Città nella quale si formò il dossier contro l’AD dell’ENI e dove fissarono la sede legale alcune società amaracentriche. C’è stato un asse con Siracusa?
La Civetta di Minerva, 26 gennaio 2019
“Carneade! Chi era costui?” ruminava tra sé Don Abbondio poco prima di vivere uno dei momenti più drammatici della sua tranquilla esistenza. Un nome che non gli diceva nulla, di cui cercava tracce nei meandri della sua erudizione – non certo cultura, come evidenzia Manzoni -, in cui al massimo poteva trovare un suo posto solo la figura di Archimede, troppo noto per essere ignorato da chicchessia.
E con la stessa perplessità, con la stessa “ignoranza”, in un articolo dell’aprile del 2017 ci chiedevamo: “Trani! Ma perché proprio Trani?” Come mai proprio la Procura di Trani era stata la destinataria, nel gennaio 2015, della registrazione di una conversazione, inviata da un anonimo, dalla quale ha preso il via il singolare caso di un presunto complotto contro l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi? Funzionari Eni, agenti dei servizi segreti nigeriani e iraniani, altri personaggi collegati alla finanza internazionale e ad importanti aziende italiane, avrebbero cercato di estromettere Descalzi a vantaggio di Umberto Vergine, amministratore delegato di un’altra azienda del settore petrolifero, la Saipem. Questo proprio mentre Descalzi veniva indagato a Milano perché accusato di aver versato, a politici nigeriani, una maxi tangente da 1,2 mld per l’acquisto di un giacimento petrolifero.
A seguito di questa “segnalazione”, pur se anonima, il procuratore capo di Trani Carlo Maria Capistro affidava così le indagini ai pubblici ministeri Antonio Savasta e Alessandro Donato Pesce che, grazie a una perquisizione presso l’abitazione di Massimo Gaboardi, un tecnico del settore petrolifero (è lui, nel nastro, a parlare del complotto con un misterioso interlocutore che “a sua insaputa” registrerebbe), trovavano addirittura un dossier “prova” dell’esistenza di un complotto internazionale in cui avrebbero avuto un ruolo di primo piano, oltre a Umberto Vergine, anche due consiglieri Eni: il famoso economista Luigi Zingales e Karima Litvak.
Ma la Guardia di Finanza, incaricata di cercare riscontri a quanto riportato nel dossier, non riuscendo a saperne di più, suggeriva di inviare l’ormai corposo fascicolo (il dossier più altra documentazione intanto acquisita) a Milano dove il pm Fabio De Pasquale stava indagando appunto sulla maxi tangente; si faceva strada l’idea che tutto non fosse altro che un polverone alzato per altre finalità.
Ma il fascicolo, invece, veniva inviato alla Procura di Siracusa, “affidato” al sostituto Giancarlo Longo. Il motivo c’era: il luogo in cui avrebbe preso forma l’intrigo internazionale era proprio Siracusa e qui Gaboardi veniva infatti indagato per aver “posto in essere, in concorso con pubblici ufficiali italiani e nigeriani, un complesso di attività fraudolente finalizzate a tentare di condizionare le scelte del governo italiano nell’indicazione dell’ad di Eni e a diffondere notizie false sui vertici dell’Eni con l’obiettivo di delegittimarne l’operato. Reato commesso in Siracusa in data antecedente e prossima al 1° luglio 2015”.
Un dossier in verità già noto alla procura aretusea perché già un altro, identico, le era stato recapitato, questa volta però consegnato brevi manu, di persona. Non più un anonimo, ma un nome, un volto: Alessandro Ferraro, il braccio destro dell’avvocato Piero Amara, legale Eni, con studi nei luoghi chiave degli affari petroliferi in Europa. L’occasione per il pm Longo di avviare le indagini e chiamare a testimoniare i personaggi a vario titolo coinvolti.
I risvolti di questa vicenda sono stati chiariti recentemente dalla Procura di Messina nell’ampia indagine sulla corruzione giudiziaria nella Procura di Siracusa, grazie anche alla confessione dello stesso sostituto procuratore Giancarlo Longo, e comunque, già nel novembre 2017, anche a Milano il gip Stefania Pepe disponeva l’archiviazione del procedimento per diffamazione aperto nei confronti di Zingales, Litvak e Vergine, ipotizzando di rimando il depistaggio messo in piedi a Siracusa (come poi confermato da Messina).
Quindi, in qualche modo, forse, un asse Siracusa Trani? È possibile ipotizzare un qualche collegamento tra le due Procure ora che anche gli uffici pugliesi vengono travolti da una nuova inchiesta sulla al momento presunta corruzione, insieme ad altri, di due magistrati, Antonio Savasta e Michele Nardi, arrestati il 14 gennaio? Ancora una volta una squallida vicenda di mazzette, di collusioni tra magistrati e mondo imprenditoriale: nell’ordinanza di arresto del gip di Lecce Giovanni Gallo l’ipotesi di un sistema illecito scandito da sentenze comprate in cambio di soldi, tanti soldi, diamanti e gioielli, viaggi (sempre Dubai), favori di altro genere; un’associazione a delinquere che vedrebbe coinvolti magistrati, avvocati, un ispettore di polizia e imprenditori con amicizie politiche importanti per fatti commessi tra il 2014 e il 2018 quando i due magistrati, ambedue attualmente a Roma, erano in servizio a Trani.
“Un quadro di malaffare, tale da rendere triste e desolante constatare di volta in volta con quale spregiudicatezza tre uomini dello Stato abbiano abusato con abitudine dei poteri loro attribuiti, senza rispetto alcuno per la legalità e la giustizia, dei quali dovrebbero essere custodi e difensori”; un’inchiesta ancora piena di omissis che probabilmente ha ancora molto da mettere in luce.
Dunque, solo una vicenda speculare a quella di Siracusa o qualcosa di più? Certo che sarebbe anche da comprendere come mai, improvvisamente, il sistema Amara si sia sentito attratto dalla terra pugliese dove sono state trasferite, a Martina Franca, provincia di Taranto, da Augusta o Palermo, le sedi legali di diverse delle società collegate, per esempio la Da.Gi, l’Entropia Energy, la A.R. Law Company, la P&G Corporate.
Cioè quelle coinvolte nell’inchiesta romana dell’aprile 2017 per frode fiscale attraverso fatturazioni per operazioni inesistenti. Come inesistente era il complotto.

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