Ottenni e novenni hanno vissuto l’esperienza come un gioco divertentissimo. Ma la regista: “Com’è stata difficile per i bambini la dizione delle doppie siciliane!”
La Buona Scuola siamo noi. È questo il concetto che con fermezza è stato evidenziato dagli alunni della scuola paritaria “Disneyland” gestita dalla direttrice Pasqualina Petralito con la fattiva collaborazione degli insegnanti Vera Caruso, Daniela Lupo, Ingrid Munister, Valeria Corbino, Sebastiano Motta. La recita dal titolo “A Mare si gioca” non solo ha esaltato le doti istrioniche dei più piccoli ma soprattutto ha mirato a una rivalutazione del dialetto siciliano, ormai messo in soffitta dai più moderni genitori che quasi sembrano imbarazzati quando uno dei loro figli si esprime in tal modo. Una performance quindi tutta in “idioma siculo” per ricordarci che la nostra lingua originaria, che è storia, tradizioni, cultura, deve essere assolutamente conservata.
Dodici sono stati gli allievi che hanno accettato ben volentieri il progetto didattico, bambini di età compresa tra gli otto e i nove anni: Monica Marotta, Costanza Spuria, Giulia La Mesa, Swuami Daniele, Costante Laura, Maugeri Loris, Minniti Giuseppe, Marino Luciano, Baio Leo, Laudani Giulio, Carnazza Andrea e Mandinu Udawatta hanno vissuto l’esperienza come un divertentissimo gioco sempre all’interno dell’attività di formazione.
Per l’occasione abbiamo rivolto una serie di domande alla dott.ssa Vera Caruso, responsabile della regia.
Come nasce l’idea progettuale dell’iniziativa?
Nasce come continuazione di un progetto già svolto in passato con il Consorzio Mare Vivo di Siracusa dal nome “I Delfini Guardiani”, che mira alla salvaguardia della specie del patrimonio e più in generale della biodiversità sia marina che terrestre. Non a caso facciamo alcune visite ai mercati locali, e nella fattispecie ai venditori di pesce, “i pisciari”, che vendono la loro merce richiamando i clienti in dialetto. Lo scopo è la conservazione delle nostre radici. A ciò si aggiunge anche per la scenografia l’utilizzo di numerosi elementi che si trovano in ambiente marino, per lo più riciclati, prestando così particolare attenzione al problema dell’inquinamento di cui soffre l’intero pianeta. La rete da pesca, conci, nasse sono stati invece forniti volentieri dai pescatori.
Qual è l’obiettivo che si intende raggiungere?
Far comprendere ai bambini di oggi che il linguaggio siciliano è un patrimonio da conservare, che non va usato semmai per trascendere nella volgarità bensì per la sua ‘nobiltà’… come nobili sono i Siciliani.
Ci sono state sovvenzioni da parte di enti privati?
Assolutamente no. Per lo più in queste occasioni la scuola cerca di autofinanziarsi.
Come hanno reagito gli alunni quando è stato detto loro che avrebbero recitato in dialetto che, lo ricordiamo, non viene quasi più utilizzato in famiglia?
Difficoltà enorme, soprattutto nella dizione delle doppie, di fatti il nostro “Beddu” e Patri, risulta anche a noi difficile scriverlo, o ancora “Matri”. La naturalezza che noi adulti abbiamo nell’esprimerci in dialetto si trasforma in difficoltà per i giovani attori. Il lavoro non è stato di certo indifferente, supportare e sopportare i bambini non è impresa facile, ma gradevole, piacevole, ben ripagata perché se è vero che la scuola primaria comporta uno sforzo notevole, il risultato finale ripaga le fatiche.
Quali sono le sue emozioni, riflessioni…
Emozioni è dir poco, di più! Un progetto che avevo in cantiere sin dall’inizio dell’anno scolastico, cosicché alla fine non potevo chiudere nel migliore dei modi. La storia narra di una famiglia di pescatori siciliani con 12 figli che, avvistando quelli che loro considerano delfini, scoprono invece che sono bambini. Qui si focalizza l’attenzione alla tragicità del tema dell’immigrazione che negli ultimi anni vede sempre più spesso le nostre coste siciliane protagoniste.
Bambini, quali sono state le vostre emozioni?
Ci stiamo divertendo molto – rispondono all’unisono – e abbiamo compreso i problemi di oggi senza tanto sforzo.
Solidarietà, rispetto dell’ambiente, rispetto dell’altro, tutti temi che questa volta hanno superato la classica lezione frontale alla quale sovente siamo abituati ad assistere. L’acqua ancora una volta è stata protagonista e fonte di vita come lo sono i bambini. La nostra intervista si chiude a lieto fine, con lo spettacolo, con il teatro metafora di una condizione reale, in piena allegria e gioia come la fine della favola su citata, con il desiderio che tutte le storie vere si concludano con spensieratezza e allegria.

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