Le reazioni: “Non è finita qua”, “Un pateracchio”

Azzerato il referendum”, “Pivelli senza conoscenze legiferano su tutto”, “Le parti bocciate non avrebbero dovuto trovare spazio nella legge regionale”, “Alcuni articoli inseriti nel testo per farla impugnare”, “I giudici non intervengono sull’ossatura generale”

 

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Una presa di posizione che condividiamo è quella di Giovanni Panepinto, deputato regionale e sindaco di Bivona, da sempre schierato con determinazione al fianco dei comitati per la difesa dell’acqua pubblica. «La sentenza della Corte Costituzionale […] di fatto azzera il referendum […] e calpesta l’Autonomia siciliana e le prerogative statutarie. […] La grande lobby dell’acqua non pensi che sia una partita chiusa. […] Credo che questa vicenda metta in discussione anche i rapporti fra il Partito Democratico, il governo regionale che non si è costituito di fronte ai giudici della Corte e che non ha applicato la legge in questi due anni, e il governo nazionale che ha impugnato la legge.

Armao: “Si crei un organismo di autocensura” – Una proposta interessante ma pericolosa. Ci preoccupa una dichiarazione di Gaetano Armao, ex assessore regionale, il quale lamenta «un susseguirsi di norme incostituzionali […] un delirio dove politici senza scrupoli o pivelli senza conoscenze legiferano su tutto, danneggiando i siciliani». A suo avviso occorrerebbe «istituire subito un organismo indipendente che impedisca questo scempio dell’autonomia, indicando sin da subito le norme che non possono essere votate per palese incostituzionalità». Temiamo che la proposta di Armao potrebbe produrre un organismo di autocensura che eserciti un controllo preventivo di costituzionalità (in luogo del soppresso ruolo del Commissario). L’idea in sé non è malvagia, a condizione che tale organismo operi al servizio della salvaguardia dell’Autonomia e non per l’assoggettamento di ogni legge a norme estranee. Oggi i governi e i parlamenti tendono a delegare troppo. A livello internazionale si delega a mediatori privati la stesura di trattati di commercio che poi condizioneranno la produzione di leggi e la loro applicazione, ponendosi al di sopra delle leggi stesse. La delega delle competenze tariffarie ad una autority creata dal potere nazionale ci sembra totalmente in conflitto con la difesa della nostra Autonomia. Quanto sarebbe veramente autonomo un tale organismo di controllo e quanto invece subornabile da parte di lobby e di poteri alti?

Contrafatto: Si è voluto strafare – Continua a remare contro ma resta al suo posto. L’Assessore Vania Contrafatto nel corso di una riunione romana aveva assicurato al governo la sua disponibilità a modificare gli aspetti della legge regionale impugnata da Renzi e si era meritata un cazziatone da parte del deputato Giovanni Panepinto, che le ha fatto notare come le eventuali modifiche della legge siano di competenza del legislativo e non di un assessorato. Ma l’assessore ha continuato a ribadire che le pronunce della Corte riguardano aspetti che, a suo avviso, non avrebbero dovuto trovare spazio nella legge e che lei aveva contestato (o fatto contestare) in sede di Commissione. È vero: ricordiamo esattamente quella riunione di Commissione nella quale la rappresentante della Contrafatto fece mettere a verbale il suo parere contrario. Recentemente ha aggiunto: «Nei mesi scorsi avevamo predisposto un disegno di legge che correggeva le parti oggetto dell’impugnativa. Ma visto che non abbiamo fatto in tempo ad approvarlo e che nel frattempo è arrivata la pronuncia, ora non ha più senso portarlo avanti». Giusto. Si dia pace, l’assessore. Ci chiediamo come mai Crocetta non l’abbia ancora licenziata, come ha fatto (forse per dissensi meno palesi) con i due precedenti assessori (Marino e Calleri).

Leto: “Emendamenti per farla impugnare” – Un comunicato diramato da Antonella Leto sostiene una visione quasi complottistica dell’accaduto: alcuni articoli della legge 19/15 giudicati incostituzionali dalla Corte (in particolare, la disparità di trattamento per la durata della gestione tra pubblico e privato e la determinazione delle tariffe) sarebbero stati inseriti, come emendamento al testo esitato dalla IV Commissione, proprio «per dare l’opportunità a Renzi di far impugnare la legge come è infatti avvenuto». Crocetta inoltre non avrebbe voluto difendere la possibilità delle gestioni dirette e la costituzione dei sub-ambiti da parte dei comuni; per questo avrebbe rinunciato a costituirsi come parte resistente all’impugnativa di Renzi. Al governatore il comunicato rimprovera di non aver messo in discussione i contratti coi privati prima della sentenza della Corte, che boccia vari passi della legge 19/15. La critica si riferisce soprattutto alla posizione «della multinazionale francese Veolia che gestisce, con il 75% delle quote insieme al 25% della regione, il sovrambito regionale Siciliaacque. Crocetta avrebbe dovuto, entro 90  giorni dall’entrata in vigore della legge, cioè entro novembre 2015 valutare “la sussistenza dei presupposti per l’eventuale esercizio di recesso dalla convenzione con Siciliacque spa” ed in ogni caso avviare le procedure per la revisione della stessa, cosa mai avvenuta».

Anche noi troviamo indifendibile la scelta di Crocetta, che non si è opposto alle impugnative renziane, ma non condividiamo le spiegazioni in chiave di complotto fornite dal comunicato. Attendiamo ora alla prova estrema il governatore. Si arrenderà o impugnerà il vessillo dell’Autonomia? Avrà il fegato di avviare un nuovo “Vespro siciliano” incruento per difendere la legge sull’acqua pubblica e lo Statuto dell’Autonomia o si inchinerà ai voleri di Renzi e delle lobby? Se vorrà dare un senso al suo slogan rivoluzionario avrà dalla sua gran parte dei sindaci e parecchi comitati civici per l’acqua pubblica. Altrimenti dimostrerà solo di essersi fatto assorbire dalle sabbie mobili di una politica regionale maneggiona ed inconcludente quanto pronta ad immobilizzare chiunque voglia azzardare qualche passo in direzione di un cambiamento positivo.

Vinciullo: dalla Corte un pateracchio – Il deputato regionale Enzo Vinciullo evidenzia che nessuna impugnativa e nessun pronunciamento della Corte ci fu sulla legge regionale che reca il suo nome (e quello di Marika Cirone Di Marco) e che costituisce stralcio ed anticipazione della legge n. 19/2015, impugnata da Renzi e amputata dalla Corte. Perché ora sì?

Il solerte deputato del nostro territorio stigmatizza l’ignavia di Crocetta ovvero «l’assenza gravissima, immotivata e inspiegabile della Regione Siciliana, che non si è costituita in giudizio, venendo meno, in questo modo, ai suoi compiti istituzionali, che vogliono che le leggi votate dal Parlamento debbano essere difese in tutti gli eventuali gradi di giudizio». Il deputato Vinciullo rileva inoltre con sorpresa il pateracchio che vien fuori dalla sentenza della Corte. Egli ci fa notare, infatti, che «i Giudici delle Leggi non hanno abrogato l’art.1, che stabilisce principi e finalità» […], ed hanno dichiarato «non fondata la questione di legittimità dell’art.1 comma 2 lettera c della legge siciliana» (in relazione alla questione della proprietà pubblica degli acquedotti, pienamente riconosciuta dalla Corte). Ebbene, Vinciullo dice il vero e noi ci limitiamo a sviluppare e a chiarire il motivo del suo stupore. Egli afferma che «La pronuncia dei Giudici delle Leggi non interviene sull’ossatura della legge, ma si sofferma solo su alcuni commi».

In effetti quanto è avvenuto ha dell’incredibile: i giudici hanno certamente esaminano l’art. 1 per poter dichiarare infondata l’impugnativa in merito al comma 2 lettera c di esso; ma sarà loro sfuggito proprio il comma 1, che costituisce il nucleo fondante della legge o l’ossatura di essa, come scrive Vinciullo. Se lo avessero letto con attenzione, avrebbero dovuto trarre altre conclusioni, evitando l’abbaglio di subordinare alle norme sulla concorrenza un «bene pubblico non assoggettabile a finalità lucrative». Oppure avrebbero dovuto contestare tale formulazione di principio, che è il fulcro attorno al quale si sviluppa l’intera legge. Il risultato dell’azione della Corte è una legge che definisce l’acqua bene comune e stabilisce che l’accesso ad essa costituisce «un diritto umano, individuale e collettivo, non assoggettabile a ragioni di mercato»; tuttavia (e in ciò sta la contraddizione) la sua gestione dovrebbe comunque sottostare (nelle intenzioni di Renzi, condivise dalla Corte) alle regole della concorrenza. Errare è umano ed anche i giudici sono uomini. A nostro modesto avviso, se l’acqua è un bene pubblico, ha fatto bene il legislatore regionale (nell’esercizio della sua autonomia, pretestuosamente contestata) a preservarne o almeno a privilegiarne la gestione pubblica. La libera concorrenza sia esercitata in relazione al commercio di prodotti privati. Per comodità dei nostri lettori, riportiamo il comma 1 del primo articolo della legge siciliana sull’acqua.

Art. 1 Principi e finalità. La Regione, ai sensi dell’articolo 14, lettera i), dello Statuto, considera l’acqua bene comune pubblico non assoggettabile a finalità lucrative quale patrimonio da tutelare, in quanto risorsa pubblica limitata, essenziale ed insostituibile per la vita e per la comunità, di alto valore ambientale, culturale e sociale. Considera, altresì, che la disponibilità e l’accesso all’acqua potabile ed all’acqua necessaria per il soddisfacimento dei bisogni collettivi costituiscono un diritto umano, individuale e collettivo, non assoggettabile a ragioni di mercato, così come sancito dalla Risoluzione n. 64 approvata dall’Assemblea generale dell’ONU il 28 luglio 2010.

Così recita il comma 1 dell’art. primo, non impugnato da Renzi né dichiarato illegittimo dalla Corte. Ma allora il seguito della legge dovrebbe essere accettato per coerenza con queste premesse. Le impugnative di Renzi (accolte dalla Corte) ci sembrano in contrasto con le premesse della legge.

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