Recensito da Fahrenheit (Radio3), Augias (Quante Storie, Rai3), La Stampa, La Repubblica. “Io scrivo per passione, ma ci lavoro un sacco. Un libro serio, con la trama, non lo saprei scrivere. Però, che credi, questo libro è serissimo”
La Civetta di Minerva, 28 ottobre 2016
Ma tu lo sapevi che li mettevano in un libro quegli appunti di diario scolastico? Tutto organizzato?
No, sono innocente, giuro!
Però bella ‘sta cosa… uno scrive quattro frasi su quello che gli succede a scuola, al lavoro e poi diventa un libro. Ma come può essere?
Non me lo so spiegare. A un certo punto avevo due mail di due editori diverse che mi dicevano: ma se ne facessimo un libro? E io: sì, vabbe’ dai, è uno scherzo.
Te l’hanno detto all’inizio, in mezzo o alla fine?
Un po’ in mezzo, comunque ho elaborato una specie di teoria sul come e perché possa essere successo che questo diario interessasse a qualcuno.
Sentiamo
Secondo me c’è un punto preciso in cui i fatti tuoi cominciano, si allargano e diventano un po’ i fatti di tutti. Voglio dire: raccontare cosa ti capita in una giornata può essere noioso per te e per chi ti legge. Ma usare quello che ti succede come una scusa per parlare di cose che in realtà riguardano anche gli altri potrebbe essere interessante. Non per tutti, è chiaro, ma magari per qualcuno sì. Ok, nel mio caso per pochissimi, però meglio di niente, no?
E non hai pensato: Minc… almeno mi pubblicavano un libro serio, quello che ci pensi tutta la vita.
Veramente no, mai. Io un libro serio, con la trama, con la storia, col protagonista che attraversa delle vicissitudini e poi alla fine le risolve oppure soccombe, non lo saprei scrivere. Non mi piacciono le storie. Non mi piacevano nemmeno quando ero bambino. E poi questo libro è serissimo, che ti credi?
Vuoi dire che non hai un manoscritto nel cassetto?
Io questi che tengono le cose dentro ai cassetti non ho mai capito che cosa vogliono, che la gente vada a casa loro e glieli apra? Se metti qualcosa in un cassetto è perché vuoi che non venga vista. Ogni volta che un editore mi ha chiesto qualcosa ho dovuto rispondere che non avevo niente e il treno m’è sfrecciato davanti. Dipende sempre dal fatto che non so inventarmi le trame e che, in pratica, scrivo per passione e per divertimento. Il che non significa che scrivo senza accuratezza. Ci lavoro un sacco. Ma secondo me è una cosa che fanno tutti quelli che fanno qualcosa per puro piacere, da suonare uno strumento a montare un galeone dentro a una bottiglia. Gli hobby sono cose serissime, e secondo me, la cosa più brutta che sta facendo alla popolazione mondiale questa sharing economy è che sta trasformando un sacco di passatempi in un lavoro. Non ho ancora capito in che modo, ma sono abbastanza sicuro che sia un danno di quelli seri.
Secondo te quali sono i criteri di scelta e selezione di una casa editrice, quali dinamiche determinano cosa diventerà un libro?
Boh, non lo so cos’è che vogliono le case editrici, forse vogliono tutto, gli interessa tutto, nel senso di: qualsiasi cosa, purché sia piacevole da leggere. E non penso che il risultato dipenda dalle intenzioni di chi scrive: tu puoi anche voler scrivere I fratelli Karamazov e invece ti viene fuori una biografia di Pippo e Simone Inzaghi. O viceversa: vuoi scrivere una scemenza e ti ritrovi a dire cose importanti. Secondo me un libro funziona quando dici delle cose che arrivano agli altri. Di solito, da lettore, quando vedo che qualcuno infiocchetta, penso che sotto, sotto ci deve essere il pacco: siccome non hai niente da dire cerchi di dirmelo molto bene.
Sei stato recensito da Fahrenheit (Radio3), Augias (Quante Storie, Rai3), La Stampa, La Repubblica, chi sto dimenticando?
Le so a memoria, me le rileggo ogni giorno, quindi posso aggiungere: Il Messaggero e La Nuova Sardegna.
Avevi detto che i presentatori li avresti presi a maleparole, poi però ti scantasti… com’è stata l’esperienza di andare in radio, tv, sui giornali nazionali?
Divertente. Molto. Sto facendo una specie di sbornia di attenzioni e presto comincerò a vivere di ricordi e a dire: ma tu lo sai che una volta sono stato ospite in trasmissione da Augias? Lo dico già a mia nipote, che ha solo un anno, però quando glielo dico mi guarda e mi cala la testa. Quando capita un’intervista o una presentazione, la prendo come una specie di gita a Mirabilandia: un giro su un ottovolante, mi viene tanto entusiasmo quanta paura.
Quando hai saputo che il tuo diario sarebbe diventato un libro hai cambiato atteggiamento, stile, sei stato condizionato o no?
No, il diario ho continuando a tenerlo come facevo quando non aveva ancora trovato un editore. A fine anno scolastico, con Alessandro Gazoia (uno degli editor di minimum fax, oltre che uno dei più bravi saggisti in circolazione), che a furia di lavorare insieme siamo diventati amici, abbiamo cucito i pezzi in modo che fossero come dei piccoli cerchi che si chiudono intorno a un cerchio più grande. È un’immagine leziosa, lo so, però secondo me questa cosa ci è riuscita piuttosto bene: il libro non è frammentario, è abbastanza organico, pur non avendo una trama. Ma ovviamente lo dico io, perché è figlio mio, e ogni scarafone …
Pubblicavi il diario anche quando insegnavi a Siracusa nei corsi di formazione professionale. Pensi che quel tipo di diario (storie/ragazzi) non sarebbe stato interessante quanto quello di Sangemini? I nostri ragazzi sono diversi da quelli umbri, o del Nord?
L’Umbria è centro, non è nord, te lo dico perché gli umbri ci tengono, e hanno ragione. La formazione professionale è un mondo a sè: non per i ragazzi, che non hanno nulla di meno e nulla di più degli umbri o dei finlandesi, ma come contesto scolastico, che purtroppo in Italia continua a coincidere con quello sociale. Su di loro ho scritto diversi pezzi, uno in particolare è uscito sia sul supplemento del Sole 24 Ore che nell’antologia “Non si può tornare indietro”. La scuola italiana è ancora molto classista, i risultati dei test Invalsi parlano chiaro, solo che parlano al vento. Come stile, il diario che tenevo quando insegnavo a Siracusa era molto diverso: si trattava più che altro di aneddoti, e ogni episodio era quasi una barzelletta che andava a finire con una battuta a effetto. In pratica non aveva “una voce”, come dicono quelli bravi. Quindi diciamo che come tipo di scrittura era molto più infantile, rispetto a quella di questo libro. Non credo esistano ragazzi o ambienti o persone più interessanti o meno interessanti di altri. La differenza l’ha fatta l’occhio con cui ho guardato le cose, che secondo me, a San Gemini, è diventato un po’ più maturo.
Gli insegnanti, gli alunni quando hanno saputo del libro ti hanno linciato o chiesto i diritti?
Io mi aspettavo le querele. Invece i ragazzi, i loro genitori, la preside e i colleghi l’hanno presa bene. In effetti il libro è tanto vero quanto inventato: loro sono tutti là dentro, ma allo stesso tempo non sono loro: si sono riconosciuti tutti, ma nessuno ha pensato di essere davvero quel personaggio. A modo suo, è un romanzo. E comunque non ho detto male di nessuno.
Scriverai il libro sul secondo anno, e fino alla licenza media dei tuoi alunni o finisce qui?
Non so se scriverò mai un altro libro, però sono abbastanza sicuro che se dovessi scriverlo non parlerebbe di scuola. Veramente, se mi posso permettere di dirlo senza subire cali nelle vendite, nemmeno questo parla di scuola.
Come si fa a diventare scrittore, cosa suggeriresti a chi aspira?
Non lo so come si fa a diventare scrittore: se ci divento, te lo dico.
Ora che sei ricco e famoso lascerai la scuola o continuerai a insegnare?
Insegnare è il lavoro che ho sempre voluto fare. Credo che tutti i lavori, a furia di farli, rischino di diventare routine, e l’entusiasmo del novizio che ho adesso prima o poi svanirà o si attenuerà, è fisiologico. Per questo ho voluto (ma proprio voluto, con un’ostinazione e una volontà che per una volta hanno sopraffatto la mia pigrizia) scriverlo durante questo mio primo anno di ruolo: secondo me non avrò più uno sguardo così “puro” sui ragazzi e sulla classe. Ogni giorno succedeva qualcosa che mi lasciava a bocca aperta: tutto, per il momento, è fonte di meraviglia, e secondo me questo momento “mio” era bello fotografarlo in un racconto.
Tu in fondo hai trovato lavoro grazie alla riforma di Renzi (La Buona Scuola), come reputi questo decreto, è stata una riforma utile?
Ecco secondo me tu hai centrato il punto: la Buona Scuola ha assunto tanta gente. Non è intervenuta sul sistema scolastico o sugli edifici, o sul sistema didattico. Ha stabilizzato dei precari e ha consentito ad alcuni, come me, di ottenere un lavoro pubblico seguendo un percorso da paese normale: fai un concorso, lo superi, ti danno una cattedra. Nel fare questo, ha fatto anche strage di innocenti: chi aspettava e tribolava da anni non gliela perdonerà mai, e probabilmente ha ragione, ma l’intrico dei canali d’accesso all’insegnamento era così ingarbugliato che si poteva ricominciare solo tagliando il nodo di netto. Io, comunque, non ne so niente di legislazione scolastica, quindi tutto quello che ho detto qui lo dico e qui lo nego: il libro non è un parere sulla buona scuola, è un racconto. C’è dentro un’esperienza, la mia, senza nessun giudizio di valore.
Sei ancora a Sangemini? Com’è l’acqua lì? È vero che bevete quella di rubinetto? E i ragazzi ti chiedono di andare spesso in bagno?
Sono a San Gemini anche per quest’anno scolastico. L’unica delusione che mi ha dato questo borgo incantato è stata scoprire che gli abitanti comprano l’acqua in confezioni da sei bottiglie, come noi. E oltretutto comprano tutti la Fabia. Io compro la San Gemini per principio. E sono io a chiedere in continuazione ai ragazzi di poter andare in bagno.
A proposito: funzionano i bagni? C’è la carta igienica?
La scuola di San Gemini (così come quella di Acquasparta, di cui è un plesso) funziona bene. Nonostante sia ospitata in un antico convento, un edificio cioè non pensato per essere una scuola, è tenuta con cura da tutti: dall’amministrazione comunale, dal personale che ci lavora, dai ragazzi, dai genitori. Piccole migliorie, interventi e riparazioni a volte vengono fatti gratis dagli stessi cittadini. Ogni anno la scuola organizza dei piccoli spettacoli o delle manifestazione sportive apposta per creare un fondo cassa. Non ci fai molto. Però serve a fare gruppo. L’Umbria è fatta per lo più di piccoli centri, tutti con una storia comunale alle spalle e con un passato recente fatto di amministrazioni di sinistra: il senso della comunità è ancora forte.
Ora ti sei montato la testa, ti senti Salinger?
Sì. Il libro l’ho scritto apposta per potermi montare la testa e farmi la foto in posa da Salinger che assicuta i paparazzi. Peccato che non ci sono paparazzi da assicutare.
È vero che chiedi alla zita di raggiungerti spesso perché ti manca la caponata della mamma, il cannolo, l’arancina?
Io per cucinare sono negato, vado avanti a Quattro salti in padella e prosciutto di Norcia. Per cui ospito parenti, amici, anche semplici conoscenti o perfetti sconosciuti: chiunque, purché porti cose buone da mangiare. Che siano congelabili, soprattutto, grazie.
Ok, abbiamo finito
Lo scrivi che il 30 ottobre alle ore 11, alla libreria Gabò, in C.so Matteotti c’è la presentazione?
E vabbè
Ti offro un’arancina

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