Siracusa Resiliente studia proposte per i nostri politici. Necessario impegnarsi per restituire a tutti l’umana dignità salvando chiunque dalla povertà assoluta
La Civetta di Minerva, 16 giugno 2017
I dati che ci vengono forniti dalla confederazione Oxfam e da studiosi come Piketty, Stiglitz e Atkinson (morto pochi mesi or sono) sono concordi nel presentarci una disuguaglianza crescente, assurda, inaccettabile per le nostre coscienze. Ma la questione non trova adeguate risposte attraverso la morale dei princìpi. Amartya Sen ha illustrato con estrema lucidità la complessità della questione, che non ammette risposte semplici ed unilaterali, come quelle che sarebbero facilmente dettate da una visione etica o religiosa o ideologica. L’uguaglianza delle persone è come l’araba fenice. Che ci debba essere è facile postularlo. Cosa poi essa sia, considerati gli aspetti plurimi in relazione ai quali può essere analizzata e l’irriducibile diversità degli aneliti individuali verso prospettive molteplici di realizzazione di sé, è difficile o impossibile stabilirlo. Di fronte a tanta complessità si sarebbe quasi tentati di desistere, ma la drammaticità della situazione impone di non eludere il problema.
Sono passati più di sessanta anni da quando Kuznet (nel 1955) prospettò la sua visione ottimistica con la teoria della U rovesciata: secondo tale curva, con lo sviluppo dell’industrializzazione, la disuguaglianza di reddito crescerebbe inizialmente per poi virare e ridiscendere. Rostow e Lewis arrivarono successivamente a formulare una loro «teoria sull’effetto benefico della diseguaglianza»: essa crescerebbe durante le prime fasi dello sviluppo economico; ma poi si avrebbero salari migliori e benessere diffuso. Ne conseguì un appoggio alla visione ottimistica del capitalismo e del libero mercato che mandò in brodo di giuggiole gli economisti schierati col pensiero dominante: quello liberista diffuso dalla scuola di Chicago. Perché preoccuparsi della diseguaglianza se il pilota automatico conduce a maggiore equità e benessere diffuso? Forzature politiche redistributive sarebbero non necessarie e persino inopportune: meglio assecondare il corso naturale del mercato.
Ma oggi sappiamo che le cose non sono andate affatto nel senso preannunciato da tali ottimistiche previsioni. E solo con molta difficoltà si va facendo strada un pensiero che costringe l’economia a fare i conti con la crescente ed inaccettabile diseguaglianza. Per troppo tempo gli economisti hanno preferito persino evitare di parlare di disuguaglianza ed hanno piuttosto accettato solo di considerare (di sfuggita) il tema della povertà. La povertà è una condizione individuale (a volte frutto di una scelta, altre volte conseguenza di comportamenti implicanti una colpa o una sprovvedutezza dei soggetti). Nei confronti di essa è possibile solo raccomandare la generosità dei governi e dei benefattori. La disuguaglianza invece è l’esito di un processo economico sbagliato, di uno sviluppo distorto, di politiche errate. Essa postula la revisione di impostazioni economiche e di scelte politiche.
Due definizioni rozzamente misurabili ma facilmente comprensibili della povertà. Alla luce delle interessanti considerazioni di Sen, le facili aspirazioni egualitarie impallidiscono. E tuttavia mantengono una loro pregnanza di significato le convenzionali definizioni di povertà assoluta e di povertà relativa. Povertà assoluta è la condizione di chi vive con meno di 2 dollari al giorno. Risulterà essa sanabile solo con crescita economica (ovvero con una torta più grande)? Da un punto di vista logico/razionale: No. La crescita potrebbe lasciare molti a becco asciutto. Dal punto di vista etico (logica dei princìpi) è immorale il genitore che neghi una fetta di torta all’ultimo nato sino a quando … il reddito familiare non sarà cresciuto. Il che vuol dire che bisogna intervenire senza aspettare le calende greche. Stabilire in che modo non è semplice.
Povertà relativa è la condizione di chi vive con meno del 40% del reddito medio dei suoi concittadini. Quest’ultima situazione è sanabile con politiche redistributive, che riducano le sperequazioni di reddito. Se il reddito medio fosse di 50.000 € /anno, con un appiattimento intorno al valore mediano (redditi variabili tra i 35.000 e i 65.000), probabilmente un valore prossimo a 20.000 € (40% del redd. medio) non creerebbe problemi. Consentirebbe una vita parsimoniosa ma decente, tollerabile… Se invece il reddito medio fosse sempre di 50.000 € ma con una curva a guglia o a parabola (e con reddito mediano tra minimo e massimo molto alto, intorno al milione di €), probabilmente la situazione del percettore di un reddito prossimo a 20.000 € sarebbe avvertita con molto più disagio. Quasi come una umiliazione. E questo creerebbe tensioni.
Che la politica debba solo preoccuparsi di tendere ad una mera uguaglianza delle opportunità è un mito recente, sfatato da Stiglitz. Tale uguaglianza delle opportunità costituisce una doppia ipocrisia: sia perché non è affatto vero che tutti abbiano le stesse opportunità; sia perché la formula maschera l’accettazione del principio darwiniano della lotta. Che potremmo esprimere con le formulazioni «dell’uno su mille ce la fa» e dell’«io speriamo che me la cavo».
Oggi nelle nostre società occidentali, nutrite di cultura cristiana e di principi illuministici che affondano le radici nel cristianesimo, ci troviamo in presenza di una disuguaglianza crescente, ovvero di un tradimento dei valori di Égalité e di Fraternité. L’unica uguaglianza (per altro sempre più vanamente predicata) è quella giuridica; ma sappiamo tutti che in Italia i ricchi che scendono in politica per scudarsi con l’immunità hanno molte opportunità di farla franca e che delinquere in Italia significa correre meno rischi di essere puniti. Vedremo presto se negli USA Trump riuscirà a farla in barba al potere giudiziario come ha fatto in Italia Berlusconi.
Fraternité infine è un termine che, non solo in Italia, evoca, piuttosto che la fratellanza cristiana, l’appartenenza a confraternite di incappucciati. I princìpi non sono più un solido appiglio.
Lotta di classe e competizione darwiniana: due paradigmi diversamente disfunzionali.
Si leggeva sui muri della OM di Brescia: «Contro il padrone sciopero selvaggio, blocco, assenteismo, sabotaggio». Un tale concetto di lotta di classe era follia allo stato puro. Si trattava di un livello di antagonismo certamente disfunzionale. Antitetico al progetto svedese per la formazione collettiva del capitale (espresso da Rudolf Meidner, nel suo libro «Capitale senza padrone». Interessantissimo.
Oggi della lotta di classe non rimane nulla. E capitali ingenti “senza padrone” non sono più al servizio di aziende produttive (cofinanziate dai loro stessi dipendenti coi loro risparmi, messi a disposizione come prestito o convertiti in azioni) ma vengono movimentati da soggetti irresponsabili (fondi comuni di investimento) in una guerra finanziaria totale di tutti contro tutti.
Necessità di una visione più razionale e più equilibrata e di un percorso di resilienza.
Oggi appare necessario impegnarsi per ridurre le disuguaglianze, per restituire a tutti la possibilità di una umana dignità; per salvare chiunque dalla povertà assoluta e gli stati dalla schiavitù del debito…Ma non può trattarsi solo di un impegno etico, avvertito da pochi: deve trattarsi di un obiettivo razionale irrinunciabile, condiviso da una maggioranza di teste pensanti e avvertito come inscindibile dal bene comune. Dall’interesse collettivo. Per il bene della società intera. Dell’umanità intera.
Pertanto, sarà opportuno prospettare delle politiche che risultino ineccepibili in base alla logica della responsabilità, non in base a principi etici che, per quanto rispettabili, presentano sempre un punto di debolezza nel fatto di non essere universalmente condivisi.
La struttura logica del discorso resiliente è presto detta: la crescente e abissale diseguaglianza è antieconomica; costituisce un ostacolo per la realizzazione di obiettivi di sviluppo sostenibile, di benessere comune, di difesa delle istituzioni e di salvaguardia e/o di inveramento e perfezionamento della democrazia sin qui realizzata ed oggi fortemente a rischio di involuzione. Ergo, promuovere un cambiamento reale verso una riduzione delle diseguaglianze è interesse comune anche all’1% che oggi risulta detentore di ricchezze eccessive (ma che sono a rischio di volatilizzazione) e di privilegi (fiscali e sociali) incompatibili col bene comune. Il quale consiste nella possibilità concreta di ogni individuo di mirare alla sua piena realizzazione o all’attuazione del suo progetto di vita (Sen). Le ricchezze eccessive finiscono con l’essere puntate sulla bubble economy, dove alimentano un vorticoso movimento speculativo che non durerà in eterno. E che potrà esplodere con effetti rovinosi.
Riusciremo i componenti del gruppo di progetto “Siracusa Resiliente” (creato per iniziativa di Tati Sgarlata) a realizzare un documento di tal fatta con proposte formulate in modo convincente? Quali politiche riusciremo a proporre per ridurre le sperequazioni distributive e retributive? Questi sono i problemi che il gruppo SRRS ha affrontato ieri, 15 giugno, nell’ultimo dei lavori seminariali del corrente anno, prima della pausa estiva. Durante la quale i componenti del piccolo think tank locale leggeranno, rifletteranno e formuleranno ipotesi; che poi potranno essere esaminate collegialmente e confluire in un nuovo documento che il gruppo presenterà ai politici del territorio, chiedendo loro di farsi sostenitori e promotori delle proposte che essi sentiranno di condividere. Il percorso del nuovo documento sarà quindi analogo a quello, già in itinere, contenente le «otto proposte» per una riduzione del debito e del rischio bancario. Subito dopo la pausa estiva saranno presentati gli esisti degli incontri coi politici del territorio.
Anche il nuovo tentativo mira a inserire certe problematiche (e le correlate ipotesi di interventi legislativi) nel dibattito politico, spesso povero di idee. Il gruppo SRRS non intende trasformarsi in formazione partitica o in corrente. Intende invece offrire idee alla politica. Ma chiederà ad essa conto e ragione del modo in cui le avrà portate avanti nelle sedi in cui i nostri eletti sono tenuti a rappresentare le istanze emergenti dal nostro territorio. Un modo nuovo e propositivo di far politica. Da cittadini responsabili. E liberi: senza collare e senza distintivi di alcun partito.

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