Le sepolture dei bambini sulla “tavola”, la gronda e il vertice, indicante il sorgere del sole nell’equinozio di primavera, sembrano strettamente legati. Se così fosse (come non pare esservi dubbi)… la “tavola” sarebbe servita per il sacrificio rituale
La Civetta di Minerva, 10 febbraio 2017
Nel 1961 segnalai la presenza di un monumento preistorico nella Sicilia Orientale e precisamente in contrada Bargellusa presso Avola. Anche se fino ad allora il territorio di Avola era sfuggito all’attenzione dell’archeologia ufficiale (si conoscevano le poche catacombe segnalate dall’Orsi presso le case Romano in Avola Antica) era risaputo che l’antica Abolla affondava le sue radici in tempi immemorabili. Lo avevano sospettato gli studiosi locali, i quali avanzarono l’ipotesi che il nome della città fosse equazione di Hybla, della storica Hybla Maior!
Oggi nessuno darebbe ragione a Francesco Di Maria, autore di Ibla rediviva, circa la identificazione di Avola con la nota città iblea, ma nessuno oserebbe negare che il territorio non solo è tutto sospetto dal punto di vista archeologico ma presenta chiari ricordi preistorici. Tombe a forno sicule di cultura iblea si ammirano sul Cozzo Tirone e alla pendici dei colli circostanti. Tombe preistoriche furono rinvenute in contrada S. Marco. Tombe sicule, trasformate in ipogei cristiani, vennero alla luce in contrada Bargellusa presso il litorale di Avola.
Proprio in quest’ultima località, nel 1961, notai la presenza di un monumento interessante, ritenuto unicum per la Sicilia. Si tratta di un’opera megalitica, di quel tipo di monumento preistorico detto Dolmen, per essere una “tavola” sorretta da monoliti. In Sicilia non esistevano dolmen. Anzi, era stato scritto e dimostrato che i costruttori megalitici, quelli che avrebbero dovuto portare in Sicilia quel tipo di arte, giunsero troppo tardi dal tacco dell’Italia. Ormai l’arte dolmenica si era spenta da tempo: restava una prerogativa dei popoli sardi e di quelli dell’estremo lembo dell’Italia.
E il Dolmen di Avola? Ovviamente sollevò un vespaio. Chi si riteneva un “pontefice” tuonava: anathema sit! Le dispute furono violente. Tanta reazione ed avversione erano scontate. E non sfuggirono le cause: le conclusioni di taluni studi concedevano solo l’esistenza di ciste semidolmeniche e di tombe di tipo dolmenico “attenuato”; e pur non negando affinità e stretti legami fra i popoli, già costruttori megalitici, e quelli passati in Sicilia, escludevano la presenza di dolmen nell’isola. Motivi? Ostavano ragioni archeologiche e cronologiche.
In Sicilia, tranne le tombe di tipo semidolmenico scoperte da Paolo Orsi a Monteracello presso Comiso, non esisteva l’ombra di un dolmen. I popoli che, passato lo stretto, posero piede in Sicilia giunsero troppo tardi dalla Penisola. Esattamente 300 anni prima dell’avvento dei Greci. Lo dice Tucidide. Quindi intorno all’anno 1050 a.C. Non corrisponde all’età dolmenica. La cronologia tucididea, in verità, non è seguita. Si accetta il computo di Ellanico (o quello di Filisto) basato sulle genealogie dei Greci e sulla data della caduta della città di Troia, Si ottiene una nuova assegnazione cronologica al passaggio dei peninsulari in Sicilia: 1300-1230 a.C. Ma questa datazione più alta è assai lontana dall’età dolmenica! Esclusa l’esistenza di un “Primo periodo Siculo” o “Castellucciano” (XVIII sec. a.C.), sostenuto da Paolo Orsi, ne consegue che tutte le manifestazioni artistiche anteriori al 1300 a.C. non sono da considerarsi opera dei Siculi, di quella gente a contatto con i costruttori megalitici.
Da qualche anno il dolmen di Avola non si considera unicum per la Sicilia. Altri ne sono stati segnalati. Almeno due meritano di essere ricordati: il dolmen di Cava dei Servi, presso Rosolini, e il dolmen di Sciacca. Spetta ora agli studiosi di arte megalitica la soluzione di tanti problemi: la classificazione tipologica, l’assegnazione cronologica, la individuazione del popolo.
Il Dolmen di Avola è ubicato a pochi metri dal letto di un torrente che, fasciando tutta l’area attigua con la sua breve ansa semicircolare, sembra proteggerlo, da oriente a tramontana, entro la cavità di una suggestiva valletta. Il monumento domina la suddetta area. Nel lato occiduo, due platee, ottenute col taglio netto della roccia, digradano leggermente e convergono in forma curvilinea verso la “tavola” monolitica. Il lastrone di copertura raggiunge la lunghezza di m. 8, la larghezza è di m. 5,50. Lo spessore massimo è di m. 1,76 nel lato est per ridursi a m. 0,61 nel lato nord. La perpendicolare interna, allo stato attuale, è di m. 1,55, ma si presume di m. 1,80 circa (fino al piano archeologicamente sterile). La costruzione dolmenica si eleva per m. 3,30. Il lastrone monolitico poggia essenzialmente su tre pilastri. Il soffitto è piano. La presenza di linee curve in prossimità dei pilastri fa assumere all’edificio una vaga forma templare.
Il sospetto che tale singolare edificio fosse opera dell’uomo non era ancora nato. In verità, si presentava ricoperto di terra e la cavità dava piuttosto l’impressione di un ingrottato naturale. Occorreva liberarlo dalla terra, su cui cresceva spontanea qualche vite, accertarsi se il monumento fosse isolato. L’opera di ripulitura fu portata a termine dagli operai forniti dal Comune di Avola, alla presenza attenta di alcuni esponenti locali. I risultati furono positivi e soddisfacenti, pur nella limitatezza dei saggi. E poiché persisteva qualche ombra di scetticismo in chi era votato a negare l’esistenza di un dolmen, volli ricorrere all’analisi chimica: il responso escludeva qualsiasi ipotesi dell’opera della natura. Non era una grotta formatasi attraverso i secoli per la lenta erosione prodotta dalle acque del vicino torrente.
La “tavola” risultò completamente isolata, non appena fu liberata dalle pietre di riporto e dal terriccio che i contadini avevano frapposto per legarla alla vicina roccia, per il duplice scopo e di guadagnare l’area del lastrone e di realizzare un rifugio nella cavità sottostante. La parte sub divo presentò dieci piccoli loculi. Fu subito notato un rettangolo, inciso sul lastrone, con un vertice rivolto verso l’Est astronomico. Fu recuperato un coccio fittile cotto al sole. E poiché il monolito presentava due gravi lesioni, una delle quali interessava fino alla parte mediana dell’asse, fu necessario sorreggerlo con pilastri.
Osservando attentamente si scopre come e dove ha operato l’intelligenza dell’uomo. Un pilastro, quello occidentale, risulta più basso rispetto agli altri: una grossa pietra calcarea, debitamente lavorata e inserita a cuneo, lo adegua agli altri. Il pilastro rivolto a oriente è levigato per accogliere, ad incudine, un fianco della “tavola”. La staticità del monumento era affidata al pilastro centrale. Il lastrone poteva slittare, ma ecco un ingegnoso lavoro, un vero limbello che, inserendosi nel pilastro, serve da freno.
Il monolito orizzontale resta l’elemento più nobile e più interessante dell’edificio. Anzi, taluni particolari dimostrano che fu oggetto di non poca attenzione. Abbiamo già accennato alla presenza di dieci piccoli loculi e di un rettangolo, un vertice del quale si protende verso l’Est astronomico. Il rettangolo fu creato dalla mano dell’uomo, come si dirà più oltre, e non è un puro caso che esso segni la posizione del sole nell’equinozio di primavera e nell’assieme formi un perfetto quadrante solare. Misura circa m. 1 x 0,85.
Poiché non si tratta di opera della natura, sorge spontanea una domanda: quando e perché furono creati i loculi e il rettangolo? Tento di avanzare qualche ipotesi. I loculi, questo è vero, in origine erano coperti dai relativi titoli. Entro uno di essi ne fu rinvenuto un frammento considerevole. Si trattava di un lastroncino di arenaria conchiglifera. La disposizione dei loculi non presenta un orientamento preciso; ma si può notare una fossa centrale, forse la più antica, attorno alla quale si irradiano tutte le altre. Se questa sistemazione non ha un significato preciso, indubbiamente fa pensare alla prudenza cui ricorsero gli antichi per evitare l’indebolimento e quindi il crollo del lastrone. Ben diversamente si sarebbero comportati (procedendo nell’allineamento dei loculi, per esempio) se si fossero trovati di fronte a un costone roccioso compatto, privo del vuoto sottostante. E questo è rilevante per stabilire il rapporto o meno tra la “tavola” e i loculi. La sepoltura centrale misura cm. 66 x 25. Tre fossette, ben conservate, misurano cm 87 x 35, 61 x 31, 61 x 20. L’altezza media è di cm. 30.
Non c’è dubbio: si tratta di sepolture per bambini, ma non si hanno prove concrete per stabilire l’epoca in cui furono scavate. Sono state avanzate diverse ipotesi: si tratta di cinerari del periodo classico? o di loculi coevi a quelli della vicina necropoli paleocristiana? La prima ipotesi è subito da scartare perché non trova altri esempi e non è confortata da alcun supporto. Risulta, invece, che tutta l’area attorno al dolmen, per vasto raggio, presenta tracce evidenti di due periodi ben distinti: periodo siculo e paleocristiano. Del periodo siculo si possono ammirare alcune tombe a forno. Sappiamo inoltre che alcuni vasi ipogeici cristiani della zona in oggetto furono ricavati dall’ampliamento e dalla trasformazione delle tombe sicule. Questo fu accertato da un breve campagna di scavi.
Trovandoci in un terreno ricco di ricordi cristiani, non sarebbe assurdo pensare che si tratti di sepolture cristiane per bambini. E sarei indotto a crederlo, atteso anche il taglio regolare delle piccole fosse, se non mi sorgessero dei dubbi, del resto fondati. Occorre subito dire che del cimitero cristiano della contrada Bargellusa si conoscono discretamente le caratteristiche più importanti: comprende centinaia di fosse terragne per adulti, decine di ipogei con schema più i meno complesso; qualche sepolcro con “tegurium”. Tutti gli ipogei sono serviti da una breve gradinata. In tutta l’area della necropoli, molto vasta, difficilmente si notano fosse terragne destinate ai bambini. Ma, cosa assai strana, loculi assai piccoli si vedono con frequenza nell’area molto angusta presso cui sorge il dolmen. E precisamente là dove affiorano banchi di roccia a pochi metri salla “tavola”.
Furono i cristiani a riservare un’area della necropoli ai corpi degli infanti? a quelli appena venuti alla luce del sole? Se così fosse, avremmo una nota nuova e molto interessante per l’archeologia cristiana. Invece, ho ragione di credere che i Cristiani non avrebbero affidato i corpi degli infanti a un monolito sospeso nel vuoto, tranne che la roccia si presentasse ancora compatta e non fosse avvenuta l’erosione ipotizzata da qualcuno. Ma, ripetiamo, sarebbe un fatto nuovo: i primi Cristiani riservavano posti di riguardo ai piccoli defunti; e raramente li deposero in loculi sub divo, meno protetti e facilmente esposti alla profanazione.
A mio avviso, uno strano lavoro compiuto sul lastrone suggerisce di pensare diversamente. Si tratta di un elemento architettonico, di una vera e propria gronda ma la cui presenza sulla “tavola” non trova affatto una spiegazione logica, rispetto all’economia dell’edificio, per la mancanza assoluta di funzionalità. L’estremo lembo orientale del lastrone è un quadrante solare, leggermente spiovente e levigato. Lungo i lati corrono due solchi: formano due canaletti di scolo che si ricongiungono al vertice. Non c’è dubbio: fu realizzata una gronda per il deflusso dei liquidi, ma è altrettanto vero che non serviva per il deflusso delle acque piovane, perché tale lavoro interessa una parte assai modesta e marginale del lastrone. Non si tratta, insomma, di una “gronda domestica” usata dagli antichi per proteggere, dalle infiltrazioni delle acque piovane, vani scavati nella roccia o vani catacombali.
Non resta che considerare che le sepolture dei bambini, la gronda e il vertice, indicante il sorgere del sole nell’equinozio di primavera, siano tutti strettamente legati. E se così fosse (come non pare esservi dubbi) possiamo avanzare queste ipotesi. La “tavola” sarebbe servita per il sacrificio rituale di bambini. Un’arula era frapposta tra le tombe e la gronda, là dove si nota un adeguato spazio libero. La presenza di piccoli loculi presso l’edificio non sorprende: facevano parte di un sacro recinto.
Quale popolo eresse il dolmen? E quando? Non è facile dare una risposta. Il vertice della lastra indica l’oriente astronomico. Si può avanzare l’ipotesi che la tribù di questa stazione preistorica praticasse culti e riti legati al mistero delle divinità solari.
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Salvatore Ciancio nacque a Catania il 15 agosto 1921. Quando giovanissimo si laureò in lettere antiche, la sua famiglia si era già stabilita a Lentini. Cominciò quindi a insegnare il latino e il greco, ormai decaduto dall’insegnamento scolastico. Creò e resse l’Antiquarium comunale di Lentini e fu nominato Ispettore Onorario ai monumenti dalla Soprintendenza di Siracusa. Nel tempo libero, la sua curiosità di letterato e studioso veniva attratta dai numerosi rinvenimenti archeologici del territorio circostante la città di Lentini. A Lentini si fece promotore di varie iniziative di scavo che alla fine gli fecero riportare alla luce, sul colle San Mauro, lo splendore della millenaria città greca di Leontinoi. A Siracusa, in Contrada Grotticelle, identificò la vera tomba del grande matematico siracusano Archimede. Fu anche presidente del centro studi archeologici per la Sicilia e direttore dell’Antiquarium di Avola, nella cui città scoprì il Dolmen. La sua opera fu assai varia: dotato di acuta facoltà intellettiva, si occupò di filosofia e di storia patria e soprattutto si dedicò con grande sensibilità e perspicacia allo studio dei ritrovamenti archeologici. Morì ad Avola il 31 gennaio 1984.

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