esperti del mainstream», i quali, non potendo negare che la globalizzazione finanziaria degli ultimi quarant’anni non funziona affatto bene, iniziano ad ammettere a denti stretti la débâcle teorica dei dogmi a cui si sono aggrappati e crocifissi.
Sostiene Amato che «Non è facile toccare la moneta. E tuttavia mai come oggi è bene lavorare alla sua riforma. Mai come oggi avremmo bisogno dei coraggiosi eretici che Keynes contrapponeva sia ai fulminati sia ai sussiegosi […]. In particolare si ammette di non sapere molto del modo in cui essa circola, o non circola […]. La crisi di liquidità del 2008 è stata curata con iniezioni di liquidità senza precedenti. La quantità di moneta è pressoché triplicata in Europa, eppure il target dell’inflazione del 2% non è stato ancora raggiunto. La liquidità avrebbe dovuto portare al ritorno della “fiducia”. Ha alimentato invece una crescente sfiducia. Che si traduce in una crescente tesaurizzazione. Chi può spendere non spende. E la tesaurizzazione, come una spugna, assorbe qualunque aumento di quantità, riducendo la velocità di circolazione.»
Da profani, noi della Civetta ci permettiamo di ipotizzare che ci sia un’altra causa da citare tra quelle che hanno sterilizzato gli effetti di sviluppo a cui mirava il quantitative easing: l’idrovora della turbofinanza speculativa. Molti accumulatori compulsivi di moneta (tramite guadagni sproporzionati, incassi massimizzati, retribuzioni oscene, tesaurizzazioni frutto di evasione…) continuano a puntare le risorse ammucchiate (e non facilmente spendibili da parte di chi abbia sin troppo) su prodotti finanziari, convertendo in titoli tale surplus di ricchezze e sottraendole ad impieghi produttivi.
Essendo stato trasferito il valore di molta moneta nel sovramondo della finanza, il circolante di nuova produzione non circola: rimane accantonato nei caveau delle banche, poiché queste non hanno sufficiente richiesta da parte di imprenditori e di consumatori. Anzi, raffreddandosi la circolazione produttiva, le banche hanno più remore a prestar moneta ad imprenditori che rischiano di non poterla restituire cogli interessi per il sopraggiungere della fase di stagnazione.
La tesaurizzazione di cui parla Amato è, a nostro avviso, soprattutto un fenomeno secondario o derivato da questo “effetto idrovora”: le banche tesaurizzano perché non sanno a chi prestare senza rischio e perché l’economia reale si va raffreddando; non sono tanto i privati a tesaurizzare banconote sotto il mattone, quanto le banche a congelare il circolante che non circola perché l’economia si raffredda, poiché l’investimento in cartaccia finanziaria (avulsa dall’economia reale) promette rendite più alte di qualsiasi impiego produttivo. E promette spesso truffaldinamente: inquinando sempre più il mercato finanziario con titoli tossici. Rischiosissimi.
In tal modo, purtroppo, si strozza l’economia reale. Ma, fatta questa piccola nota, aggiuntiva rispetto al pensiero di Amato, rispettabilissimo, seguiamo le sue riflessioni. Con le quali concordiamo. «In questa situazione asfissiante cresce il bisogno di alternative che diano respiro. Ma ciò deve indurci non a diventare di bocca buona, ma ad affinare il nostro palato per le buone soluzioni.» Vediamo quali suggerimenti ci fornisce lo studioso.
Secondo Amato, bisognerebbe tendere ad una moneta di cui conti non solo la quantità ma soprattutto la sua capacità di circolazione. Occorrerebbe cioè ideare disincentivi sistematici alla tesaurizzazione. E anche, aggiungiamo noi (da profani!) alla tentazione di investire nel sovramondo della finanza speculativa e di sottrarre, in tal modo, risorse alla circolazione produttiva di lavoro e di guadagni diffusi. Servirebbe, cioè, una Tobin tax o qualcosa di molto simile. Attac docet.
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Amato si spinge a formulare questa affermazione, interessantissima: «L’Europa della moneta unica non solo potrebbe (dovrebbe) riprendere le idee di Keynes per quanto concerne l’euro e la sua riforma sempre più necessaria, ma potrebbe (dovrebbe) affiancare all’euro monete locali. Non però “parallele” e sostitutive, cioè tali da entrare in una competizione con l’euro, che sarebbe illegittima e darebbe luogo a mercati secondari speculativi.»
A parere di Amato si dovrebbero istituire, in modo sistematico, «monete complementari ben fatte». Ben fatte? Cioè? Sottraibili a tentazioni di tesaurizzazione o di immobilizzazione e in grado di agevolare gli scambi. Il Q.E. di Draghi (per il quale il governatore uscente va comunque, a nostro avviso, ringraziato) non è stato in grado di produrre uno stimolo sufficiente per l’economia. Forse dunque, seguendo il consiglio di Amato, bisognerebbe guardare all’esempio delle monete complementari locali meglio riuscite: «Il Franco Wir, nato in Svizzera dalla depressione degli anni ’30 e dalle idee di Silvio Gesell, coraggioso eretico che Keynes elogia, pur non lesinandogli critiche puntuali. E la sua ripresa più innovativa: il Sardex, che dal 2010 cresce sistematicamente e consente a un numero importante di imprese sarde di farsi credito mutualmente, e di sostenere la domanda per i loro prodotti, estendendosi anche ai loro dipendenti, che accettano di ricevere una parte del loro salario in moneta.»
Amato in definitiva suggerisce la possibilità di varare «in territori delimitati, monete costruite per anticipare i pagamenti della P.A. alle imprese fornitrici e/o le erogazioni [scilicet di pensioni e redditi di cittadinanza] nel quadro di politiche sociali di inclusione. I pagamenti in euro sarebbero anticipati da pagamenti in voucher elettronici, destinati a essere convertiti in euro a data certa, ma utilizzabili prima di quella data all’interno del territorio dato, fra soggetti economici che li accettino volontariamente. Questa moneta, circolando in un territorio, contribuisce a riattivare gli scambi all’interno di esso. Localmente. La spesa pubblica diventa sostegno alla domanda territoriale. Quanto alle erogazioni a soggetti a rischio di esclusione, la moneta locale di cui sono i primi beneficiari, proprio perché non smette di circolare, diventa la moneta di tutto il territorio, perdendo così ogni stigma di “moneta minore”» È questo il senso del progetto dei buoni di solidarietà territoriale di San Martino in Rio (Reggio Emilia). E anche della moneta di Riace.
Ai sindaci del nostro territorio raccomandiamo di seguire con la dovuta attenzione operativa queste tematiche e queste esperienze. Evitando qualche errore o qualche superficialità.

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