Furono 179 i partigiani siracusani in Piemonte

La Resistenza in Sicilia durò poche settimane, ma grande fu il contributo isolano alla Liberazione. Tra il ’40 e il ’43 un convegno a Lentini organizzò la lotta armata

 

La Civetta di Minerva, 6 ottobre 2017

La lotta di liberazione è stata una guerra civile vera e propria in cui talvolta padri e figli, fratelli, parenti si sono venuti a trovare in campi opposti, indubbia la partecipazione popolare che ha aiutato prima i soldati sbandati e poi i partigiani. In tempi di facili revisionismi, di un fascismo che ritorna non tanto strisciante, in cui i partigiani sono presentati come carnefici che si accanirono su vittime innocenti ed essi, morti per la libertà, sono stati equiparati ai morti repubblichini (on. Luciano Violante), dimenticando che i morti sono sì tutti uguali e meritevoli dell’umana “pietas”, ma c’è chi è morto per gli ideali di giustizia, libertà ed uguaglianza e chi è morto al servizio di un governo fantoccio nelle mani dell’occupante tedesco, così come non si possono paragonare i trecento morti con Leonida con i morti persiani occupanti il suolo greco.

A lungo la Resistenza è stata considerata solo una “cosa di sinistra egemonizzata dal partito comunista”: fazzoletto rosso e Bella Ciao, mentre la Resistenza non è il patrimonio di una fazione; è un patrimonio della nazione: case che si aprono nella notte, feriti curati nei pagliai, ricercati nascosti nelle cantine o nei solai, madri che fanno scudo con il proprio corpo ai figli. I sacerdoti come don Ferrante Bagiardi, che sceglie di morire con i suoi parrocchiani dicendo “vi accompagno io davanti al Signore”; le suore di Firenze, Giuste tra le Nazioni per aver salvato centinaia di ebrei; gli alpini della Val Chisone che rifiutano di arrendersi ai nazisti perché “le nostre montagne sono nostre”; i tre carabinieri di Fiesole che si fanno uccidere per salvare gli ostaggi; i seicentomila internati in Germania che restano nei lager a patire la fame e le botte, pur di non andare a Salò a combattere altri italiani, vivendo l’esperienza di una prigionia senza diritti collocati nell’ambigua ed umiliante categoria “speciale” di Internati Militari (IMI).

La Resistenza fu fatta dai partigiani comunisti come Cino Moscatelli, ma anche da quelli socialisti come Sandro Pertini, cattolici come Paola Del Din, monarchici come Edgardo Sogno, autonomi come Beppe Fenoglio. E fu fatta dalle donne, dai fucilati di Cefalonia, dai bersaglieri che morirono combattendo al fianco degli Alleati.

Comunemente si pensa che la Resistenza abbia riguardato solo il Nord Italia ed i suoi abitanti, mentre si dimenticano, per restare su Siracusa e provincia, personalità antifasciste come il Prof. Giuseppe Agnello o le numerose sedi delle leghe rosse e delle camere del lavoro in particolare a Lentini, Avola e Noto, mentre si profilava, soprattutto dopo l’alleanza di Mussolini con Hitler, l’idea di una Sicilia autonoma come sinonimo di libertà dal governo centrale fascista. Tra il ’40 e il ’43 l’iniziativa più importante fu il convegno, tenutosi a Lentini, al quale aderirono i comitati unitari antifascisti, per deliberare e organizzare la lotta armata con l’obiettivo di liberare la Sicilia dall’occupazione tedesca e dal fascismo.

La Resistenza in Sicilia durò poche settimane, ma grande fu il contributo che molti siciliani diedero alla lotta di liberazione nel resto d’Italia. Nel corso dei venti mesi della guerra di liberazione, a nord della Linea Gotica, contrariamente a quanto comunemente si pensa, nelle formazioni partigiane entrò una componente importante costituita da persone del Sud Italia. La conoscenza di questa presenza, rilevante sotto il profilo numerico, èquasi misconosciuta, uomini e donne provenienti dai territori del Sud Italia offrirono un apporto non solo affine a quello delle formazioni partigiane, ma per altri versi con tratti originali segnati da modi di sentire, culture ed esperienze diverse a immagine di un’Italia molto differenziata nei suoi territori.

La definizione di “partigianato meridionale”deriva da una precisa scelta geo-storica:è stato considerato come tale l’insiemedi coloro che sono nati nei territoridelle province liberate dagli Alleati dopol’armistizio dell’8 settembre ’43, corrispondentia sei regioni: Campania, Puglia,Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.

La banca dati del partigianato piemontese risulta composta da 108.421 nominativi complessivi tratti dai fogli riassuntivi dei fascicoli personali, conservati presso l’archivio dell’Ufficio Riconpart, di pratiche esaminate nel dopoguerra, per l’accertamento delle qualifiche partigiane, dalle Commissioni, istituite in base al decreto luogotenenziale del 21 agosto 1945 n. 518. La Commissione piemontese ha esaminato più di novantunmila domande della quasi totalità del territorio piemontese, quella ligure per le formazioni piemontesi che operarono a cavallo dell’Appennino ligure piemontese e che nei giorni della liberazione scesero su Genova, dove vennero smobilitate, e quella lombarda che raccoglie i dati dei partigiani attivi nelle formazioni che operarono in Val Sesia, nel Novarese, nell’Ossola, Cusio e Verbano e che vennero impiegate nella liberazione di Milano, dove vennero smobilitate.

Da questa banca dati generale risultano essere 7.922 i partigiani combattenti, patrioti, e benemeriti provenienti dal sud Italia e attivi nelle formazioni che operarono nel territorio piemontese. In base alla provenienza regionale si evidenzia una maggioranza relativa di pugliesi (31,7 per cento), con forte incidenza dei baresi, da siciliani (30,2 per cento), calabresi, (14,1 per cento), campani (13,1 per cento) e lucani (2 per cento). 179 furono i partigiani siracusani provenienti da Siracusa e da tutti i Comuni della provincia.Per la maggior parte sono militari che si trovano all’8 settembre 1943 a prestare servizio nel regio esercito in Piemonte nei vari presidi distribuiti nella regione o appartengono alle divisioni della IV Armata che sta rientrando in Piemonte proprio nelle giornate dell’armistizio ed è quindi in movimento tra la Francia meridionale e il Cuneese. La crisi delle forze armate sia di presidio, sia della IV armata è drammaticamente rapida. I soldati sbandati che provengono dalle province a sud della linea del fronte (la linea Gustav) non possono rientrare nelle loro case come tenteranno di fare i loro compagni che provengono dai territori a nord della linea del fronte. Queste circostanze fanno sì che una parte significativa di questi soldati venga catturata dai tedeschi e deportata nei campi di concentramento in Germania. Un’altra parte troverà asilo specialmente nelle campagne piemontesi, dove un certo numero di giovani meridionali finirà per sostituire le molte braccia che la guerra ha portato via ai lavori dei campi, mentre una parte più piccola troverà altre soluzioni lavorative nell’industria e in altre attività. Infine un numero significativo di giovani sarà coinvolto nello scontro politico militare e civile che si apre all’8 settembre. Tra questi alcuni risponderanno ai bandi della RSI, altri entreranno invece nelle formazioni della resistenza piemontese.

(I° – continua al prossimo numero)

 

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