Luigi Briganti, catturato dai tedeschi, dopo atroci torture, fu condannato a morte ma poco prima di essere ucciso venne liberato dai partigiani. Un altro suo compaesano, Salvatore Francesco Lazzara, comandante “Matteo”, si salvò per uno scambio di prigionieri
La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017
Ufficialmente furono 2459 i partigiani nati in Sicilia che parteciparono alla Resistenza in Piemonte, questi i dati per provincia di nascita: Agrigento 323, Caltanissetta 237, Catania 476, Enna 206, Messina 399, Palermo 277, Ragusa 144, Trapani 218, Siracusa 179). Questi partigiani furono riconosciuti subito dopo l’ordinato scioglimento delle formazioni partigiane, con il processo della smobilitazione e la consegna delle armi, il cui termine era stato fissato per il 7 Giugno 1945. La Commissione regionale piemontese per il riconoscimento delle qualifiche partigiane fu attiva a Torino tra il 1945 e il 1948 sotto la presidenza del generale Alessandro Trabucchi; essa venne istituita, con altre dieci Commissioni regionali, dal decreto luogotenenziale del 21 agosto 1945, n. 518, e vagliò e definì anche la posizione dei partigiani siciliani, parecchi dei quali però, non appena fu possibile, erano già partiti per i paesi di origine e non si curarono mai di ottenere un riconoscimento che in termini pratici non sarebbe servito a nulla e, pertanto, non si è lontani dalla realtà se si pensa che il numero dei partigiani siciliani in Piemonte abbia potuto superare anche le tremila unità.
La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017
Ufficialmente furono 2.459 i partigiani nati in Sicilia che parteciparono alla Resistenza in Piemonte, questi i dati per provincia di nascita: Agrigento 323, Caltanissetta 237, Catania 476, Enna 206, Messina 399, Palermo 277, Ragusa 144, Trapani 218, Siracusa 179). Questi partigiani furono riconosciuti subito dopo l’ordinato scioglimento delle formazioni partigiane, con il processo della smobilitazione e la consegna delle armi, il cui termine era stato fissato per il 7 Giugno 1945. La Commissione regionale piemontese per il riconoscimento delle qualifiche partigiane fu attiva a Torino tra il 1945 e il 1948 sotto la presidenza del generale Alessandro Trabucchi; essa venne istituita, con altre dieci Commissioni regionali, dal decreto luogotenenziale del 21 agosto 1945, n. 518, e vagliò e definì anche la posizione dei partigiani siciliani, parecchi dei quali però, non appena fu possibile, erano già partiti per i paesi di origine e non si curarono mai di ottenere un riconoscimento che in termini pratici non sarebbe servito a nulla e, pertanto, non si è lontani dalla realtà se si pensa che il numero dei partigiani siciliani in Piemonte abbia potuto superare anche le tremila unità.
Per quanto concerne la provincia di Siracusa la suddivisione dei 179 partigiani nei comuni di nascita vede quasi tutte i comuni rappresentati: in testa Noto con ben 24 Partigiani, seguita da Lentini 19, Siracusa 19, Floridia 16, Rosolini 16, Avola 14, Pachino 10, Palazzolo Acreide 10, Sortino 9, Melilli 8, Augusta 7, Buccheri 6, Canicattini Bagni 6, Carlentini-Pedagaggi 5, Francofonte 4, Ferla 2, Solarino 2, Buscemi 1, Priolo Gargallo 1. Cassaro e Portopalo di Capopassero nessuno
Tra i partigiani siracusani vi furono delle figure leggendarie, in particolare due partigiani di Lentini.
Salvatore Francesco Lazzara, nato a Lentini il 16 Maggio 1920, sottotenente di complemento a SettimoTorinese, proprio all’indomani dell’otto settembre del 1943 si attiva per organizzare la Resistenza assumendo, con il nome di comandante “Matteo”, il comando della formazione SAP (Squadre di Azione Patriottica) “Brigata Patria” della quarta divisione garibaldina, che operava nel quadrante orientale di Torino, con il compito di catturare e disarmare tedeschi e fascisti, con sabotaggi e attacchi. Una vita furtiva, con azioni fatte di sorpresa, per danneggiare il nemico e procurare armi e vestiario per i Partigiani della montagna.
Il 3 Marzo 1945 un adolescente portaordini partigiano, pestato a sangue, fa stanare dai brigatisti neri, in una casa di Settimo Torinese, il “comandante Matteo”, Salvatore Lazzara, l’introvabile sottufficiale siciliano. Arrestato e trasferito a Torino nella Caserma Cernaia, al Martinetto, e nella cella 417 delle Nuove, dovette subire tormenti e interrogatori. Il silenzio di quel partigiano di Lentini riservava comunque una fine annunciata, restando il dubbio tra il morire fucilato o impiccato, ma le SAP con i garibaldini della Patria catturarono Marisa, figlia di uno dei più alti gerarchi di Torino e proposero lo scambio dei prigionieri. Il 17 Marzo 1945, alla Caserma Cernaia, Don Paviolo, parroco di Settimo Torinese, consegnò la ragazza e si prese un Turi Lazzara che stava in piedi a mala pena.
Il partigiano Matteo rimase a Torino sino al 25 aprile del ’45 e, a Settimo Torinese, riprese il comando della sua brigata, liberando la città dalle Brigate Nere. Divenne il Primo Comandante Partigiano della Piazza di Settimo libera, formando la polizia del popolo in difesa della democrazia.
La città di Settimo Torinese non dimenticò quel valoroso partigiano ed il 25 Aprile 1981 conferì all’avvocato Salvatore Francesco Lazzara, “Comandante Matteo”, la cittadinanza onoraria, inoltre egli è stato insignito della Croce al merito di guerra e della medaglia d’argento al valor militare per l’eroismo dimostrato durante l’esperienza resistenziale. Non risulta che la città di Lentini o la Provincia di Siracusa, della quale è stato consigliere e poi assessore provinciale, lo ricordi in modo particolare.
Alla fine della guerra, rientrato in Sicilia, Lazzara si dedicherà con successo all’esercizio della professione forense. In particolare, sarà noto alle cronache nazionali per aver contribuito a risolvere il “caso Salvatore Gallo”, riuscendo a fare assolvere il suo assistito, già condannato all’ergastolo, ma accusato ingiustamente dell’omicidio del fratello Paolo, nel corso di un processo che, per il clamore nazionale che ebbe, porterà alla revisione della normativa penale.
Salvatore Francesco Lazzara morirà a Lentini, all’età di 86 anni, il 24 agosto 2006.
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Luigi Briganti nato a Lentini il 24 Aprile 1924, medico chirurgo, deceduto a Lentini il 5 Aprile 2006, nel 1959 gli fu assegnata la Medaglia d’oro al valor militare ed esattamente venti anni più tardi il Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli conferiva anche la decorazione di Cavaliere di gran croce. A queste importantissime onorificenze si aggiunge, a pieno titolo, anche quella di cittadino onorario della città di Casale Monferrato, nel marzo 1983, e della città di Alessandria il 25 Aprile 2003. A Lentini in Piazza della Resistenza un cippo commemorativo in memoria di Briganti, il partigiano “Fortunello”, è stato messo a dimora dal Kiwanis e dall’Istituto del Nastro Azzurro che da anni assegna il Premio M.O.V.M. Luigi Briganti. Appena diciannovenne, nel maggio 1943, Luigi Briganti fu destinato al 64° Reggimento di fanteria ad Ivrea (TO) dove lo sorprese l’armistizio dell’8 Settembre 1943 ed allora, con molti altri commilitoni meridionali, lasciava la città giungendo nei pressi di Boves (Cuneo) ed ivi assistette all’incendio delle case appiccato dai tedeschi, all’atroce visione di un industriale e di un prete dati alle fiamme e all’eccidio di vecchi, donne e bambini, per cui molti di quei soldati decisero di diventare partigiani unendosi al comandante Rino Giuseppe Rigola. Briganti, con il nome di battaglia di “Fortunello”, si vestiva da prete, da contadino, da donna e portava i messaggi agli altri comandanti partigiani, veniva spesso segnalato a Ciriè, Caselle, Caluso, Strambino, Ivrea e in quasi tutto il canavesano, nelle valli e a Torino ove era in contatto con il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale). Da persona di Cigliano (Vercelli) venne fornita la fotografia del Briganti che fu diffusa a tutti i comandi tedeschi e italiani, sul suo capo fu posta una grossa taglia con l’ordine di sparargli a vista. Ai primi di marzo del 1944, nel corso di un’azione isolata, per reperire armi e munizioni, contro impianti militari nemici cadde prigioniero dei tedeschi che lo portarono nel carcere di Casale Monferrato dove subì inumane sevizie ad opera dei tedeschi. Venne interrogato, ma non parlò, se lo avesse fatto avrebbe fatto crollare il movimento della Resistenza in Piemonte. Il processo sommario fatto dai tedeschi fu una farsa, in pochi secondi fu condannato alla fucilazione alla schiena. La reazione di Briganti fu: “Non sono un bandito, io sono un partigiano. Dovete fucilarmi al petto.” La sera del 20 marzo ottenne di incontrarsi con un sacerdote suo amico di Livorno Ferraris (Vercelli) e nell’occasione gli consegnò una lettera da recapitare ai suoi genitori a Lentini. Lettera che non arrivò mai a destinazione perché Briganti il 21 marzo 1944, portato vicino ad un torrente per essere fucilato, venne liberato dai suoi compagni partigiani e, tradotto nel canavese, venne curato dall’ancora non celebre prof. Dogliotti e la lettera, a fine guerra, venne consegnata dal prete agli archivi partigiani di Torino. Mentre veniva portato dinanzi al plotone di esecuzione, in un vigneto del Monferrato, fu scattata la fotografia che ritrae un Briganti ancora sanguinante, non si sa chi abbia scattato la fotografia e come sia finita anch’essa negli archivi partigiani di Torino. Arrestato una seconda volta, nel marzo del 1945, dai repubblichini fascisti, tramortito con i calci di moschetto e trascinato sulla neve per varie centinaia di metri legato ad in carro, venne tradotto a Torino dove non parlò, nonostante le atroci torture e gli interrogatori nella famigerata caserma di via Asti. Briganti sfuggi alla fucilazione perché venne prelevato dalle SS tedesche e portato all’ospedale di Mazzè (TO) dove venne scambiato con alcuni ufficiali tedeschi catturati dai partigiani in Valle d’Aosta. Il giorno della Liberazione, con le stampelle, salì su di un camion imbracciando un mitra e partecipò alla liberazione di Torino. Tornato alla sua Lentini, Luigi Briganti abbracciò i genitori in lutto che da due anni non avevano sue notizie e lo credevano morto. Girò per anni da un ospedale all’altro, al nord e al sud, per le gravi violenze subite durante gli estenuanti interrogatori: bollato alle spalle con un ferro rovente a forma di croce uncinata, il mento, il setto nasale e alcune vertebre cervicali rotti a pugni, calci, colpi di moschetto, le unghie dei piedi strappate con le pinze, spilli nei genitali, sigari accesi spenti sul viso e così via, e poi il dormire con la luce accesa, gli incubi notturni che per anni lo svegliano mentre urla “I tedeschi, i tedeschi! Lasciatemi morire…”. Il 14 novembre 1957 prende la laurea in medicina e svolge la professione con tale abnegazione da essere ancora ricordato nella sua Lentini come “il medico dei poveri”. La lettera del diciannovenne Luigi Briganti, ragazzo del Sud, riflette quelle forti esperienze di storia da affidare alle doverose riflessioni dei figli del Duemila, essa recita: “Cari genitori, mai sono stato calmo come in questo momento; so che fra poche ore per me sarà finita per sempre. Sono contento di aver fatto il mio dovere per la patria immortale e per la guerra partigiana. Contro i nazifascisti io non ho rimorso; ma l’avranno loro quando punteranno le armi contro di me per assassinarmi. Dò i miei diciannove anni alla patria e cadrò contento per questa nostra Italia di martiri e di eroi, sicuro che in un domani ritornerà la libertà a questo Nord Italia ove i tedeschi con l’aiuto dei fascisti di Salò spogliano le nostre industrie e portano via in Germania anche le rotaie ferroviarie e spargono il terrore tra il popolo. Perdonatemi, papà e mamma, se vi ho fatto soffrire. Vi prego di non piangermi; stanotte per la prima volta mi sono confessato e comunicato, appagando il vostro desiderio; però convinto dell’esistenza divina. Vi raccomando il mio nipotino Filadelfo e insegnategli ad amare la patria con tutto il cuore e a seguire la via dell’onore. Sono cattolico e certamente, come il mio confessore mi ha detto, io che ho il corpo martirizzato, troverò conforto e la mia anima si unirà a quella degli altri miei compagni caduti per la libertà. Non ho tradito nessuno; avrei potuto salvarmi, ma al tradimento ho preferito la morte. Ricordo tutti i miei parenti e amici e desidero che il mio corpo venga portato al cimitero di Lentini. Bacio voi, papà e mamma, mia sorella, i miei nipotini, mio cognato. Pregate per me. Vi bacio forte, forte. Vostro indimenticabile figlio Luigi Briganti, “Fortunello della Garibaldi”. Valle di Lanzo. W l’Italia, W i partigiani. 20 Marzo 1944.” Elenco completo dei 179 partigiani siracusani che ufficialmente risultano avere partecipato alla Resistenza in Piemonte; tra parentesi, per coloro che lo hanno adottato, il nome da partigiano.
Provincia di Siracusa
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