A ridosso del tempio di Apollo una chiesa piccola e fascinosa

Le bianche pareti di San Paolo Apostolo favoriscono preghiera e meditazione. Dietro l’altare un dipinto di scuola caravaggesca che affascinò Sgarbi e il prof. Settis

 

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

San Paolo Apostolo in Ortigia, secoli di storia e tradizioni, costruita nel XVII secolo su un’antica basilica paleocristiana, tra le più antiche costruzioni religiose del centro storico. Sul timpano l’iscrizione in ricordo della breve permanenza di san Paolo a Siracusa: “Hic olim Syracusis triduo manentis”. Piccola, suggestiva chiesa a un passo dal tempio di Apollo a cui sono legati i ricordi migliori delle cerimonie che segnano la vita dei fedeli, non solo ortigiani: una chiesa dal fascino particolare, forse proprio perché così raccolta e semplice. Il grande dipinto alle spalle dell’altare racconta di Cristo incoronato di spine, irriso dai suoi giannizzeri. Un dipinto di scuola caravaggesca, realizzato da un anonimo immediatamente dopo il soggiorno di Caravaggio in Sicilia capace di incuriosire anche il critico d’arte Vittorio Sgarbi e il professore Salvatore Settis, già rettore della Normale di Pisa, arrivati in città proprio per vederlo. In una delle nicchie laterali  l’antico e popolare dipinto della Madonna delle Grazie, una volta collocato nella piazzetta della Graziella, a cui appunto dà il nome.

Le pareti bianche, che quasi accecano quando il sole viene lasciato entrare dal portone spalancato, le danno un’aura di candore e santità che non sempre si ritrova nelle altre chiese. Il volto del santo, raffigurato nel rosone di vetro policromo, guarda verso l’esterno chiedendo di entrare in un luogo ideale per fermarsi a interrogare se stessi, a meditare sul senso di una vita che va troppo veloce e che si vorrebbe tener stretta, anche se sono spesso più i dolori che le gioie; e la felicità è un lampo fugace.

Forse è per questo suo invitare al raccoglimento che viene spesso scelta per le celebrazioni più importanti, in particolare i battesimi o quei matrimoni che non hanno bisogno di una platea infinita di amici e parenti perché paghi di quei pochi, intimissimi, davvero vicini ai sentimenti dei genitori felici per la nuova vita, degli sposi. Degli sposi, a quella promessa di una vita da quel sacro momento insieme che oggi sembra sempre più difficile, quasi impossibile, mantenere, e che pure continua ad essere il sogno di chi vuole ancora crederci nell’amore infinito, di quello che si rinnova giorno per giorno nello sforzo quotidiano di scoprire, e trovare, nell’altro il completamento di se stessi, una presenza costante anche quando si è lontani, come lo sguardo innamorato di chi si perde nell’immaginare i tuoi passi, le tue azioni, il tuo respiro. L’unione che si sublima solo nella completezza di carne e sentimento, in quegli attimi di autentica fusione che sa di miracolo per la sua straordinarietà. Davanti a questo altare la promessa si sente intimamente più solenne, più autentica, profonda: lo raccontano quelli che qui hanno scambiato quella fede che vincola in una vita senza tradimenti, distrazioni, finzioni, viltà.

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