“Bisogna essere innamorati per venire a Siracusa da così lontano”

Poemetto della pittrice francese canta il mito di Alfeo e Aretusa, con cui la città si identifica. In questa città “il paesaggio è fatale e ha in­ghiottito tramonti che ebbero il fuoco di coloro che sono venuti come me a cantarli”

 

La Civetta di Minerva, 19 maggio 2017

Chiosa il regista e commediografo siracusano Aldo Formosa, nostro collaboratore: “La pittrice francese Marie Thérèse Joly, che abitualmente vive nel triangolo spirituale Parigi-Firenze-Siracusa, ma che si libra in una dimensione senza spazio e senza tempo, ci ha fatto pervenire da Parigi un suo poemetto che è un atto d’amore per Siracusa. Il poemetto canta il mito di Alfeo e Aretusa che è la più alta significazione dei valori della nostra città. Pub­blichiamo il prologo francese così come ella l’ha scritto, affidandolo alle onde del mare mentre sorge il sole nel suo più pregnante significato della vita e la traduzione italiana da ella stessa eseguita. Ma lo pubblichiamo soprattutto perché crediamo che Siracusa, al di sopra di ogni retorica, si identifica col mito eterno dell’amore che in Alfeo e Aretusa trova alimento di vita. Eccolo.

Bisogna essere folle o innamorato per venire da così lontano, attraversare l’Elide che io ho attraversato per seguire una ninfa che fugge senza fiato e che finalmente preferisce annegare sotto gli occhi di tutti i poeti che certo l’aspettavano.

Quando la interrogano risponde sempre la stessa cosa: qui il paesaggio è fatale e ha in­ghiottito tramonti che ebbero il fuoco di coloro che sono venuti come me a cantarli e a conquistarli in coro. Sono venuta anch’io da Atene senza consultare gli oracoli, senza armi e senza nave… Volevo solamente sbarcare senza vascello e senza fare rumore per non turbare il gioco di Artemide e di Apollo sulla riva: forse per im­padronirmi ancora della città, come nel sogno di Ippocrate, diventare Neapoli e trasformarmi in Siracusa, prendere gli dei per mano perché dopo questo giorno mi portino via.

Essere regina di un impero conquistato alla storia, e messaggero per annunciare la vit­toria del Re dell’Epiro, per rifare il cammino percorso, da Nereide per sempre.

E quando verrà la sera, seguire in via sa­cra le processioni che conducevano alla necropoli, delle cariatidi di fiori tra le mie brac­cia; questi fiori antichi che io getto al mio pas­saggio sulla morte di Dafne e degli altri dei che mi hanno portato nel loro corteo.

Oggi, anche se Olimpia ha un po’ scolorito il cielo, il tempo protegge sempre gli amori d’una ninfa perché sono questi amori che nes­suno può fermare a volo, né il tempo stesso, né io, né chi ne ha voglia e chi qualche volta ha provato a più riprese… Mentre io provo ancora invano, il tempo mi ha raggiunto là dove si sono infranti i templi nel silenzio eterno dei secoli: silenzio fatto uomo, silenzio di poeti, di tiranni, di ninfe che hanno deposto le armi e se ne sono andate…

Inutile implorare Atene e piangere Ninfeo, meglio sarebbe prendere la corsa né importa con quale quadriga e infiammato scendere verso il mare.

Quando il mare avrà salutato gli ultimi inviati di Sparta, che saranno lontani, vorrei vedere scoppiare il Plemmirio per non sapere più niente.

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