“Ho avuto difficoltà inenarrabili nel fronteggiare i reati ambientali”

Francesco Paolo Giordano, capo della Procura: “Oggi c’è una task force ma quando io mi sono insediato si agiva come in un ospedale da campo, ciascuno per conto proprio

 

La Civetta di Minerva. 30 marzo 2018

Un intervento decisamente chiaro quello del procuratore capo Francesco Paolo Giordano nel corso del convegno “Ambiente e salute nella rada di Augusta: una relazione da conoscere” del 27 u.s. nella città megarese: per quanto concerne l’esistenza di strutture atte ad affrontare le complesse problematiche ambientali del territorio l’ufficio, al suo arrivo a Siracusa, era all’anno zero. “Ho incontrato difficoltà inenarrabili”.

“Si agiva come in un ospedale da campo, intervenendo solo in emergenza, ciascuno in maniera del tutto autonoma. Mi sono dovuto rimboccare le maniche e ho creato una sorta di task force con alcuni magistrati e un nucleo di polizia giudiziaria per affrontare la situazione. Devo dire che mi incuriosivano molto alcuni articoli su importanti quotidiani in cui si attribuiva la maggiore causa dell’inquinamento dell’atmosfera allo scarico delle autovetture e hanno sempre provocato in me meraviglia le notizie, fornite da importanti organismi sanitari, sui dati dell’incidenza tumorale considerata più bassa che altrove o nella media nazionale.

“Un quadro sconfortante per chi voleva intervenire. Ho cercato di provvedere ma ogni giorno arrivavano segnalazioni dai Comuni, dalle associazioni ambientaliste, dai singoli privati. Era evidente che interventi approssimativi, episodici non avrebbero mai potuto essere adeguati alla complessità dei problemi generati da un petrolchimico che, se è stato una ricchezza per il territorio al suo nascere, si è trasformato nel tempo in uno strumento di morte. Ho predisposto quindi con i colleghi un piano di interventi dando priorità all’inquinamento atmosferico e poi ai problemi di depurazione delle acque, di infiltrazioni nel suolo e nel sottosuolo, per non parlare del mare, un problema gigantesco, su cui si deve intervenire ancora. Abbiamo fatto quel che abbiamo potuto, almeno liberando la rada di Augusta da carcasse, amianto, altro con l’aiuto della Marina. Ma soprattutto il disorientamento è venuto dal fatto che quando si chiedeva agli organismi di tutela del territorio preposti le cause dell’inquinamento atmosferico, mi si rispondeva che non era possibile individuare con certezza i punti di emissione, stabilire le individuali responsabilità.

“Per questo mi sono rivolto a consulenti esterni preparati che sono stati in grado di dare le giuste risposte. Io ritengo che gli operatori dell’informazione abbiano sottovalutato l’importanza della nostra azione lasciandola sottotraccia, e non so il perché: abbiamo ottenuto dal gip l’autorizzazione al sequestro di due impianti, i maggiori, Esso e Isab, che comunque non abbiamo chiuso. Abbiamo semplicemente imposto delle prescrizioni, quelle che si sarebbero dovute imporre da tempo (applausi del pubblico in sala): il controllo 24 ore su 24 dei dati di emissione e la comunicazione immediata degli stessi, la chiusura delle vasche responsabili degli odori e ancora l’abbassamento dei livelli di emissioni sia diffuse che concentrate; e le imprese hanno aderito.

Sì, è vero, c’erano le AIA ma esse hanno più l’impostazione da trattati di chimica, di diritto ambientale, che altro; si dice tutto e il contrario di tutto senza però indicare precise coordinate e quindi ora stiamo proseguendo questo lavoro di controllo su altre aziende sia sul piano dell’inquinamento atmosferico sia su quello delle patologie tumorali e della salute. Non c’è intento autocelebrativo nelle mie parole ma voglio solo ricordare che noi abbiamo fatto il nostro dovere dando ascolto alle richieste del territorio e recependole. Continuiamo su questa strada e non abbiamo intenzione di arrenderci fino a quando non avremo altri risultati”.

Un’azione, forse non compresa pienamente dal mondo dell’informazione come dice il procuratore Giordano, che trova comunque testimonianza nelle relazioni dello stesso procuratore nelle sedi istituzionali: la presenza di una pluralità di fonti di inquinamento, ben 15 con 191 punti di emissione (nel territorio industriale aretuseo le voci presenti nel catasto delle sostanze volatili sono circa 170), al di là degli aspetti penali, determina seri rischi non tanto e non solo per il formarsi delle polveri sottili ma soprattutto per la combinazione chimica nell’atmosfera di tali polveri e metalli, ha denunciato. In sostanza, se anche molte di queste sostanze sono in linea con i parametri di legge, combinandosi tra loro possono provocare reazioni chimiche secondarie, con trasformazioni in nuovi prodotti altamente tossici noti come “distrattori endocrini” quali ad esempio la diossina.

Grave anche l’assenza di sistemi di telerilevamento direttamente sui camini e nonostante la presenza della rete cd. interconnessa delle centraline (in tutto 28 ma non tutte funzionanti), nel 1° semestre 2014, in considerazione della gravità del problema, è stato istituito un tavolo tecnico coordinato dal prefetto di Siracusa che si è assunto il compito di aggiornare, col supporto della Regione e di Confindustria Sicilia e di tutte le aziende del polo petrolchimico, il protocollo del 2005, ormai assolutamente superato, per ammodernare la rete di monitoraggio delle sostanze inquinanti, delegando i controlli pubblici all’ARPA invece che al CIPA, aggiornando il catasto delle sostanze inquinanti, e informando (questa almeno l’intenzione) in maniera corretta e trasparente le popolazioni interessate e i comuni relativi.

Si è anche segnalato come negli sfiaccolamenti delle torce degli stabilimenti vengano immessi anidride solforosa ed idrogeno solforato, gas che provocano disturbi per le persone, ma che i limiti di utilizzo normati sono riferiti ai livelli medi nelle 24 ore e che né le amministrazioni locali né le aziende sono dotate di analizzatori che svolgano funzioni di sorveglianza dei livelli di questi gas nell’arco delle 24 ore.

Ma soprattutto è interessante scoprire quali siano gli escamotage messi in campo dalle grandi industrie per almeno ridurre quanto più è possibile il danno economico. Nel 2014 la Procura viene a conoscenza di un accordo transattivo tra l’Isab e il Ministero dell’ambiente con cui la società si impegnava a versare una somma a titolo di contributo per le bonifiche e un’altra somma a titolo di risarcimento del danno ambientale, per un ammontare complessivo di oltre 28 milioni di euro. Ebbene, si è poi appurato che il consiglio di amministrazione dell’ISAB Srl, considerando questa spesa come deducibile, ha abbattuto il reddito di impresa proprio di 28 milioni di euro. Ne è seguita una denuncia della Guardia di Finanza ma, ha commentato il procuratore Giordano, “questo è un esempio di come anche in procedimenti che arrivano a una conclusione vi sia un aspetto di illegalità che induce a riflettere”.

Sembra che le indagini aperte su esposti da parte di associazioni e di privati siano molte e questo significa che rimane necessario da parte dei cittadini mantenere alto il livello di attenzione.

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