In quattro direttive dell’Unione Europea previste nuove norme.Ma non sono tutte “rose e fiori”, infatti la norma si concentra solo sui rifiuti urbani, che sono una parte del problema, bisognerà allargarla anche ai rifiuti di tipo industriale
La Civetta di Minerva, ottobre 2018
Il Parlamento Europeo, lo scorso aprile, dopo anni di dure trattative, a larghissima maggioranza dice si all’economia circolare, iniziando così una sfida importante per migliorare il nostro futuro. Per la prima volta viene introdotto nella legislazione europea anche l’obbligo di ridurre lo spreco alimentare. È una decisione importante anche se ancora deve essere individuata la metodologia per capire esattamente cosa s’intende per spreco alimentare e come calcolarlo.
Finora c’erano solo impegni politici, finalmente si assumono decisioni. Secondo un rapporto del Centro Studi Intesa San Paolo,oggi in Italia l’economia circolare vale 260 miliardi di euro e circa 1,7milioni di occupati. Mettendo insieme il nostro paese con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito, si arriva a un valore di oltre 1.200 miliardi di euro. A sostegno della transizione verso l’economia circolare, la Commissione Europea ha adottato il “Circular Economy. Package”, un piano che stanzia 1.150 milioni di euro di finanziamenti per i paesi membri. Secondo le previsioni UE, oltre ai benefici per l’ambiente, in termini di riduzione dello sfruttamento di risorse e di emissione di gas serra, si potrà generare entro il 2035 un aumento del ritmo di crescita del Pil superiore al 7% e oltre un milione di posti di lavoro verdi.
L’obiettivo è, quindi, fare dei rifiuti non più un costo per i cittadini, ma un valore per l’economia. Il Parlamento ha dato il via libera alle quattro direttive pensate per combinare ambientalismo e crescita economica. Sono previste nuove norme e limiti più stringenti per rifiuti, discariche, imballaggi. L’idea è che recuperando le materie prime dai rifiuti le aziende inquineranno meno e taglieranno nel contempo i costi del processo produttivo. La Commissione prevede risparmi per le aziende, nuovi posti di lavoro e un taglio di 617 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2035. L’obiettivo è rendere l’approccio verde conveniente anche per le imprese, creando un nuovo modello di sviluppo.
L’attuale modello di sviluppo, basato sull’economia lineare “usa e getta”, non regge più. Viviamo in un pianeta nel quale le risorse sono limitate e l’aumento della popolazione è costante. Cambiare modello produttivo è quella che si chiama “economia circolare”. Ciò comporterà ottimizzare i processi produttivi in ogni loro fase, attraverso l’innovazione, per avere un uso il più efficiente possibile delle risorse e minimizzare la produzione dei rifiuti. In un’economia circolare un prodotto è pensato nel design e nella scelta del materiale per durare, essere riparato e riciclato. Alla fine della sua vita, questo oggetto sarà di nuovo materia prima per un altro prodotto, con benefici per l’ambiente. In base alla nuova norma almeno il 55% dei rifiuti urbani domestici e commerciali dovrà essere riciclato nel 2025 (oggi siamo al 44%). L’obiettivo salirà al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035. Il 65% dei materiali da imballaggio dovrà invece essere riciclato entro il 2025 e il 70% entro il 2030.
Il pacchetto Ue limita la quota di rifiuti urbani da smaltire in discarica a un massimo del 10% entro il 2035; oggi l’Italia viaggia intorno al 28%, e ci sono Paesi messi peggio. Che si tratti di un passaggio epocale è dato dal fatto che l’Europa concentrerà i propri investimenti per cambiare il modello di sviluppo. Oggi, infatti, si consuma più materie prime di quante l’ambiente sia in grado di rigenerarne. L’economia circolare, invece, innesta l’idea che le materie prime le recuperiamo dai rifiuti e le rimettiamo nel ciclo produttivo creando un sistema che chiuda, appunto, il cerchio: in questo modo lanciamo un nuovo modello industriale sostenibile e preserviamo l’ambiente». Bisogna, però, dire che non sono tutte “rose e fiori”, infatti la direttiva si concentra solo sui rifiuti urbani, che sono una parte del problema, bisognerà allargarla anche ai rifiuti di tipo industriale.
In Europa ci sono ancora Stati che conferiscono il 70-80% dei rifiuti in discarica e ci sono enormi differenze a livello locale. Siamo all’inizio del processo e restano tutta una serie di questioni irrisolte. Ogni materiale ha caratteristiche diverse. Basti pensare che oggi riciclare la plastica costa di più, anche in termini ambientali, che produrre plastica vergine visto il basso prezzo del petrolio in questo momento. Poi c’é il tema dell’impatto sull’ambiente con la pressione sul consumo di materie prime, ma anche con la riduzione di emissioni. Con i vincoli stringenti sulle discariche, si dovrà investire per riciclare il più possibile. Sull’impatto che queste direttive avranno sull’occupazione vi sono studi diversi che danno risultati diversi. Realisticamente si presume che 500.000 posti di lavoro potrebbero essere creati dall’applicazione a regime di queste scelte.
Che, finalmente, sia iniziata una politica rispettosa per l’ambiente che si coniuga con lo sviluppo? Speriamolo.

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