A due settimane dall’insediamento del nuovo gestore del Servizio Idrico Integrato, lo scarno sito di Aretusacque riporta solo avvisi su interruzioni idriche (mentre riscoppia il caso Ortigia) e la notizia di due importanti interventi di manutenzione sulla condotta fognaria Floridia-Siracusa, descritta in stato di degrado: fessurazioni, infiltrazioni radicali, ostruzioni e cedimenti. Un portale che, al momento, sembra riflettere le stesse crepe delle infrastrutture che dovrebbe monitorare: dell’amministrazione trasparente non v’è traccia, dei servizi digitali al pubblico qualcosa.
Ma al di là delle carenze comunicative, è sul fronte economico che si naviga nell’incertezza. La revisione delle tariffe si preannuncia come un’incognita, preludio a una vera e propria “rivoluzione copernicana” destinata a coinvolgere ogni cittadino della provincia, scardinando situazioni di privilegio e gestionali consolidate. L’impatto maggiore si abbatterà su quei Comuni che storicamente hanno gestito il servizio in economia, applicando tariffe a forfait slegate dall’effettivo consumo, spesso a causa dell’assenza — o del mancato utilizzo — di sistemi di misurazione.
Il panorama provinciale è estremamente eterogeneo: ad Avola, ad esempio, si applica una quota fissa che prescinde sia dalla composizione del nucleo familiare che dalle caratteristiche dell’immobile, ignorando, di fatto, la presenza di giardini, piscine o le croniche interruzioni idriche che affliggono i quartieri storici. A Noto, pur in presenza di contatori, si segnalano ancora richieste di pagamenti forfettari; a Floridia la gestione appare più strutturata, seppur vincolata a bollettazioni annuali; a Carlentini e Palazzolo la gestione comunale mantiene tuttora tariffe contenute.
Una frammentazione che Aretusacque si propone di superare entro il prossimo anno.
È infatti ormai al tramonto l’epoca del “tutto compreso”: un modello che, se da un lato garantiva una spesa prevedibile, dall’altro ha cristallizzato una gestione sottocosto a causa della quale, in molti Comuni della provincia, si è pagato per anni molto meno del dovuto rispetto alle reali necessità infrastrutturali. Di certo il passaggio dal regime a forfait a quello a consumo – che impone l’installazione e la manutenzione di contatori funzionanti – rappresenta una transizione delicata, necessaria per superare decenni di opacità contabile, in un’ottica di sostenibilità, equità e lotta allo spreco che però inevitabilmente verrà percepita dai cittadini, complice una comunicazione istituzionale finora lacunosa, unicamente come un rincaro tariffario.
Poiché il PEF di Siracusa determina un fabbisogno finanziario superiore a 1,2 miliardi di euro — tra costi operativi e 366 milioni di investimenti — la pressione tariffaria sarà costante. Tanto più che il piano prevede una riduzione programmata della morosità, dal 15% al 4%. Per raggiungere tali obiettivi, Aretusacque applicherà politiche di riscossione rigorose: scadenze perentorie, vie legali e, nei casi consentiti, distacchi della fornitura. È assai probabile che tale attività venga esternalizzata a società del gruppo Acea; una gestione in-house avrebbe concesso margini di manovra ben diversi, permettendo di coniugare il recupero crediti con logiche di welfare e tutela delle fasce deboli. Ma la rotta è ormai tracciata.
A dettare le regole del gioco sarà l’ARERA attraverso il Metodo Tariffario Idrico, incardinato sul principio del Full Cost Recovery: non più tariffe decise localmente secondo logiche discrezionali, ma un modello di calcolo che copre integralmente i costi di gestione e gli investimenti approvati, garantendo (almeno sulla carta) la sostenibilità economica del servizio a lungo termine. E poiché il PEF di Siracusa determina un fabbisogno finanziario superiore a 1,2 miliardi di euro — tra costi operativi e 366 milioni di investimenti — la pressione tariffaria sarà costante. Tanto più che il piano prevede una riduzione programmata della morosità, dal 15% al 4%. Per raggiungere tali obiettivi, Aretusacque applicherà politiche di riscossione rigorose: scadenze perentorie, vie legali e, nei casi consentiti, distacchi della fornitura. Un’attività che probabilmente verrà esternalizzata a società del gruppo Acea, laddove una gestione in-house avrebbe concesso margini di manovra ben diversi, permettendo di coniugare il recupero crediti con logiche di welfare e tutela delle fasce deboli. Ma la rotta è ormai tracciata.
In definitiva, la battaglia sulle tariffe si rivela ben più profonda di una semplice questione contabile: è uno scontro culturale che contrappone chi è rimasto ancorato all’idea dell’acqua come “tassa fissa” a una nuova era, dove la gestione del servizio dovrà fare i conti con l’efficienza, o lo spreco, del consumo individuale. A monte di questa transizione resta, ovviamente, la criticità di fondo del modello scelto dai sindaci: la delega a soggetti privati della gestione di una risorsa primaria, il cui necessario recupero di efficienza rischia di trasformarsi in una mera massimizzazione del profitto, sollevando dubbi legittimi sulla tenuta del bilanciamento tra logiche di mercato e la tutela dell’acqua intesa come bene comune essenziale.

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