Non giova demonizzare o ridicolizzare le forze politiche nazionaliste. Bisognerebbe capire da cosa nasce il crescente consenso di cui esse si nutrono e rimuovere o almeno contrastare le cause
La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019
Sostiene un amico che nella narrativa dell’attuale governo la Francia sarebbe – assieme alla Germania – uno dei paesi che di fatto controllano l’UE. Ed aggiunge una spiegazione condita da una battutaccia al vetriolo: la Francia sarebbe “un nemico” perchè questo governo avrebbe più che mai bisogno di nemici esterni per compattare il consenso dei “patr…idioti.”
Chiunque è liberissimo di avversare questo governo innaturale, sorto sulla base di un contratto e non di una alleanza. Ed è vero che, da che mondo è mondo, l’individuazione di un nemico esterno è sempre servita per compattare il consenso all’interno di uno stato e a rafforzare il potere di turno. Però, anche a rischio di essere annoverati tra i derisi “ingenui patrioti”, obiettiamo che forse è vero che Francia, Germania e paesi anseatici di fatto esercitano in questa UE un peso predominante. Forse non si tratta di una valutazione che possa essere attribuita solo alla narrazione governativa. E forse è anche vero che in questa ossimorica Unione disunita, che mette assieme patrie diverse e interessi economici nazionali divergenti, non è evitabile che si costituiscano aggregazioni e schieramenti di gruppi di stati contrapposti ad altri. È accaduto, accade ed accadrà ancora. Capiterà sino a quando una vera Costituzione non delegherà alcune materie solo al livello comunitario, riservandone altre a quello nazionale ed altre ancora a quello regionale. Solo allora la sovranità, che promana dal popolo, si estrinsecherà, per materie diverse, nei tre livelli suddetti. Prima di allora gli Stati nazionali continueranno ad allearsi e a scontrarsi.
L’unificazione europea è ancora un processo in fieri, ben lontano dal suo compimento. Ed oggi essa corre addirittura il rischio di una esplosione e/o di una diaspora. La brexit potrebbe essere solo l’inizio della fine prematura dell’Unione incompiuta. È realistico considerare questo rischio; così come è auspicabile che esso sia scongiurato. Non è però ragionevole pensare di arginare il rischio, semplicemente esorcizzando o demonizzando o ridicolizzando le forze politiche nazionaliste. Bisognerebbe capire da cosa nasca il crescente consenso di cui esse si nutrono e rimuovere o almeno contrastare le cause. Sarebbe il caso di combattere gli inconvenienti e le criticità reali, non di ridicolizzare gli scontenti. Nell’attesa ottimistica di sviluppi positivi (e nella speranza che la situazione non precipiti) sarebbe realistico cercare di trascinare la Francia, la Spagna, la Grecia ed altri stati verso scelte politiche comuni, da far pesare almeno quanto quelle care alla Germania e ai paesi anseatici. Se non di più. Cosa semplice da dire, difficilissima da realizzare. Per coalizzare la Francia ed altri paesi in un fronte mediterraneo occorrerebbero personalità ed iniziative diplomatiche che non si intravedono all’orizzonte e anche circostanze favorevoli che attualmente non è dato rilevare. Nel frattempo sarebbe utile cercare di capire meglio la situazione.
L’opposizione a questa Francia non nasce solo da una narrativa di governo: infatti la rivelazione del Franco CFA non è stata compiuta solo da “questo governo che ha bisogno di nemici esterni”; ma anche dalla Meloni, che del governo non fa certamente parte. Sentimenti antifrancesi ed antitedeschi serpeggiano non solo tra le forze di governo. Contemporaneamente si assiste a prove di dialogo con le opposizioni al governo francese e a quello tedesco, in vista di possibili nuovi gruppi parlamentari in seno al PE. Ciò vuol dire semplicemente che forse sta montando in settori della popolazione italiana e della politica (e non solo nel governo) un sentimento anti-Macron piuttosto che anti-francese. Per questi settori Macron rappresenta l’establishment francese e i gilet gialli l’opposto. Parallelamente sta montando dappertutto in Europa un sentimento anti-establishment. Ed anche (purtroppo!) una decisa avversione all’Unione Europea tout court. Di pari passo con l’accanimento di certi tronfi figuri europei contro i PIIGS, di cui l’Italia fa parte.
Abbiamo visto come l’Europa e la Germania abbiano ridotto il più debole di tali paesi: la Grecia. Ma posizioni anti-italiane sono state assunte recentemente anche dai paesi sovranisti di Visegrad, cosa che le opposizioni al governo gialloverde non hanno trascurato di sottolineare con soddisfazione, evidenziando l’isolamento politico italiano. Isolamento relativo: alcune linee di faglia spaccano gli stati al loro interno. E alcune criticità non riguardano solo i paesi economicamente più deboli e più indebitati. Le banche tedesche sono a rischio più delle nostre: non per sofferenze ma per i prodotti tossici che hanno in pancia. Manca una politica che sia nell’interesse di tutti. E manca una comune strategia di profondo rinnovamento della UE. Alcuni cercano solo di puntellare un edificio che minaccia di crollare. Ma l’ottusità di altri contribuisce a minarlo.
Mettendo insieme il tutto, sembra di poter cogliere, tra i segni del tempo attuale, una precarietà generale dei sistemi (economici e bancari) e una sorta di guerra di secessione serpeggiante all’interno dell’Unione: guerra non dichiarata, non combattuta con le armi, ma con gli strumenti della diplomazia e con quelli, ancora più subdoli e distruttivi, dell’economia. Infatti appare alla maggioranza degli italiani come un atto ostile la perseveranza (degna di miglior causa) su regole assurde come quella del 3% tra deficit e PIL (ulteriormente ridotto per noi italiani a un più striminzito 2,04 %, strappato coi denti a certi dobermann tra i quali si è arruolato il francese Moscovici) o del 60 % del rapporto fra debito e PIL. Ed appare ostile la severità o l’inflessibilità differenziata nell’applicazione delle regole, che vengono fatte rispettare dai più deboli, mentre possono essere impunemente trasgredite o allegramente ignorate dai più potenti: sforamento dei limiti di export per la Germania; dichiarazione di Macron di voler andare ben oltre il 3% per accontentare e placare l’ira dei gilet gialli… E che dire delle manovre a suon di spread nel 2011 (per convincere il Berlusca a fare fagotto da palazzo Chigi) e anche ora, dopo l’avvento dell’attuale governo e in particolare durante la travagliata gestazione della finanziaria?
Come fu innescato il rialzo dello spread nel 2001? Attraverso massicce vendite di nostri titoli da parte delle banche tedesche e francesi. Come sia stato manovrato adesso lo spread lo scopriremo tra qualche mese, esattamente a sei mesi dall’evento. Scommettiamo un caffè che anche stavolta ci sarà stato lo zampino di banche di stati non certo solidali con noi. Nessuno ricorda poi la minaccia di chi ha asserito candidamente ed amichevolmente che l’Europa ci insegnerà a votare a suon di spread? Dichiarazione incauta: espressione incontrollata di un sincero sentimento antiitaliano ed antidemocratico. Non è mai il caso di offendere nessuno ma si eserciterebbe una intollerabile autocensura se non si dicesse che forse i veri idioti sono i vari cani da guardia di questo establishment detestabile. Essi stanno distruggendo l’UE sin qui mal realizzata. Invece di correggerne i difetti, stanno pensando di sfruttare le loro posizioni dominanti a vantaggio dei paesi anseatici e della Germania. E non da oggi la Francia, che pur vorrebbe da sempre contendere una posizione di predominio alla Germania, si è schierata col gruppo dominante e contro di noi. Ieri hanno fatto strame della Grecia. La Francia di Sarkozy (nel 2011) ci ha trascinati (con grave corresponsabilità attiva di Napolitano e per debolezza del Berlusca) in una sconsiderata iniziativa bellica che ha destabilizzato la Libia senza approdare a un assetto successivo accettabile per tutti. E lo ha fatto per curare i suoi interessi (Total) e senza esitare nell’andare contro i nostri (ENI).
Sarebbe bello ed auspicabile che gli attuali rettori dell’Unione compissero un atto di resipiscenza ed avviassero una necessaria riforma di questa Europa, sin qui male realizzata, e che da parte dei sovranisti di tutti i paesi dell’Unione (sempre più lacerata) ci fosse un’analoga disponibilità al dialogo costruttivo. Che fare concretamente? Certo non sarebbe facile conferire un mandato costituente al nuovo Parlamento Europeo, ma le forze politiche potrebbero inserire nel loro programma elettorale una precisa missione affidabile dagli elettori ai parlamentari a cui essi decideranno di dare il voto per inviarli a Bruxelles e a Strasburgo: quella di mettere in atto, con ogni mezzo lecito, una precisa strategia per il varo di una Costituente. I parlamentari eletti con tale mandato potrebbero invocare (con perentoria richiesta di un PE riunito in seduta permanente) l’elezione di una collaterale Assemblea Costituente, meno numerosa del Parlamento, formata da illustri costituzionalisti dei vari paesi.
Purtroppo questo è solo un pio desiderio, difficilmente realizzabile nel presente e nell’immediato futuro. Da qui al prossimo 26 maggio prevarranno le spinte più divaricanti, le dichiarazioni più improvvide e furibonde, le guerre verbali più violente. Alcune forse solo teatralmente violente. Cioè dettate solo dall’intento di raccogliere nelle urne un bottino di voti espressi da elettori scontenti verso questa Europa. Purtroppo alle guerre verbali terranno dietro, inevitabilmente, le azioni dei mercati. Distruttive. Gravide di conseguenze. La peggiore potrebbe essere quella di un nuovo grande crollo, molto più distruttivo di quello del ‘29. Di gravità appena appena minore potrebbe essere la diaspora di questa precaria Unione, mai così disunita. In entrambi i casi (poiché la diaspora innescherebbe altri effetti a catena) siamo esposti ai rischi di un uragano economico che potrà distruggere non solo ricchezze ormai convertite in valori fluttuanti nell’iperuranio dei mercati; ma anche posti di lavoro; risparmi concreti, pazientemente raggranellati con sacrifici; aziende; stati; persone.
Buona fortuna. Che altro augurare? Si potrebbe suggerire qualche altra cosina agli incauti che abbiano affidato i loro risparmi al casinò della turbofinanza, ma si rischierebbe di essere accusati di attentato alla sicurezza ed all’equilibrio dei mercati. Ovviamente solo da coloro che ancora credono nella stabilità di questa novella torre di Babele del finanzcapitalismo ed alla funzione equilibratrice e provvidenziale dei mercati e della loro mano invisibile. Poveri illusi!

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