Vi si svolgevano funzioni di culto anche dopo il devastante terremoto del 1693. La documentazione storica attesta l’afflusso di devoti “in adorare la Santissima Immagine”
La Civetta di Minerva, 26 gennaio 2019
La grotta del Crocifisso, una chiesa rupestre medievale posta nel territorio extraurbano di Carlentini e nella circoscrizione parrocchiale della chiesa madre di Lentini, con i suoi meravigliosi affreschi e le sue suggestive atmosfere è stata negli ultimi anni al centro delle cronache locali e regionali per effetto di un’eccezionale operazione di recupero e valorizzazione. I recenti restauri, soprattutto quello già ultimato dell’affresco della Teoria dei Santi e l’organizzazione di visite guidate sono il frutto di un’azione congiunta e virtuosa portata avanti da istituzioni pubbliche ed associazionismo specializzato, instancabilmente promossa dal giovane parroco don Maurizio Pizzo. Per la cronaca di questi fatti, per l’inclusione nel censimento indetto dal FAI e da Intesa San Paolo, e fra i Luoghi del cuore, nonché per una descrizione del sito, rimandiamo ai molti articoli apparsi su giornali online e cartacei ed all’esigua letteratura esistente sulla materia.
Ma a fronte di questo vastissimo interesse suscitato dalla chiesa rupestre, a parte alcuni studi che hanno natura per lo più descrittiva, la storiografia ha sinora fornito scarsissime e lacunose informazioni.
La documentazione disponibile presso l’Archivio Storico Diocesano di Siracusa ci offre ora qualche piccolo e tuttavia non secondario spunto di ricerca, relativo al periodo a cavallo del tragico terremoto che sconvolse una larga parte della Sicilia orientale nel gennaio del 1693, distruggendo, fra l’altro, la maggior parte degli edifici ecclesiastici del territorio di cui parliamo. Innanzi tutto, la chiesa del Crocifisso appare sul verbale di una visita pastorale condotta l’8 marzo 1649 dal vescovo di Siracusa del tempo, Giovanni Antonio Capobianco: qui si fa cenno a un altare denominato Santa Maria della Grutta. Lo stesso vescovo Capobianco, come ci mostrano i documenti, tornò poi a visitare la chiesa il 31 marzo 1670, esaminando oltre all’altare maggiore, dedicato al Santissimo Crocifisso, e a quello già citato della Madonna della Grotta, anche un terzo altare, chiamato della Beata Vergine dell’Uccello e delle Grazie. Sul verbale di una successiva visita pastorale, che si svolse il 18 maggio 1682, questa volta durante l’episcopato di Francesco Fortezza, vengono richiamati gli stessi tre altari di cui si è parlato, e tuttavia scompare il riferimento alla “Beata Vergine dell’Uccello”, ch’era riferito probabilmente ad un elemento iconografico. Questi nuovi documenti ci offrono dunque almeno un quadro della denominazione degli altari e della devozione mariana ch’era presente nella chiesa.
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Relativamente ai decenni successivi al terremoto, il primo verbale di una sacra visita nel vicariato di Lentini, che ancora si conserva nell’archivio storico, è redatto al tempo del vescovo Tommaso Marini e risale al 21 aprile 1725. Ma già a pochissimi anni dal tremendo sisma, nella chiesa si svolgevano certamente funzioni di culto, come dimostra un’altra fonte che ci restituisce invece, per adesso solo a livello impressionistico, la grande devozione che l’immagine del Crocifisso, all’interno della grotta, suscitava tra la popolazione locale al tramonto del XVII secolo. Il documento in questione che abbiamo esaminato è un ordine trascritto su un registro della cancelleria episcopale in risposta alla supplica del sacerdote Eustachio Menta, tesoriere della chiesa. Nell’atto della curia siracusana si parla esplicitamente di una grande devozione e di un quotidiano afflusso di «populo tanto di cotesta città [di Lentini] quanto della città di Carlentini in adorare detta Santissima Immagine [del Santissimo Crocifisso]», tanto che il supplicante «domanda la licenza di potersi esponere in detta [chiesa] il Santissimo Sacramento in ogni giorno di venerdì primo del mese e tre di maggio giorno delle Inventione della Santissima Croce […]». A questa supplica, la curia risponde accordando i permessi richiesti ed emanando alcune disposizioni complemetari: «permetterete parimente di potersi esponere il Santissimo Sacramento in detta chiesa per tutto il giorno, con che però la suddetta expositione si facci con tutta quella veneratione e decenza che si conviene e con luminaria decente non meno di dodici lumi di cera e che si debbano osservare li decreti della Sacra Congregatione de’ Riti, e le costitutioni synodali, e che mentre sta esposto il Santissimo Sacramento, in chiesa non vi siano banchi né sedie et innanzi la porta si ponghi un panno per riverenza e soprattutto si debbano osservare l’ordinationi lasciate da Monsignor Nostro Illustrissimo [il vescovo] in discorso di visita. E tanto eseguirete per quest’anno solamente». Il documento, dato in Siracusa, porta la data cronica del 31 marzo 1699 ed è sottoscritto dal vicario generale e dal cancelliere della curia. Scorrendo il medesimo registro di cancelleria, si può appurare che la celebrazione e l’esposizione del Santissimo Sacramento all’interno della Grotta del Crocifisso fu consentita anche il seguente anno 1700.
Sembra di cogliere, nell’eco antica delle parole che si leggono sulle carte custodite nell’archivio diocesano, quell’aura silenziosa di sacra devozione, le luci fioche e la penombra attraverso le quali ancora oggi il visitatore può ammirare gli splenditi affreschi del complesso rupestre del Crocifisso.

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