Decontaminare la zona industriale di Priolo è conveniente

L’analisi dei costi-benefici parla chiaro: 3,6 miliardi di euro di spese sanitarie, contro i 770 milioni necessari per la bonifica. E farlo darebbe sbocchi positivi all’occupazione

 

La Civetta di Minerva, 24 febbraio 2017 

L’analisi parte da un assunto semplice: una “bonifica sostenibile”, ovvero «il processo di gestione e bonifica di un sito contaminato, finalizzato ad identificare la migliore soluzione, che massimizzi i benefici della sua esecuzione dal punto di vista ambientale, economico e sociale, tramite un processo decisionale condiviso con i portatori di interesse», è uno straordinario volano  economico oltre che di risanamento ambientale. In Italia tra i Siti d’Interesse Nazionale (S.I.N.), attualmente sono 44, molti sono molto contaminati e lo stato di avanzamento delle bonifiche lascia a desiderare: sia per i terreni sia per le acque di falda.

Le bonifiche concluse «si avvicinano a una media di circa il 20% (19,94% per i terreni e 18,01% falda), mentre per il 60% è stato attuato il piano di caratterizzazione (60,25% per i terreni e 61,59% falda)». Da queste valutazioni emerge quanto il tema delle bonifiche sia ancora oggi trascurato nel nostro Paese, ma anche quanto potrebbe dare alla nostra economia oltre che in termini di risanamento ambientale. Considerando in 5 anni i tempi per la conclusione degli interventi (al netto dunque dei rallentamenti burocratici), a fronte di 10 miliardi di euro il livello della produzione aumenta di oltre 20 miliardi, innescando 200.000 posti di lavoro in più e ripagandosi in gran parte da solo. Gli effetti finanziari in termini di entrate complessive stimate arrivano a 4,7 miliardi di euro tra imposte dirette, indirette e maggiori contributi sociali.

C’è da chiedersi allora quali sono i motivi per cui non si interviene. Uno «dei principali parametri che condiziona l’attività di bonifica è l’aspetto economico», determinato «sia da fattori tecnologici che dai costi della gestione dei rifiuti ma anche dai tempi lunghi di approvazione e realizzazione degli interventi e, in diversi casi, dalla complessa interlocuzione con gli enti di controllo». Nei siti industriali d’interesse nazionale (S.I.N.) solo il 20% delle aree contaminate è stato risanato. Lo Stato in questi anni ha stanziato rispetto al necessario, poche risorse «nell’ordine di milioni di euro». La metodologia degli interventi dovrebbe puntare molto sui meccanismi incentivanti che lo Stato può mettere a disposizione delle aziende, sul risanamento e sul riuso delle aree, sullo snellimento e razionalizzazione delle procedure, per favorire l’utilizzo di tecnologie in situ, tecnologie innovative diverse da scavo e smaltimento (non ultima il riciclo per quanto possibile dei materiali) ed applicando il principio che chi inquina paga anche all’interno del mondo industriale.                            

Puntare sulle bonifiche sarebbe un investimento produttivo – Sono stati resi noti, inoltre, altri studi con i risultati di una ricerca condotta dall’Istituto Nazionale delle ricerche (Ifc- Cnr) di Pisa diretto da Fabrizio Bianchi, con l’equipe Carla Guerriero, John Cairn e Liliana Cori dell’altrettanto prestigioso Environmental Health e dalla London School of Hygiene and Medecine. Dagli studi epidemiologici correlati con quelli economici si dimostra che le centinaia di milioni di euro necessari ad una completa bonifica ambientale del sito di Priolo, sarebbero meno del  10% di quanto si potrebbe risparmiare per un  beneficio complessivo in termini di spesa per la salute della popolazione della zona nord del siracusano, Siracusa compresa. Viene evidenziato, tra l’altro, negli studi suddetti, che il risanamento ambientale derivante dalla bonifica dei siti, oltre a rappresentare un beneficio netto per la salute, darebbe sbocchi positivi sul piano dello sviluppo tecnologico ed occupazionale.

L’analisi dei costi-benefici parla chiaro: 3,6 miliardi di euro di spese sanitarie, contro i 770 milioni di euro necessari per la bonifica. Nell’analisi sono considerati oltre i costi sanitari diretti ed indiretti, la perdita di produttività. Secondo questo studio, rimuovendo l’esposizione ambientale si potrebbero evitare, ogni anno, decine di casi di morte prematura (per Priolo ad es. 47), sempre per Priolo 281 casi di ricoveri ospedalieri per tumori e 2.702 ricoveri ospedalieri per tutte le cause che riguardano gli effetti negativi sulla salute che derivano dall’inquinamento del suolo, del sottosuolo e dai fondali marini contaminati.

Questo studio ha avuto lo scopo di quantificare i benefici monetari risultanti dagli interventi di bonifica e risanamento ambientale nei siti contaminati. Il metodo usato è stato quello di utilizzare una funzione danni per stimare il numero dei risultati di danni alla salute imputabili all’esposizione dell’inquinamento industriale. Con le analisi e le indagini sulla sensibilità dei risultati con il tasso di sconto del 4% su 20 anni, si calcola che il potenziale beneficio economico di rimozione dell’inquinamento industriale per Priolo è di 3 miliardi e 592 milioni di Euro, pertanto dato il numero annuale di esiti di salute imputabili all’esposizione di inquinamento, la bonifica ed il risanamento ambientale di Priolo dovrebbe essere una priorità e l’analisi di costi-benefici, in economia di scala, risulta vantaggiosa.

L’esposizione da inquinamento comporta minore speranza di vita – L’esposizione all’inquinamento provocato comporta un impatto negativo sulla speranza di vita e lo stesso vale per le discariche per i rifiuti. Da sole, le cinquanta più grandi discariche a cielo aperto del mondo influenzano pesantemente la vita quotidiana di 64 milioni di persone, una popolazione più vasta di quella italiana e paragonabile a quella francese. Le discariche a cielo aperto stanno diventando un’emergenza sanitaria globale, anche se siamo ben consapevoli del fatto che la chiusura di una discarica non sia semplice. Richiede un sistema di gestione dei rifiuti alternativo, con un’adeguata pianificazione, capacità istituzionali e amministrative, risorse finanziarie, sostegno sociale e infine consenso politico.

Tutte queste condizioni sono davvero difficili e talvolta impossibili da soddisfare nei paesi in cui le discariche sono il metodo dominante di smaltimento dei rifiuti e il livello di qualità della governance è discutibile. Per questo l’Associazione internazionale rifiuti solidi (Iswa) ha redatto un rapporto, una road map dei passi necessari da compiere definita come «risposta minima» contro l’emergenza sanitaria, cui si affiancherà un’alleanza mondiale per cercare di rendere operativa la strategia Rifiuti Zero e l’economia circolare.

Le discariche sotto infrazione europea – In Italia il problema delle discariche è grave. Persino il Ministero dell’Ambiente ha riconosciuto che il nostro Paese è ancora sotto infrazione dell’Unione Europea per la presenza di 133 discariche abusive sul territorio nazionale, ingombrante presenza che ci impone il pagamento di una multa annuale. D’altra parte, anche le discariche legali – che dovrebbero rappresentare il necessario ma residuale, ultimo anello nella gerarchia della gestione rifiuti – rappresentano un’opzione abusata: lì finisce il 31% dei rifiuti urbani italiani, contro il meno dell’1% registrato da Germania, Svezia o Belgio.

Si può risalire la china con una corretta gestione, con un approccio olistico e con delle fasi precise: ridurre, riusare, riciclare, recuperare, poi con incentivi fiscali si può raggiungere l’obiettivo. Non ci sono più alibi, con questi metodi in molte città sono stati raggiunti ottimi risultati, basta metterli in pratica, senza però dimenticare che il cuore del problema non potrà essere risolto agendo sul rifiuto, ma a monte: se ogni anno l’umanità estrae oltre 70 miliardi di tonnellate di risorse naturali è difficile poi stupirsi se i rifiuti aumentano.

Oltre ai danni ambientali, pesano sui conti pubblici: comportano una multa annuale da 55,6 milioni di euro. In una forma o nell’altra “l’emergenza rifiuti” è una costante in Italia, e quello delle discariche abusive rappresenta uno degli aspetti più dolorosi. Una presenza assai ingombrante sotto il profilo economico, oltre a quello ambientale: alla loro presenza è imputabile una sanzione semestrale, dovuta dal nostro Paese all’Ue, pari a 27 milioni e 800.000 euro. Ovvero, 55,6 milioni di euro ogni anno, una multa in ogni caso inconcepibile per un Paese come l’Italia.

 

Fonti: Istituto Nazionale delle ricerche di Pisa, Environmental Health,  London School of Hygiene and Medecine,  Ministero dell’Ambiente,  Associazione internazionale rifiuti solidi (International solid waste association o in acronimo Iswa), Green Report,  Luca Aterini.

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