Il rischio di una catastrofe climatica non è futura, è già reale

Il cambiamento è in atto nei continenti. Anche le nostre aree urbane possono fare molto per mitigare il clima globale

 

La Civetta di Minerva, 8 dicembre 2018

Nelle aree urbane le maggiori fonti (tre quarti del totale) per il riscaldamento globale. Un miliardo di persone nella trappola delle città assetate. Due miliardi in più di bocche da sfamare sul pianeta e una produzione di mais, riso e grano che crolla del 2 per cento ogni 10 anni. Secondo l’O.N.U., si prevedono fino a 200 milioni di profughi ambientali costretti ad abbandonare le loro terre per l’aridità o di converso per le alluvioni ed altri per l’innalzamento del livello del mare. Il prof. William Nordhous, premio Nobel per l’economia 2018, ha affermato (ed è stato il motivo dell’assegnazione del Premio) che a causa dell’effetto serra e dei conseguenti cambiamenti climatici le nazioni del mondo perdono fino al 9% del P.I.L. (se vogliamo considerare ancora valido questo indicatore, anche se solo economico). Nell’ipotesi di un aumento di cinque gradi rispetto ai livelli pre-industriali, lo sfondo di un’economia che non riesce a frenare l’uso di combustibili fossili e continua ad aumentare le emissioni serra sarà devastante dal punto di vista sociale, ecologico ed economico. Lo hanno affermato gli scienziati dell’I.P.C.C. (Intergovernmental Panel on Climate Change), il gruppo di lavoro Onu premiato nel 2007 con il Nobel per la Pace.

Gli scenari che si prevedono – Nel rapporto dell’IPCC si spiega che il rischio di una catastrofe climatica non viene solo proiettato nello scenario della seconda metà del secolo, ma è già reale. Il cambiamento climatico è in atto: l’ondata di calore che ha prodotto 70 mila morti aggiuntive in Europa nel 2003, l’uragano Katrina in agosto 2005 a New Orleans, gli incendi che hanno devastato la Russia nel 2010, l’uragano che ha colpito New York nel 2012, gli incendi in California di oggi, sono il biglietto da visita di un possibile futuro. Gli eventi estremi (bolle d’acqua, uragani, cicloni, inondazioni o eccessiva aridità) si registrano dappertutto.

L’analisi Ipcc mostra anche come il global warming stia colpendo in modo differente le varie aree del pianeta. In Australia le siccità prolungate hanno già messo in difficoltà l’ornitorinco, il koala e alcune specie di canguro. In Africa il crollo della pesca, da cui dipende un terzo delle proteine necessarie alla sopravvivenza, arriverà in alcune aree al 21 per cento. In Asia le città costiere saranno a rischio inondazione e la pressione dei deserti interni crescerà. Nell’Africa sub sahariana non piove più e la disperazione induce milioni di migranti a partire dalle loro terre. Alcuni Stati, le piccole isole a fior d’acqua, rischiano di sparire, cancellati dalla crescita dei mari. E il cambiamento toccherà anche l’Italia, rendendo più disastrose piogge ormai di intensità monsonica: in Europa le alluvioni potranno colpire fino a 5,5 milioni di persone, causando danni per 17 miliardi di euro l’anno. Senza la mitigazione del trend, cioè senza un taglio delle emissioni di CO2 robusto e rapido, “l’adattamento sarà impossibile per alcuni ecosistemi” e vi sarà il crollo degli stessi poiché, superando la capacità di autorigenerazione degli stessi, si andrà in velocità progressiva verso il punto di non ritorno ed il numero di affamati crescerà (25 milioni in più di bambini sotto i 5 anni malnutriti). Ma non tutto è perduto. Il conto che dovremo pagare per gli errori del passato non è ancora definito: molto dipenderà da quello che faremo nei prossimi anni. Cosa possono fare anche le città siciliane per ridurre il riscaldamento globale – Prima cosa classificare il tipo e le quantità di emissioni, dopo valutare i rischi, le vulnerabilità e le criticità ambientali, organizzare l’adattamento ed infine predisporre un piano d’azione per la riduzione e mitigazione. Piantare alberi negli spazi urbani, riqualificare ed accrescere le aree verdi e parchi comunali, maggiore efficientamento energetico dei manufatti pubblici, diminuire i consumi energetici con l’installazione di lampade a bassissimo consumo energetico o a led, ottimizzare il sistema della raccolta rifiuti attraverso la riduzione degli imballaggi, la differenziata spinta ed il riciclo, migliorare il sistema dei trasporti per una mobilità sostenibile, creare o aumentare le isole pedonali. Ed è, quindi, compito e responsabilità degli amministratori e dei cittadini, associati o no, contribuire a organizzare e realizzare interventi efficaci e sostenibili.

La qualità dell’aria migliorerà, la qualità della vita e le abitazioni nei quartieri così organizzate acquisteranno persino maggiore quotazioni economiche dal punto di vista immobiliare. Quindi un passaggio veloce a un sistema produttivo basato sull’efficienza, sulle fonti rinnovabili e sul riciclo dei materiali apre le porte dello scenario più favorevole, quello in cui i danni sono contenuti a livelli accettabili.

“È l’intreccio perverso tra crescita demografica, consumi sbagliati e cambiamento climatico che rischia di essere fatale”, commenta Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf. “Già oggi l’energia solare intrappolata su ogni metro quadrato ha superato il limite di guardia: senza interventi correttivi, a fine secolo si arriverà a un valore quattro volte superiore. Una prospettiva che trascina con sé l’aumento di fame, conflitti e guerre”. Proprio perché varie possibilità restano aperte, il ventaglio degli scenari tracciati dall’Ipcc è ampio. Anche il più favorevole però non è indolore perché – avvertono i climatologi – i tempi di recupero dell’atmosfera sono lenti: più del 20 per cento dell’anidride carbonica immessa in atmosfera continua a bloccare la fuoriuscita del calore per oltre mille anni. E abbiamo già inviato in biosfera una quantità enorme di carbonio: 545 miliardi di tonnellate, più della metà del tetto oltre il quale si supererebbero i 2 gradi di aumento della temperatura rischiando un global warming catastrofico. I margini per un intervento efficace ci sono ancora, anche se si assottigliano anno dopo anno. Una rapida correzione di rotta riuscirebbe a ridurre da un miliardo a una cifra più vicina a quella attuale (150 milioni) il numero dei cittadini senza acqua sufficiente a disposizione; farebbe scendere da 5,2 miliardi a 1,7 le persone esposte al rischio di malaria nel 2050; salverebbe l’Amazzonia che, sotto l’assalto di strade, fattorie e incendi, rischia di perdere la sua straordinaria ricchezza trasformandosi in zona semi arida.

 

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