E Aurelio Caliri riveste di note i versi dei poeti

Nel suo nuovo libro, ha musicato i versi immortali di Leopardi, Pascoli e Quasimodo. Il personaggio non è nuovo a queste contaminazioni: ha già collaborato con Salvatore Fiume, col tenore Di Stefano, con i registi Garay e Grimaldi, con Camilleri e Ada Merini

 

La Civetta di Minerva, 6 ottobre 2017

“L’essenza della musica è di svegliare in noi quel fondo misterioso della nostra anima, che comincia là dove il finito e tutte le arti che hanno per oggetto il finito si fermano, là dove la scienza si ferma, e che si può perciò chiamare religioso”: così Marcel Proust nella “Lettera alla figlia di Madeleine Lemaire” citata da Alessandro Quasimodo nella prefazione al nuovo lavoro di Aurelio Caliri, che ha unito musica e poesia nel volume “Canti – Poesie di Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli, Salvatore Quasimodo”, rivestendo di note i versi immortali di tre fra i nostri più importanti poeti.

Il volume, nel quale è possibile trovare gli spartiti delle composizioni di Caliri dedicate a Salvatore Quasimodo, Giacomo Leopardi e Giovanni Pascoli, è impreziosito da chine rappresentanti i luoghi del cuore di ogni poeta: la torre del borgo antico e Casa Leopardi, i luoghi di San Mauro cari a Pascoli, la casa natale e San Giorgio a Modica.

Tra malinconia e struggimento, nostalgia e contemplazione, le note di Caliri si intrecciano alle parole – vaghe, indefinite e musicali esse stesse, oppure nette e coloristiche, ritmo e melodia di sillabe – di tre poeti che ben conoscevano il rapporto tra musica e poesia (citiamo a memoria “la grave / conchiglia soffiata dai pastori siciliani”, “amore di suoni”, la “cantilena di remi e di cordami”, “le voci dei fiumi e delle rocce” e l’oboe “sommerso” di Quasimodo, il “chiù” e le altre onomatopee di Pascoli, attentissimo e sensibile alle armonie più profonde di ogni singolo suono della natura e della propria interiorità oltre che dei fonemi, per non parlare di Leopardi, che non a caso diede il nome di “Canti” alla raccolta di liriche che ha traghettato la poesia italiana nella modernità).

Non a caso crediamo che Caliri abbia scelto, nella sterminata produzione poetica di Leopardi, Pascoli e Quasimodo, testi che alla musica o comunque a voci, suoni, rumori e silenzi fanno riferimento scoperto o velato e che sembrano essere contrappunto l’uno dell’altro: un esempio tra tutti, il “telaio” che “batteva nel cortile” di Quasimodo, così leopardiano nel suo ricordarci Silvia, la sua tela e il “perpetuo canto” che riecheggiava nelle stanze da poco restaurate e restituite alla fruizione del pubblico.

Caliri non è nuovo alle contaminazioni artistiche fra musica, poesia e arte. Ricordiamo le prestigiose collaborazioni con il pittore e poeta Salvatore Fiume, coll’indimenticato tenore Giuseppe Di Stefano, con i registi Roberto Garay e Aurelio Grimaldi, col pianista Bruno Canino nel cd “La voce del vento e, sempre per restare in ambito poetico, con il poeta Salvatore Camilleri e Alda Merini, la poetessa dei Navigli della quale Caliri ha musicato tredici composizioni interpretate da Gabriella Rolandi in “Canto alla luna”.

 

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