Di Mauro (in teleconferenzaa da Miami): “Il passato può ritornare, per questo è nostro dovere ricordare e vigilare contro l’antisemitismo e il negazionismo”. La città e gli ebrei: permane nei cognomi, simboli e vicoli la presenza dei tanti che ci vissero
La Civetta di Minerva, 10 febbraio 2017
Aprire i cancelli di Auschwitz giusto il tempo per respirare il nauseabondo tanfo di morte che emana la terra. Terra desertificata, isterilita, calpestata dalla bestia che si spaccia per essere umano. Interrogare i morti perché raccontino all’infinito l’inenarrabile. Scheletri barcollanti dalle sembianze umane, brandelli di carne senza identità accatastati l’uno sull’altro, numeri impronunciabili marchiati a fuoco sulla pelle come stimmate blasfeme di un demone del male.
Il giorno della Memoria è un appuntamento rituale con la coscienza, individuale e collettiva, perché scavi nei suoi labirinti più riposti e guardi all’orrore che è capace di generare. Non un “tributo” agli ebrei. Ricorda Elena Loewenthal che “Il Giorno della Memoria riguarda tutti, fuorché gli ebrei che in questa storia ci hanno messo i morti. (…) Non l’hanno neanche vista in fondo: ci sono precipitati dentro. Era buio. Gli altri sì che hanno visto.” È con lo sguardo di chi ha visto ed è rimasto in silenzio che deve fare i conti la nostra coscienza. Perché non è un valore la memoria quando accompagnata dall’indifferenza. Ieri verso l’ebreo che era nostro vicino, nostro amico, e a cui abbiamo voltato le spalle perché è diventato scomodo. Oggi verso lo straniero, il diverso, l’altro da noi, il cui dolore non ci appartiene.
Della memoria come “atto vivo e volontario per ricostruire e ripensare il passato” ha parlato ad alcuni studenti del Quintiliano, durante una videoconferenza da Israele, il rabbino Stefano Di Mauro, che ha testimoniato gli incontri, nella sua attività di medico a Miami, con pazienti sopravvissuti al genocidio ebraico. “Il Passato può ritornare. Per questo è nostro dovere ricordare e vigilare contro l’antisemitismo e il negazionismo. La pace si costruisce sul rispetto di ogni forma di diversità nel nome del pluralismo ideologico, culturale, religioso che può nascere solo dal dialogo con l’altro”.
Presente all’incontro il giovane vice-rabbino Gabriele Spagna, erede, insieme alle nuove generazioni di ebrei, di quella Memoria della Shoah costruita dolorosamente nel tempo dai sopravvissuti, spesso nell’indifferenza del mondo. Gabriele ha raccontato agli studenti il suo viaggio spirituale alla ricerca della propria identità ebraica, alimentato da un’inquietudine che si placa nel ritrovamento delle radici che sono quelle della sua famiglia, della comunità ebraica siracusana, di un popolo intero. Se non fosse per il copricapo che allude ad un atto di umiltà nei confronti di Dio, niente lo distinguerebbe dagli altri giovani siracusani.
Il diverso è simile a noi, non ci spaventa, ci diverte con quell’umorismo tipicamente Yiddish, ci invita a riflettere. A riscoprire tracce “della memoria ebraica nei nostri cognomi, nei documenti, nei simboli, nei vicoli della nostra città. A risentire lo spirito di quegli ebrei che hanno influenzato il patrimonio religioso e culturale dei siracusani”.
Si richiudono i cancelli di Auschwitz. La vita continua a trionfare sulla morte, perché “l’ebraismo – afferma Gabriele – è una cultura della vita”. Risuona nella mente di tutti una parola zachor, (ricorda), come un dovere categorico che non può più appartenere solo alla tradizione ebraica. Perché tutti abbiamo visto in quel buio. E abbiamo chiuso gli occhi.

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