Attori italiani, ghanesi, ivoriani, disabili, normodotati… Il regista: “Io rifiuto ogni tipo di selezione. Sulla scena tutti arrivano a riconoscere il proprio limite e a superarlo, specie con la gestualità”. A Siracusa si è esibito al termine di un laboratorio di quattro mesi
La Civetta di Minerva, 20 ottobre 2017
Esiste un luogo al mondo in cui ogni essere umano ha il diritto di cittadinanza. Senza estenuanti percorsi burocratici a ostacoli. Senza l’eroico digiuno a staffetta dei nostri parlamentari. Senza la necessità di svestire i propri panni per indossare quelli di un paese sconosciuto, sempre troppo stretti o troppo larghi; di imparare una lingua che non ha parole per esprimere la saudade che attanaglia l’anima quando, come la madeleine proustiana, un particolare, impercettibile allo sguardo degli altri, ti ricorda che quella in cui vivi non è la tua terra.
Un luogo che non è un paese, non è una città, ma un laboratorio teatrale a cui il visionario regista palermitano Francesco Paolo Ferrara ha dato vita. Il teatro che fa la differenza è “una sfida artistica ed educativa” che alcune città, non solo italiane, hanno accolto, e che a Siracusa si è concretizzata in quattro mesi di esperienza laboratoriale e nell’allestimento di una performance teatrale dedicata alla storia della città aretusea. Un teatro senza confini geografici, religiosi, culturali, ideologici, senza barriere fisiche e architettoniche, in cui le differenze in un primo istante vacillano e si annullano nell’incontro con l’altro, per rinascere fortificate dalla coscienza che è nella differenza e non nella somiglianza la possibilità di abbattere le barriere sociali dell’odio e della diffidenza.
Allo spettacolo, rappresentato presso l’istituto Sacro Cuore lo scorso 3 ottobre, la stampa locale ha riservato una meritata eco mediatica. Ma quale traccia ha lasciato la singolare esperienza nell’immaginario e nella sensibilità di chi l’ha vissuta in prima persona?
“Sono trascorse poche settimane dalla messinscena teatrale e avverto ancora quel turbinio di emozioni che si amplifica se penso al complesso lavoro che ha preceduto la realizzazione dello spettacolo – testimonia Simona Caruso, consigliere dell’associazione Retina Italia onlus – ; è straordinaria la capacità di Paolo di mettere insieme persone assolutamente diverse tra loro. Parto dal presupposto che il concetto di normalità mi lascia perplessa, e, quando parlo di diversità, non intendo solo le diversità di abilità, ma anche quelle culturali, geografiche, anagrafiche. Durante la rappresentazione ho avuto paura di dimenticare la parte e soprattutto di non vedere, di non percepire lo spazio così come avevo imparato a percepirlo durante le prove. Ma la paura ha ceduto il passo alla solidarietà, alla comprensione, alla disponibilità di tutti verso tutti”.
A interpretare il senso di gratitudine dei venti “attori” italiani, ghanesi, ivoriani è Ivana Mangione, docente di materie umanistiche, per la quale il regista è stato capace “con la sua professionalità e la sua umanità di infondere in tutti quel pathei mathos eschiliano, che ancora oggi forgia ed educa l’uomo e dà senso alla vita, attraverso un’occasione di incontro con l’alterità, di arricchimento reciproco, di apertura verso l’altro a prescindere dalle proprie abilità o dis-abilità”.
Al telefono Francesco Paolo Ferrara ci racconta la sua idea di teatro che concepisce come una vocazione: “Il mio è un teatro che promuove l’accoglienza e rifiuta ogni tipo di selezione. Nel caso di un disabile non mi pongo l’obiettivo di compensare la disabilità con la valorizzazione di una particolare capacità. Tutti arrivano a riconoscere il proprio limite e a superarlo. C’è poi uno strumento che fa sì che coloro che prendono parte al laboratorio si incontrino nella comune difficoltà, il linguaggio dei segni, una lingua semisconosciuta, che pure appartiene al patrimonio culturale del nostro paese. Una lingua iconica che privilegia la prossemica, la gestualità, la fisicità nella comunicazione, e che, in quanto non decodificabile dagli spettatori, attenua la timidezza degli interpreti.”
Ci sono figli di cui la Sicilia, quando sono altrove, è sempre orfana. E l’assenza di Ferraro, che ha fatto ritorno a Trieste dove vive da dieci anni, è già nostalgia nei racconti di chi lo ha conosciuto.
Sopravvive il suo sogno di onironauta, quello della città invisibile, la Cloe calviniana, nella quale per alcuni intensi mesi si è trasformata Siracusa, città capace di accogliere e di promuovere inclusione.
Il teatro certo, con i suoi “alberi di cartone, i palazzi di tela, il cielo di cartapesta, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra, non è il paese della realtà”. Ce lo ricorda Victor Hugo.
Perché dunque la politica dovrebbe rivolgere il suo sguardo al piccolo teatro che fa la differenza di
Francesco Paolo Ferrara? Cosa avrebbe da imparare da un’esperienza tanto umile che ha saputo promuovere il dialogo tra mondi e culture diverse attraverso il linguaggio universale dei segni?
E che per qualche politico teatrante si è trasformata nel consueto palcoscenico in cui rivendicare meriti indebiti?
Il teatro, afferma ancora Hugo, è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco. La politica, da tempo immemore, non è più capace di ascoltare e di parlare a quei cuori.

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