Cinquant’anni fa, per la prima della commedia “A oriente del sole” di Aldo Formosa. Riproponiamo la recensione critica su La Sicilia scritta nel 1967 da Aldo Carratore
La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017
Ricorre in questi giorni il 50° anniversario di un avvenimento teatrale realizzato al “Trabocchetto” da Renzo Monteforte col suo “Teatro d’Arte”: la rappresentazione della commedia “A oriente del sole” di Aldo Formosa. Fu particolarmente interessante perché fu organizzata una prima rappresentazione con il pubblico in sgargianti abiti da sera le signore e in smoking gli uomini. Lo spettacolo ebbe tanto successo che fu necessario replicarlo in numerose serate successive.
Ricordiamo l’avvenimento riproponendo la recensione critica di Aldo Carratore su la Sicilia del marzo 1967. Eccola.
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Quando, nel 1964, Aldo Formosa, con l’originale televisivo «Un’abitudine a che serve?», vinse il primo premio al concorso nazionale RAI-TV, fu una lieta sorpresa, ma fino a un certo punto. Era, semmai, il crisma di una vocazione per l’arte in genere e per il teatro in particolare, che Aldo Formosa aveva già manifestato in molti modi, col dinamismo della sua attività di scrittore e giornalista.
Non diremmo, dunque, che la sua nuova commedia «A oriente del sole» — tenuta a battesimo dai volenterosi giovani del TAS — fosse attesa come la prova del nove del suo mondo e delle sue capacità di autore.
Il teatro, vario e difforme come la vita, non aderisce del resto a classificazioni e giudizi in assoluto e tanto meno nei riguardi di un giovane ancora alle sue prime scoperte. Al più, la commedia avrebbe potuto darci talune indicazioni sulla sua istintiva attitudine a trasferire sulla scena squarci di vita, sul peso dei suoi mezzi espressivi e della sua tecnica, per intendere le possibilità e gli sviluppi di una produzione in corso di arricchimento e di approfondimenti psicologici.
Riteniamo che i risultati, in questo senso, siano senz’altro positivi.
I suoi personaggi scaturiscono dalla realtà quotidiana, quasi costantemente rilevati in chiave umana e ironica, nel groviglio delle loro situazioni e dei sentimenti.
Da un meccanismo teatrale del genere, che sebbene invecchiato può ancora arrivare ad una lucida tensione, fra rapidi chiaroscuri che mettono in rilievo i meschini egoismi di questa particolare frangia della socialità, Aldo Formosa ha tratto il pretesto per una vicenda varia di situazioni e di caratteri, cavandone notazioni convincenti ed attuali.
Gli interpreti della commedia, ciascuno per il proprio verso, nei loro panni goffi e ridevoli, adombrano in sostanza esemplari abbastanza comuni ed emblematici della vita di ogni giorno. Vale a dire tipi di una certa mentalità, inquinata dal virus dell’ambizione e della più bassa retorica, destinati a crollare miseramente, con pietoso fragore, non senza aver tentato reazioni e ridicoli compromessi prima di accasciarsi nella desolata solitudine.
È il caso di Calorio Zuccalà, il protagonista di «A oriente del sole». Arrivato al culmine del successo, il maturo attore entra nell’ombra ma non sa adattarvisi. Vuol tornare sulla scena a stordirsi ancora degli applausi del pubblico senza rendersi conto di una realtà ben diversa. L’inganno che egli escogita per spezzare i vincoli che lo legano a quella sua grigia esistenza, anche l’amore per una donna impulsiva ed estroversa che pure ha diviso la sua vita con lui, si risolve in una tragica beffa. Rischia di finire in una compagnia di guitti che si trascinano sui palcoscenici di provincia, di sposare la insolente figlia dello impresario, un vecchio trombone che vuole rinverdire le sue glorie, finché non crolla come una marionetta senza filo, ridicolizzato dalla donna, vendicativa e triviale, che lo abbandona per fuggirsene con un commesso viaggiatore di passaggio.
Vicenda e personaggi, come ho avuto modo di notare l’evidente estrazione tradizionalistica del teatro borghese, anche se innervati da un più moderno e spregiudicato spirito indagatore.
Notevoli, intanto, la modernità del linguaggio, la efficacia del dialogo, il gusto mordente della battuta, legati insieme da un filo intermittente e sottile di poesia.
La commedia ha avuto per cornice «Il Trabocchetto», un suggestivo interrato seicentesco, di sapore esistenzialista, trasformatosi per l’occasione in uno di quei teatrini sperimentali, tanto di moda oggigiorno, in cui pubblico ed attori sono quasi a contatto di gomito.
Alterati, così, i rapporti della finzione scenica, l’impegno dei giovani del TAS è risultato molto più difficoltoso. Eppure questi dilettanti, che sappiamo animati da una viva passione per il teatro, hanno sostenuto i loro ruoli con prontezza e disinvoltura, meritando i cordiali consensi del pubblico.
Renzo Monteforte nelle sue vesti di regista, ha saputo evidenziare soprattutto il filone comico del lavoro, senza però perdere di ritmo, sufficientemente sostenuto, pur se non sempre la recitazione è apparsa sobria e scandita, come il testo avrebbe richiesto. Nei panni del protagonista, il Monteforte ha creato un tipo ben caratterizzato, trovando il tono giusto e la misura nelle scene più salienti.
Il ruolo di Medea Cinaghi, fra i più difficili e sfaccettati, è stato reso con molta abilità da Bibi Bruschi, che ha avuto il duro compito di dare coerenza ad un personaggio camaleontico, che nel breve arco dei due atti adopera tutti i registri: la svanita, l’enfatica, l’appassionata, la vendicativa, la calcolatrice, la plateale.
La serva contadinotta, legata al padrone da un amore fedele, è stata interpretala con brio e vivacità da Mary Accolla, forse un po’ troppo invadente e paradossale.
Aldo Spitaleri si è trovato alle prese con un tipo, che vuol simboleggiare l’amicizia spinta all’estremo grado di eroismo e di sopportazione, fin quasi a risultare inconcepibile. Pur fuori della realtà, il personaggio è risultato definito e garbato, grazie all’impegno interpretativo ammirevole.
Lorenzo Spagna ha creato una divertente macchietta del piazzista, Mario Pistorio e Gaetano Campisi hanno superato la prova, rispettivamente nelle vesti dell’impresario e del suo segretario. Bene nella sua scena Lucilla Accolla, cui non manca l’impeto.

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