L’intervista impossibile con la poetessa Valleda Floriani

Attraverso le parole dei suoi versi. Una donna il cui nome andrebbe ricordato nella toponomastica del Comune di Floridia

 

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

Suscita emozioni inconsuete la lettura dei versi di Velleda Floriani: riporta in un tempo che fu quello dell’adolescenza lontana, dei primi studi umanistici, dell’incanto provato nell’accostamento alla poesia d’altri tempi, quella del secondo Ottocento e del primo Novecento, tanto presente allora nella scuola e nelle letture domestiche di ogni liceale. Rapisce e conduce davvero “A ritroso nel tempo”, come recita il titolo della raccolta, pubblicata nell’ormai lontano 1985 dalla concittadina Titì Zappulla Tarascio, che, per naturale ritrosia, si celò sotto lo pseudonimo di Velleda Floriani.

Avrò sicuramente incontrato, magari più di una volta, la signora Titì ma confesso che di lei non conservo alcun ricordo. Non l’ho propriamente conosciuta da viva, né ho saputo nulla delle sue frequentazioni letterarie e della sua produzione. Eppure è vissuta sino al 2008.  Peccato! L’ho scoperta, ahimè, troppo tardi, grazie ad un pregevole scritto dell’amica e collega Filomena Migneco Frasca, pubblicato su “Floridia e dintorni”: “Ricordo di Velleda Floriani”. Mi rincresce non averla conosciuta per tempo: mi sarebbe piaciuto dialogare con lei e spillarle qualche parola sul significato che deve aver attribuito al culto della poesia, che non è mai mera esercitazione stilistica per chi nei versi esala il profumo dell’anima e gocce della sua personale ricerca del senso del vivere. Purtroppo, ormai solo nei suoi versi potrò trovare, forse, qualche risposta alle domande che avrei voluto porle.

E proprio nel sonetto “Il tempo” posto quasi all’inizio della raccolta mi sembra di percepire quasi una risposta alla mia curiosità di intervistatore mancato: una discreta allusione al “profondo solco” che “lascia sui volti e sulle cose umane” il tempo che passa, come il vomere di un aratro… Trovo mirabile (e ricco di collegamenti letterari) questo riferimento all’aratro, che solca volti e vicende umane. E poiché anche i versi sono… solchi, mi chiedo se troverò in quelli composti da Velleda qualche eco della sua vicenda umana. Potrò spigolare tra quei “solchi” qualcosa dei suoi pensieri? Qualche sua personalissima riflessione sulla vita?  Velleda mi appare nella mente con il volto di una madre giunta quasi al secolo di vita. Il suo volto solcato da mille rughe, ma sereno, sembra sorridermi dolcemente, mentre, annuendo, mi risponde affermativamente con le parole incise nei suoi versi:

V.F. … il solco che nel cuor fondo rimane / racchiude in sé le angosce della vita. / Così l’anima, tutta in sé romita, gioie e dolor nel rimembrar, permane. / E scorre il tempo come sempre e pone /uomini e cose nell’oblio profondo, /dell’umana vicenda ombra perenne. / L’opera d’arte lo sconfigge e impone /sola, l’eterno ricordar del mondo / l’opere del pensier fondo e solenne.

C.R. In quell’espressione che accomuna “uomini e cose” trovo una citazione di un amaro monito inciso su una tomba all’ingresso del cimitero di Floridia, che mi ha spesso inquietato: “Attraverso il tempo passano uomini e cose. Resta eterno il dolore”. Lei, Velleda, quasi mi conforta con la sua flebile fede foscoliana nell’arte, che può sconfiggere quel dramma dell’oblio profondo: nel suo componimento intitolato  “Il tempo” lei sembra volermi dire che da quell’ombra perenne, che la morte distende sulle vicende umane, qualche speranza/illusione di scampo ce l’offra l’opera d’arte, che scolpisce nella memoria collettiva (l’eterno ricordar del mondo) “l’opere del pensier fondo e solenne”.

V.F. (La muta risposta di Velleda è solo un sorriso dolceamaro. Esso sembra confermarmi e confessarmi d’aver veramente provato, nel profondo della sua anima, quella commistione di speranza e d’illusione, non solo reminiscenza letteraria, ma anche personale àncora di salvezza e anelito di sopravvivenza…)

C.R. Quasi per contrappunto, lei, Velleda, mi trasmette un brivido nella successiva poesia “Al mare”, che, nella contemplazione (giovanile), “nella magia di splendidi colori” che ammantavano giovanili aurore e indoravano tramonti, le appariva come un tutt’uno con il cielo, con la vita e la bellezza dell’esistenza, e che nei ricordi (presumibilmente senili) si capovolge nell’opposto: La tua distesa azzurra/ mi affascinava un tempo. / Ora mi fa quasi paura! / Sei così grande, immenso! / Ed io piccola cosa, / quasi un fuscello / al tuo cospetto; / e se ripenso/ alle tempeste spaventose, ai cavalloni enormi / che inghiottono le navi / come un granel di sabbia, / m’assale uno sgomento! / Orco malvagio appari, / anziché Apollo suadente e bello!

C.R. Mi vuol forse dire, signora Velleda, che la cifra o il segno della vita non è l’incanto radioso e rutilante di colori ma è lo sgomento del naufragio nella sconfitta e nella morte, a cui non è dato sopravvivere?

V.F. «Forse sì», ho l’impressione che mi confessi, ora dolente, la figura dell’anziana madre. O forse un sibilo di vento gelido si è per caso intrufolato in questo muto dialogo…

C.R. Nel successivo componimento (“L’attimo”) mi pare che lei, gentile Velleda, presenti la vita che scorre laboriosa e tranquilla e che all’improvviso è scossa e distrutta dalle forze immani di una natura incurante, quasi leopardiana. Colgo nel segno se evidenzio questa eco tematica di una visione leopardiana di una natura materialisticamente intesa come matrigna incurante? 

V.F. (Annuendo sorridente, mi recita alcuni versi del componimento da me citato): Trema la terra / e tutto è distrutto… / progetti e speranze, / sogni e illusioni… / Macerie e cadaveri informi! / La materia si evolve… / incurante!

C.R. Conferma! E nel sogno ad occhi aperti, in cui siamo entrambi rapiti, mi sta cortesemente rispondendo alle domande che non ho potuto rivolgerle. Proseguo, dunque, questo dialogo impossibile eppur così veritiero. Nella successiva poesia dal titolo interrogativo (“Cos’è”) trovo le risposte alla domanda, ovvia, che avrei voluto porle su cosa sia, per lei, la vita: solo ansia di vivere, bisogno di scoprire e… destino di disfarsi in humus?  Lei in effetti ha già risposto, nei versi, alle domande che non ho potuto rivolgerle ma che lei poneva già a se stessa. Dico bene?

V.F. (Come per darmene conferma, Velleda recita sommessamente): Avvicendarsi di stagioni! (…) / Corsa affannosa verso la morte. Smania d’andare, / cercare, scoprire, frugare / nel segreto degli astri, / sondare gli abissi del mare, / capire, carpire /il segreto del cosmo / che è ancora un mistero./ Ansia di conoscere, curiosità fattiva. / Ansia di vita, /che fa nascere un fiore, / che fa schiudere un seme, / un germoglio, un ulivo, /un cipresso, un abete… /  È la vis vitale / che l’humus in seno riserba.

C.R. Ancora una volta, dunque, ella mi rimanda al Foscolo, signora Velleda. Alla forza immane che affatica le cose di moto in moto, e che infine tutto travolge e disfa e scompone… per ogni dove o all’ombra dei cipressi.  È dunque illusoria ogni via d’uscita dalla tragedia del vivere? Sì, mi vuol dire. Ma non ogni via s’addice all’uomo. Capisco: in “Stracci” mi precisa che la “vana, mortale, illusione /di un’effimera felicità” cercata nei paradisi artificali della droga “fra siringhe  e cartine svuotate” è una “malefica arpia (…) che l’uomo riduce a uno straccio”. Concordo. Ma, spingendo lo sguardo più in là, oltre la linea d’ombra, oltre il confine che chiamiamo morte,  qual è, per lei, la sorte che tocca agli umani? Disfarsi per sempre? È un inganno fatale questa «“vis” vitale / che l’ ”humus” in seno riserba»? Saremo solo humus? Non c’è scampo per gli umani dal destino ultimo del perir per sempre? Nessuna vita eterna vivremo oltre la morte? Perché tace su questo, pia Velleda? Non crede…? Ma allora la fede nella favola antica? Il bimbo divino venuto a redimere il mondo ribelle? Non ha anche lei  levato un suo canto alla luce che illumina il mondo?

V.F. (Mi risponde coi suoi versi di “Natale”): Piu che un canto è una prece, o Signore, / pel male ch’è intorno, / per le pene sofferte /pel dubbio che a volte mi avvince.

C.R. Anche lei, dunque, confessa le pene sofferte per il dubbio che “a volte” l’avvince. Quante volte…? Sarebbe inopportuno chiederlo! L’importante è capire ciò che dice e non dice: più che un inno di fede, la sua è una prece rivolta al Silente, sempre più avvolto nel mistero del dubbio. La sua  preghiera non scaturisce da una fede tetragona ed assoluta, ma dal bisogno di invocare un rimedio dal “male che è intorno” e dal tormento interiore del dubbio. Ed è forse una preghiera rivolta, non solo per finzione poetica ma anche per un bisogno interiore, al pargoletto uomo-dio affinché l’intenda l’uomo adulto, l’homo homini lupus; affinché  questo destinatario terreno torni a farsi bimbo e ad amare gli umani cogli occhi innocenti di un bambino.

V.F. (Assertivamente, mi cita alcuni suoi versi, a conferma): «Oh! Tu che puoi tutto, / dissipa la nube che ottunde / il cuore e la mente, / e inonda di fulgida luce / le anime assenti. / Infondi nei cuori l’amore, / l’amore sublime che abbraccia / gli umani / nell’orbe infinito, / in simbiosi fraterna di pace».

C.R. Mi sembra che voglia confermare. La sua è una humana religio, una pietas solidale, una fede laica e adulta, maturata nel dubbio e intrisa di umani e divini valori, che non si spinge a negare una divinità trascendente e onnipossente ma continua a sperare…  in essa.  E la sua è anche una preghiera rivolta al celeste Silente (non negato, ancorché velato dal dubbio) affinchè dissipi tale dubbio (di fede) e infonda nei cuori un amore universale. Mi sembra, per certi aspetti, quasi una reminiscenza di don Alessandro: … “scendi e ricrea / rianima i cor nel dubbio estinti…”

E, se ben capisco, quando scrive “A te voli il mio canto fra i canti / del cielo, / fra i cori osannanti” (dopo aver confessato il suo dubbio) e quando poi aggiunge che si rivolge a Lui, che può tutto, non compie un vero atto di fede in un Dio trascendente ed onnipotente, ma, se così si può dire, un “atto di speranza”. E umilmente asseconda la fede dei semplici, dei pargoli… mentre lascia intendere che la sua si è consustanziata di quella fede-dubitante che è l’ossimoro onnipresente nel credo dell’uomo d’oggi.  Sbaglio, o la sua fede somiglia a quella professata dal cantor di Zacinto nelle illusioni? Lei sembra sorridermi, bonaria e comprensiva, senza negare e senza annuire. Proseguo. E le chiedo: In “Brusio”, forse, non ha voluto fondere il ricordo di canti natalizi con le voci di sommesse ninnenanne con “melodiche note / di musiche astrali “ con “messaggi di mondi lontani” in una sorta di armonia universale? Non ha voluto rendere in quei versi quasi la percezione di un brusio di fondo che non è l’eco del big bang ma la fusione di innumeri suoni e messaggi radiofonici in un indistinto concerto d’armonie universali? Non c’è forse, in questo suo gioco a nascondere e a rivelare, l’intento di ridurre a dimensione terrena o a realtà umana persino il mito illusorio di quell’armonia che vince di mille secoli il silenzio?

V.F. (Senza parole, sorridendo, sembra volermi dire): Forse!

C.R. E in “Voci” mi pare che ella abbia voluto nuovamente, come in una variazione sul tema, raccogliere… insieme… le singole voci, discordanti e diverse, di una “umanità dolorante / che anela alla pace”. E non è forse “Il lampione” “polveroso ed inerte, / tacito teste / di storici eventi / di umane vicende” un correlativo oggettivo della anima sua, che ascolta, pensosa e silente, le voci diverse di ogni angolo del mondo?

V.F. (Senza parole, sorridendo, sembra volermi ripetermi): Forse!

C.R. E le “Nuvole” che vengono e vanno per l’aere (“chissà dove vanno!” ) “come i pensieri del vate” mi appaiono essere in realtà nient’altro che i suoi vaghi pensieri, di animula candida vagula, per le vie del firmamento, per gli aridi sentieri del dubbio, per le infinite vie crucis delle umane vicende, per i percorsi stilistici dei vati che incontrammo nei nostri studi… Sbaglio?

V.F. (Senza parole, sorridendo, sembra volermi rassicurare): Forse no! Non sbagli.

C.R. E in quei versi “Sulla scia del tempo” lei mi sembra voler confessare la sua esperienza umana ed intellettuale della dissipatio esistenziale in frustoli di vita “spesso dolorosamente vissuti”, tra “attimi di felicità”, nell’asfissia di una assenza, nella triste percezione di un vuoto o di un nulla che spegne nell’inerzia l’energia di un anelito ad una vita diversa, più piena, più creativa… Capisco bene?

V.F. Forse! Con inconsueto azzardo creativo, scrissi:  “Assenza di creare qualcosa, / è  triste l’inergia… il nulla! / Tutto sulla scia del tempo, / sulla scia d’una vita! 

Vedo che hai afferrato l’ermetico gioco a nascondere che mi ha fatto giocare coi miei versi più ermetici o sibillini; hai afferrato il senso più oscuro della mia perplessità esistenziale.

C.R. Forse perché anch’io, sulla scia del mio tempo, ho vissuto momenti di vuoto, attimi di felicità, eroici furori e inerzie mortali… Forse perché anch’io ho spesso avvertito, come un peso sul cuore, il sopito e rinato dolore per la percezione “di ciò che è fuori di posto” e di quante cose sian “fuori di posto / a tutt’oggi”, come ella ha ben colto nella sua riflessione in versi sulla “Pioggia di giugno” (…) “che tinge di sangue le strade”.

Richiamato dallo squillo del telefono (a cui non rispondo, contrariato dall’invadenza del reale), sollevo lo sguardo dai versi di Velleda e ne vedo svanire l’immagine materna, mentre lentamente emergo dall’immaginazione onirica. Passando al più familiate tu, le rivolgo quindi un rispettoso e filiale saluto, nel tentativo di rendere più duraturo il dialogo illusorio e pur vero. Ave, Velleda, signora del bel verso, che mi rammenta i modi carducciani e quelli del poeta fanciullino, i temi del cantor delle illusioni e la laica religion recanatese, il pio don Sandro e il dubbio, ch’è misura e necessario contrappeso d’ogni fede per l’uomo d’oggi.

Ti ringrazio per questa intervista che mi hai concesso e ringrazio le persone e i casi della vita, che mi hanno consentito di conoscerti. Tu vivesti schiva e rendesti noti a pochi, che seppero apprezzarli, i tuoi levigati versi. Io ne raccomando la lettura ai cultori della poesia, se ancora ve ne sono in questo disastrato Paese, oppresso dalla crisi e deprivato di democrazia. Ai nostri concittadini floridiani segnalo l’opportunità di ricordare, nella toponomastica comunale, il tuo nome, poiché l’arte poetica da te coltivata t’ha fatto meritare una bella rivincita sul tempo distruttore. Almeno sinchè potranno durare il concerto della natura, i rumori, il brusio e l’eco delle vicende umane. Amen.   

 

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