E per ampliare Palazzo Vermexio si demolì la Fontanina

Inventata e costruita da solo da Angelo Maltese, poi meta di pittori e scrittori: da Quasimodo a Brancati. Rimangono le immagini, contenute nel volume “Il ‘900 a Siracusa”

 

La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018

C’era una volta la Fontanina. Potrebbe anche essere l’input giusto di questo articolo, proprio perché tutto cominciò in quell’ormai mitico crogiuolo d’arte e di cultura del ‘900 che fu la Fontanina di Angelo Maltese. Anche se la insipienza degli uomini l’ha distrutta, rimane pur sempre un monumento nella memoria storica di questa città “dai vertici in frantumi e le necessità sulla soglia”’ .Volevano allargare palazzo Vermexio per altri uffici, e prima ancora di sapere a quale mostruosa burocrazia andavano incontro, decisero di demolire intanto l’esistente, quell’angolo di poesia che Maltese aveva inventato e costruito da solo.

D’altronde la poesia e la cultura non asservite alla politica, e il valore etico e sociale a cui appartengono trovano spazi precari nella attenzione del potere. Ma tant’è. Fatto il danno, non c’era rimedio. Ammesso che un soprassalto di resipiscenza fosse intervenuto. Così la Fontanina, coi prestigiosi ricordi di presenze eccellenti (da Quasimodo a Brancati con in mezzo un cospicuo drappello di scrittori e pittori che hanno fatto la storia della letteratura e del figurativo italiani) diventò  anche la nostalgia delle “buone cose che non ci sono più”.

Rimangono le immagini, certo. Assieme a quelle che appartengono alla sensibilità del fotografo-poeta Angelo Maltese, contenute nel volume “Il ‘900 a Siracusa” al  quale diamo oggi (con la amichevole autorizzazione di Renzo e Antonello Maltese) emozionata testimonianza. Stampato da Saturnia per l’Archivio Storico “Maltese Siracusa” e l’Associazione “Bioturismo”, il volume ha avuto il patrocinio della Regione Siciliana ed è suddiviso in settori illustrati: la guerra tra “adunanze oceaniche” e macerie fumanti, lo sport con Egizio Rubino in plastica posa da giavellottista, i bolidi al Circuito, la città nelle sue angolazioni architettoniche ancora ariose, il turismo con le migliaia (bei tempi!) di crocieristi che qui si susseguivano nella buona e nella cattiva stagione, e squarci di una siracusanità che nel quotidiano e sobrio operare trovava incentivi di civiltà.

Ed eccole le fondamenta del Pantheon, le case sventrate dai bombardamenti, la gente impaurita nell’ipogeo di piazza Duomo, le truppe in partenza dalla “Marittima” per la conquista della “quarta sponda”, lo spettacolo per i soldati al Comunale, la refezione scolastica, le gradinate assiepate di tifosi, le poche autovetture a piazzale Marconi, piazza Archimede serena oasi di pedoni, il nuovo ospedale Rizza, le navi all’attracco, il cordaio incurvato sull’arcolaio, le vistose scenografie di “Ifigenia” e la cavea solenne del Temenite, piazza Duomo gremita per Santa Lucia di maggio, piazza Euripide e la Madonnina, la festa del mare con le regate e le gare di nuoto, la mattanza alla tonnara, il patetico “Siracusa-Ragusa-Vizzini” a scartamento ridotto, la grande attrice Elena Zareschi alla Fontanina, l’onesto volto abbronzato del mietitore dal cui sorriso arriva fino a noi la dignità di un’operosa fatica.

Non è soltanto un volume di ricordi stereotipati nelle immagini. È qualcosa di più. molto di più. È il mosaico di una città dalla faccia pulita, e le tessere sono le moltitudini che quella città l’hanno vissuta senza conoscere le enfasi del superfluo e l’inganno di un incerto progresso.

Oggi più nessuno ci restituirà, assieme alla Fontanina, il rassicurante scalpiccio per le stradine della Giudecca, l’eco dei richiami delle comari da una viuzza all’altra della Graziella, lo sciabordio acquietante delle turchine trasparenze di onde che venivano a baciare una terra benedetta.

La nostalgia in agguato diventa ora, in queste nostre calamitose giornate di spocchiosi clamori, la nutrice di una favola triste che qualcuno può irridere.

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