Sentenza Tercas: la Germania ammette per sé ciò che impedisce agli altri

La situazione tedesca è ben più esposta di quella italiana al rischio di incorrere in illecito aiuto di stato

 

La Civetta di Minerva, 23 marzo 2019

Prima che gli aiuti di stato venissero posti fuori gioco, la Germania salvò varie sue banche con denaro pubblico. Successivamente, nel 2013, l’italiana Banca popolare di Bari (BpB) si dichiarò interessata a sottoscrivere un aumento di capitale della Cassa di Teramo (Tercas), che si trovava in crisi; e chiese come condizione per il salvataggio, a copertura del deficit patrimoniale della Tercas, l’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd). Tale Fondo (consorzio di banche private) aderì alla richiesta. La Banca d’Italia approvò l’intervento. Ma la Commissione europea ebbe dei dubbi sulla legittimità dell’operazione ed avviò un’indagine. In seguito alla quale, l’Antitrust europeo (nel dicembre del 2015) concluse che si sarebbe trattato di un indebito aiuto di stato.

Ora la Corte del Lussemburgo sentenzia che non ci sono “indizi sufficienti per affermare che tale intervento è stato adottato sotto l’influenza o il controllo effettivo delle autorità pubbliche. (OMISSIS) Al contrario, esistono nel fascicolo numerosi elementi che indicano che il Fondo ha agito in modo autonomo al momento dell’adozione dell’intervento a favore di Tercas”.

La contestazione europea del caso Tercas ebbe gravi ripercussioni in quanto impedì l’intervento del Fondo interbancario (privato) in operazioni simili, che avrebbero potuto consentire di risolvere la situazione di altre banche decotte (MontePaschi, Banca Etruria, CariFerrara, CariChieti e Banca Marche) senza scaricare il peso della situazione su azionisti e incauti risparmiatori. Anche tali banche avrebbero potuto salvarsi grazie al Fondo interbancario, qualora esso fosse intervenuto sua sponte, senza intercessione del governo. Condizione che forse è però da escludere solo nel caso di Banca Etruria, per la quale è noto che una ministra si sarebbe data da fare.

Ma il governo italiano di allora (Renzi) e il ministro competente (Padoan), anziché chiarire di non aver svolto alcun ruolo, decisero di anticipare la decisione dell’Antitrust, affrettandosi a varare il discusso “salvabanche”, con il quale, in ossequio alle norme UE, venivano esclusi dalle tutele gli incauti o ignari risparmiatori, indotti (spesso truffaldinamente) a convertire i loro risparmi in obbligazioni subordinate, utilizzate dai banchieri per tamponare le falle della gestione.

Secondo lo stesso Fitd, la sciagurata decisione della Commissione UE e dell’Antitrust europeo ha comportato un maggior costo di ben 1,5 miliardi (a danno dei risparmiatori) rispetto a quello che sarebbe stato a carico solo del Fondo interbancario. A buona ragione, dunque, l’ABI chiede che “la Commissione europea rimborsi i risparmiatori e le banche concorrenti danneggiate”. Riteniamo pienamente motivata la richiesta ma siamo pessimisti sul suo esito.

Ormai il disastro italiano è compiuto e molti risparmiatori incauti ne piangono le conseguenze. Probabilmente la sentenza potrà consentire di risolvere in modo indolore la situazione di sofferenza di Banca Agricola Popolare. Ma, a parere di alcuni esperti, la sentenza sarebbe capitata a fagiuolo (addirittura con sospetta tempestività) per evitare in Germania che la Merkel incontri troppe difficoltà nel mandare avanti il suo piano di fusione di Commerzbank con Deutsche Bank. Dissentiamo.

Ha un bel dire la Merkel nel dichiarare che la fusione dei due istituti sarebbe solo “una questione tra privati” e che al massimo il governo tedesco avrebbe “un certo interesse” a monitorare l’operazione soltanto perché è azionista di riferimento di Commerzbank col 15,6%.

Le sarà cresciuto il naso nell’affermare ciò: infatti non sfugge a nessuno che l’operazione avrebbe innanzitutto una motivazione squisitamente politica (evitare che Commerzbank cada in mano di qualche istituto straniero); in secondo luogo, ci sarebbero stati vari colloqui tra le due aziende e il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, in merito alle previste ricadute occupazionali (circa 30 mila esuberi, difficilmente accettabili da un socialdemocratico); il quale però (con ciò ammettendo un preciso interesse governativo) si dichiara favorevole alla fusione, in quanto essa “garantirebbe un adeguato finanziamento alle aziende tedesche e alle loro esportazioni”. Motivazione non certo aliena da un chiaro interesse politico governativo e del tutto contraria ai principi di libera concorrenza che i tedeschi e la UE strombazzano con decisione e fermezza quando si tratta di farli rispettare da altri.

Per le suddette ragioni ci sembra che tale operazione (a cui la Merkel finge di essere estranea) sia una sorta di matrimonio di interesse economico e politico nazionale. E ci sfugge come si possa tentare di non far valere, contro tale fusione, le ragioni che hanno spinto Bruxelles a mettersi di traverso alla acquisizione di Tercas da parte di BpB (Banca popolare di Bari). Banchette! E ci sorprende che si possa interpretare la sentenza come un atto finalizzato a spianare la strada alla fusione assistita delle due banche tedesche, una delle quali (Commerzbank) controllata dal governo tedesco.

Dalla fusione delle due banche nascerebbe un colosso da 38 milioni di clienti e 140.000 dipendenti. Le dimensioni in gioco pongono già oggi due problemi: il primo di competenza dell’Antitrust, che dovrebbe scoraggiare le concentrazioni per meglio tutelare la concorrenza; il secondo di ordine prudenziale: che accadrebbe se dovesse entrare in crisi il nuovo colosso? Al riguardo Achim Wambach (presidente dell’istituto di rierca Zew) ha esternato le sue perplessità: “Attraverso la fusione si potrebbe creare una minaccia per il mondo finanziario, cioè un aumento del rischio sistemico”. In altri termini, il matrimonio potrebbe generare un colosso dai piedi d’argilla. Non è vero, infatti, che possano esserci banche troppo grandi per fallire. La prospettiva di fusione (assistita dalla politica governativa!) preoccupa ed allarma: forse non si tratta solo di una fusione ma di un salvataggio mimetizzato. Che però potrebbe non andare a buon fine e coinvolgere nella caduta il colosso nascente e… non solo esso, accrescendo il rischio di suscitare un effetto domino.

Ci permettiamo di dubitare del giudizio di chi ritiene che, alla luce della sentenza sul caso Tercas, anche il matrimonio tedesco non si configurerebbe come aiuto di stato. Solo di dubitare. Senza alcuna pretesa di infallibilità. Infatti la Commerzbank (che salverebbe la Deutsche Bank) è già controllata dal governo tedesco, che non può fare lo gnorri. Inoltre l’aiuto da essa fornita non porrebbe in gioco solo fondi privati come quelli del fondo interbancario italiano. Non ci si augura ovviamente che il salvataggio tedesco non possa andare in porto (nei modi oggi consentiti): sarebbe una cattiveria. Ma si vuole solo considerare che la situazione tedesca è ben più esposta di quella italiana al rischio di incorrere in illecito aiuto di stato. A nostro modestissimo avviso, la sentenza del tribunale europeo (non certo ad orologeria!) non ha per niente spianato la strada al piano di salvataggio tedesco.

Vedremo come la vicenda si concluderà. Probabilmente la UE chiuderà un occhio perché la Germania ha più peso dell’Italia, ma solo per questo! Non certo per giurisprudenza fornita dalla sentenza sul ricorso italiano. E comunque anche in caso (probabile) di fusione delle due banche tedesche, i guai per il sistema bancario germanico non sarebbero certo finiti: le banche teutoniche avrebbero in pancia prodotti tossici in misura rilevante. Se la cosa è vera (e lo sarebbe, ad avviso di molti), il più destabilizzante evento che potrebbe scatenare la prossima svolta della crisi infinita potrebbe provenire proprio dalla arcigna Germania, inflessibile nel pretendere dagli altri stati europei la tenuta dei conti in conformità con regole arbitrariamente assunte a dogmi. Non ci si augura che esploda questa nuova fase della crisi, ma si vuol solo considerare che sarebbe una sorta di nemesi: dalla campionessa dell’inflessibilità verso il rigoroso rispetto di norme discutibili verrebbe compiuto proprio quel passo falso che innescherebbe una nuova fase di instabilità, rischiosissima per tutta l’economia planetaria. Quel passo falso (già compiuto e purtroppo non solo dai tedeschi) sarebbe proprio l’eccesso di fiducia verso prodotti tossici sfornati a profusione con la compiacenza di agenzie di rating. Non ci risulta che sino ad ora il sistema abbia messo in campo norme efficaci per erigere un cordone sanitario a protezione dal proliferare di tali prodotti. Eppure di suggerimenti ne sono stati forniti diversi: ad esempio, dal nostro compianto prof. Luciano Gallino. E, più recentemente, dalla chiesa con il documento “Oeconomicae et pecuniariae questiones”. Ma il sistema dei mercati, che qualcuno ritiene ancora in grado di autoregolarsi, sembra che si sia affidato soltanto ad una speranza scaramantica che tutto non salti per aria. Qualcosa di simile al classico cornetto partenopeo. Noi non ci crediamo, ma speriamo che funzioni. In caso contrario, altro che nuovo 1929! Non solo noi, comunque, temiamo il peggio. Chi sta rastrellando da anni il bene rifugio per eccellenza, attraverso migliaia di negozietti “compro oro”? Chi sta suggerendo di investire in diamanti (turlupinando poi gli acquirenti, a cui sono stati venduti a un prezzo truffaldinamente raddoppiato)? E quanti stanno correndo a fare incetta di beni immobili, approfittando dei prezzi, resi bassi dalla crisi, che ha messo in ginocchio moltissime persone e che le costringe a svendere? Il peggio non sembra ancora scampato. E non sono state prese le necessarie precauzioni per evitarlo. Quale sarà, tra i tanti possibili, l’evento destabilizzante che scatenerà la prossima fase della crisi? La questione sarà occasione di una prossima riflessione su queste pagine della nostra Civetta.

 

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