Il romanzo di Raffaele Alliegro non solo ci incuriosisce ma interroga anche le nostre coscienze
La Civetta di Minerva, 23 febbraio 2019
Lucio Giunio Bruto… Chi era costui? Se lo chiede il cittadino di media cultura, per il quale il nome del personaggio non risulta certamente nuovo. Ma egli fatica a collocarlo tra le vicende della storia romana, studiata in illo tempore, o a riesumarlo dai lontani ricordi scolastici. Se lo ritrova scodellato davanti agli occhi, grazie al romanzo di Raffaele Alliegro (caporedattore de Il Messaggero), di recentissima pubblicazione (Edizioni Spartaco – 2018), presentato agli amici del Circolo dal dottissimo prof. Sebastiano Amato, che ha magistralmente e piacevolmente colloquiato con l’uditorio e con l’autore in un incontro pomeridiano svoltosi lunedì scorso.
Lucio Giunio Bruto fu il personaggio che fece esiliare l’ultimo re di Roma (l’etrusco Tarquinio il Superbo) e che instaurò la res publica, divenendone il primo console. Nel racconto di Alliegro la Pitia, sacerdotessa di Apollo delfico, avrebbe rivelato proprio a Bruto o gli avrebbe fatto vedere «un incredibile numero di stagioni che precedevano e seguivano la nascita di Roma». E alla domanda su chi della delegazione dei Tarquini recatasi in visita a Delfi sarebbe stato il prossimo re di Roma la Pitia avrebbe risposto, sibillinamente: «Sarà re chi di voi bacerà per primo la madre».
Mentre ciascuno degli altri due Tarquini (Arrunte e Tito) già pregustava la propria vittoria, dopo il rientro in patria, il presunto sciocco Bruto, fingendo di inciampare, si lasciò andare a terra e, prima di alzarsi, baciò la madre: la madre terra. La madre di tutti. A lui, Bruto, fu rivelato il presente e il futuro di «una Roma all’epoca divisa tra due anime: quella romana, inflessibile, onesta, orgogliosa, primitiva, e quella etrusca, commerciale, moderna, raffinata, corrotta.
Bruto sapeva che quel villaggio di rudi pastori sulle rive del Tevere era destinato a diventare caput mundi, trasformandosi nella più potente macchina da guerra mai esistita, tra lotte di potere, crudeltà, semi di libertà soffocati». E fu lui, nipote adottato dal Superbo, da tutti creduto uno sciocco, a sapersi porre scaltramente nel ruolo di prescelto dal destino ed a tessere la tela della rivolta democratica… E per un sottile gioco del caso o del destino, fu un suo discendente omonimo l’altro Bruto (Marco Giunio Bruto): il cesaricida che si illuse di bloccare la degenerazione della repubblica in principato, in potere di un solo uomo, partecipando («… quoque…») attivamente all’uccisione di Cesare, ossia di colui che stava per diventare il capo assoluto. Inutilmente: subito dopo, sarebbe stato Augusto ad assumere tal ruolo e ad inaugurare il periodo imperiale della storia romana.
Una storia che sembra quasi fissata da un destino: sia nella ricorrenza dei due nomi uguali (Bruto) del fondatore e dell’ultimo disperato difensore del regime repubblicano; sia nell’analoga similitudine onomastica dell’ultimo imperatore, Romolo Augustolo, che richiama il nome del fondatore dell’Urbe e deforma, nel diminutivo quasi caricaturale, quello del primo imperatore.
Fu veramente il segreto destino di Roma iscritto nei libri sibillini? E Il segreto di Bruto (che dà titolo al romanzo) allude solo alla doppia personalità del finto ingenuo, apparentemente succube del sovrano, ma di fatto al servizio di un nobile ideale repubblicano? O rimanda ad un messaggio di adesione perenne ad un anelito alla libertà repubblicana? Scolpito, forse, nelle seguenti parole: «Voglio schiacciare Tarquinio e i suoi figli. Voglio che Roma non abbia più un tiranno. E che la legge imponga di uccidere chiunque provi a diventarlo. Voglio che il popolo elegga i suoi capi».
Forse Raffaele Alliegro, attraverso Il segreto di Bruto, vuole alludere metaforicamente e quasi sibillinamente ad una problematica contemporanea: la degenerazione della democrazia in tirannide strisciante, in democratura, in dittatura dei mercati, dei poteri forti, delle multinazionali, del pensiero unico o dominante iperliberista, delle strutture tecnocratiche che idolatrano tale ideologia o tale religione laica e che si prostrano (e prostituiscono) al servizio di sovrastanti interessi lobbistici? Forse l’autore vuole indurci, implicitamente, a sognare un nuovo finto sciocco romano o italiano che riesca, oggi o domani, a debellare superbos? Cioè altri superbi detentori di poteri inconciliabili con la res publica?
I lettori lo scopriranno leggendo il romanzetto (233 pagine; costo 14 €) e tenendo conto che l’autore ha già scritto, a quattro mani con Marco Fimiani, Il destino cambia in tre attimi. Piccole storie di grandi ribellioni (2013). Nel quale si racconta, tra altro, di una giovane che si ribellò alle consuetudini e per questo fu uccisa; di un coltivatore impoverito a causa del passaggio dal ducato alla lira; di un commerciante galantuomo che fece causa al suo grossista ai tempi della grande depressione; di un avvocato brigante che si oppose ai Savoia; ecc. Questo solo per suggerire che, forse, negli scritti di Alliegro son da cogliere anche… dei messaggi quasi in filigrana. Tra il detto e il non detto. Sibillinamente. Letterariamente e non giornalisticamente o saggisticamente.
In altri termini, forse Alliegro sperimenta procedure (per altro non nuove) di embodiment o di comunicazione per rappresentazione di situazioni concrete (storiche) o mitiche o favolistiche che stimolino o favoriscano la genesi di processi cognitivi autonomi nel lettore: ti èduco all’amore della libertà repubblicana per exemplum addotto e non per verba o per predicazione verbale di concetti astratti. E magari lo faccio con la convinzione o con la segreta speranza che esista nella coscienza dell’individuo una capacità generalizzata di apprendimento/assimilazione analoga a quella dei “neuroni specchio”, recentemente postulati, che innescherebbero un meccanismo automatico, non cosciente, di simulazione motoria.
Forse da sempre (o da prima che ne derivasse una qualsiasi teorizzazione) gli exempla hanno avuto questa funzione di innescare, suscitare, suggerire, generare… idee ed ideali sorgenti, preconcettuali, endocettuali (con riferimento all’endocetto di Silvano Arieti), attraverso correlati pragmatici dell’attività mentale o attraverso esperienze primordiali, vissute dal soggetto in età infantile, prima ancora che egli potesse concettualizzare il vissuto. Alliegro racconta; ci presenta il suo mito di Bruto; a noi lettori lascia la libertà di assimilarlo come vogliamo e di far rivivere in noi, se ci piace, il vissuto del suo personaggio come eventuale exemplum personalizzabile ed adattabile alle situazioni odierne. A noi, se vogliamo, il compito di scoprire, nell’attualità del presente, il nuovo tiranno o i nuovi poteri che svuotano di significato la libertà e minano le istituzioni repubblicane fondate a Roma, per la prima volta, da Bruto. Rifondate per noi dai padri costituenti, dopo la catastrofe del regime e della guerra. L’autore non predica e non proclama. Si limita a raccontare. Intelligenti pauca. Lector in fabulam invitatur.

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