Brani di Caliri

Il capitano

Durante la guerra, poco prima dello sbarco, ci furono in Sicilia frequenti bombardamenti e anche nel mio paese si stava all’erta, sebbene fosse un piccolissimo centro  e non ci fossero postazioni tedesche che erano le più bersagliate. Per prevenire il pericolo, si pensò di legare la corda della campana grande del campanile della Matrice all’inferriata del balcone dell’ufficio postale in modo che mio padre – se avvertito per telegrafo – potesse in qualsiasi momento suonare l’allarme e permettere così alla gente di fuggire in tempo.

Nel giugno del ’43 ci fu invece un avviso ufficiale da parte degli Alleati che lanciarono con un aereo migliaia di volantini su cui c’era scritto che si consigliava alla cittadinanza di evacuare il paese perché avrebbero quanto prima bombardato. Tutti pensarono bene di rifugiarsi in campagna, presso case, grotte e ricoveri di fortuna e anche noi trovammo una casetta di proprietà di  amici, in contrada “Cugniprita”, dove in dieci persone ci sistemammo alla meglio in una stanza.

Un venerdì pomeriggi degli aerei sorvolarono Buscemi, seguiti da lontano da tanti occhi ansiosi, ma andarono oltre, verso Palazzolo, su cui sganciarono parecchie bombe. Anche il giorno successivo, il sabato mattina, quando molti palazzolesi erano rientrati dalle campagne pensando che il pericolo fosse ormai scongiurato, i bombardieri fecero un’altra incursione e causarono una strage orrenda: ci furono più di mille vittime e anche quelli che si salvarono furono violati e segnati per sempre.

Noi, dopo li sbarco, ritornammo nella nostra casa e la vita riprese con un ritmo quasi normale. Certo c’erano problemi e interrogativi sul nostro futuro che l’evolversi di una guerra così disastrosa comportava.

Io naturalmente ero inconsapevole di tutto: allora avevo appena due anni. Però tra i quattro e i cinque anni presi coscienza di ciò che era successo, soprattutto del nostro soggiorno in campagna, poiché i miei ne parlavano spesso. Anzi attraverso le loro descrizioni mi pareva di ricordare e intravedere, come in sogno, l’ambiente in cui avevamo alloggiato, una grande tenda militare stesa per terra su cui ci coricavamo e noi bambini che giocavamo fuori, sotto un albero. Il dubbio se il mio fosse un ricordo vero o il ricordo di un sogno, influenzato dai racconti dei miei genitori, mi è rimasto sempre.

Un episodio, in particolare, della nostra breve esperienza di sfollati mi restò impresso, di cui venni a conoscenza appunto dopo qualche anno.

Subito dopo l’armistizio molti soldati, sbandati, giravano per le campagne in cerca di cibo e di abiti civili, nella speranza di poter raggiungere indenni il proprio paese. Due di questi s’imbatterono nella nostra casa: uno entrò all’improvviso col mitra spianato e spaventò a morte i miei familiari. Era un povero soldato ridotto allo stremo e fuori di testa per tutte le cose orribili che aveva visto e per la morte violenta di un commilitone, suo intimo amico. Superata la sorpresa iniziale, mio padre gli tolse facilmente l’arma e lo rifocillò e confortò. Riprese il cammino dopo qualche ora. L’altro invece era un capitano molto gioviale e distinto che si fermò più a lungo, credo qualche giorno. C’erano molte mandorle sugli alberi e mia madre mi raccontava che lui le raccoglieva e, dopo averle sbucciate con una pietra, me le offriva. Questo per quasi tutto il tempo che rimase con noi. Quando faceva qualche pausa per starsene un po’ tranquillo a riposare, mia madre mi diceva che io non lo lasciavo in pace e lo sollecitavo tirandolo con le mani per i pantaloni perché riprendesse il lavoro interrotto: lui amabilmente si rimetteva all’opera.

Il pensiero di questo capitano mi accompagnava sempre, mi sforzavo di ricordare qualche particolare del nostro incontro, scavavo nella memoria e qualcosa mi sembrava  baluginasse dentro di me, uno sguardo, un sorriso, una pietra che teneva in mano nell’atto di schiacciare le mandorle. Pensavo che dovesse volermi bene ed era impossibile che fosse scomparso e io non potessi più vederlo. Nel sogno – ricorrente – gli diedi anche un volto.

Una mattina – avrò avuto poco più di cinque anni – in paese si sparse la voce che in una contrada vicina avevano rubato molte pecore ed era arrivato il capitano per un’indagine, poiché avevano arrestato due giovani che erano ritenuti responsabili del furto. Appena appresi la notizia, provai una grande gioia. Pensavo che probabilmente doveva trattarsi del mio capitano e di corsa andai fino alla caserma dei carabinieri  e aspettai fuori più di un’ora che uscisse.

Non uscì nessuno. Poi mio fratello mi disse che quello che noi avevamo conosciuto era un capitano dell’esercito, non dei carabinieri. Io ancora non sapevo di questa distinzione.

 

I soprannomi                                    

Durante gli anni della mia infanzia, ciascuno di noi fratelli aveva un nomignolo, che non so chi ci abbia appioppato e che ci gridavamo l’un l’altro spesso e volentieri.

La più grande delle mie sorelle era la “scimmia”, le gemelle le “cugnette”, la più piccola la “cugnittina”; mio fratello maggiore “caca sempri”, forse perché da ragazzo aveva preso un purgante i cui effetti si erano protratti qualche giorno più del previsto; quindi, in ordine d’età, mio fratello Micuccio “denti cacciati”, perché da piccolo aveva perduto i denti di latte nel giro di poco tempo ed era rimasto sdentato; Eduardo “tistuni”, che stava per testardo; infine io, “cugnittinu”.

Col passare degli anni ci fu qualche evoluzione perché una delle mie sorelle mi dava del porco e io ricambiavo dandole della troia, una parola questa che mi riempiva la bocca e mi procurava soddisfazione quando la pronunciavo. Mia sorella, che aveva alcuni anni più di me, incominciava a sbraitare offesa e invocava l’aiuto di mia madre perché intervenisse contro di me e io non mi spiegavo la sua reazione: troia era per me solo il femminile di porco e non capivo il motivo per cui se la prendesse tanto.    

Una sera invece, l’ottava della feste principale del paese, mio fratello maggiore, che avrà avuto ventidue anni, mentre io ne avevo otto, se ne stava a discutere beato in mezzo a due belle ragazze, affacciato da una terrazza che dava sulla strada. Io, passando per caso di sotto, fui contento di vederlo e per manifestargli il mio moto improvviso di gioia cominciai a gridargli: “Peppi caca sempri, Peppi caca sempri!”. Scese di corsa, furioso, e mi diede tante di quelle sberle che non mi azzardai più a ripetere quel verso.

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