Interviste alla scrittrice e a Tatiana Alescio, regista di “Viola Foscari” in scena l’8 novembre al Vasquez. “Lei si è innamorata del personaggio nel romanzo e l’ha sceneggiato”
La Civetta di Minerva, 28 ottobre 2016
Tea Ranno ha pubblicato nel 2006 “Cenere” e nel 2007 “In una lingua che non so più dire”, entrambi per le Edizioni E/O. Nel 2012 “La Sposa vermiglia” e nel 2014 “Viola Fòscari”, entrambi per Mondadori. È di Melilli ma vive e lavora a Roma.
“Viola Fòscari” va a teatro, com’è successo? È la tua prima volta?
“È la prima volta, sì. È successo che Tatiana Alescio, complice Valeria Annino che le diede il libro e le disse “leggilo” s’è innamorata di Viola. E, come in tutti gli innamoramenti veri, è scoccata la scintilla della fecondità per cui Tatiana ha dato alla mia Viola un’altra vita, con forme, figure, voci, cunti, canti, sospiri, rabbie e intemperanze del cuore che sono suoi, e anche miei, pur se espressi in maniera diversa”.
In effetti, i tuoi testi si prestano alle trasposizioni, “La sposa vermiglia” potrebbe diventare un film.
“Il film scorre dentro la mia testa mano a mano che scrivo: i personaggi si muovono, scelgono, s’inguaiano, si librano, acquistano dignità, forza, pochezza o libertà nello schermo che è la mia mente. Sono in molti a dirmi che, leggendomi, è come se vedessero un film. E io sorrido, perché significa che il mio film è diventato il loro”.
Le trasposizioni però, hanno dei rischi, spesso i film o le opere teatrali tratti da libri deludono il lettore affezionato.
“Perché volontariamente lo scrittore lascia – intanto che narra – delle parti incomplete che sarà la fantasia del lettore a colmare con la propria esperienza. Perciò, spesso, un libro sembra più bello del film o dello spettacolo che ne viene tratto: perché la lettura si impasta di noi, di esperienze che il romanzo ci richiama al cuore e alla mente, di spaventi che ci siamo presi, lutti, mancanze, gioie grandissime che abbiamo sperimentato e che si sono sedimentati nella nostra anima, pronti a risorgere non appena la parola giustamente evocativa li risveglia”.
Hai avuto modo di contribuire, collaborare alla sceneggiatura, o hai dato mano libera?
“Carta bianca a Tatiana, che è stata fedelissima al testo. Nessuna paura di manipolazioni o stravolgimenti: lei s’è innamorata della Viola che viveva la sua vita nel romanzo, ed è quella che ha sceneggiato”.
I personaggi/attori li hai trovati corrispondenti al tuo immaginario?
“Non appena li ho visti recitare, sì, senz’altro. Sono diventati loro, i miei”.
Cosa può dare in più (o in meno) l’opera teatrale rispetto al libro?
“Parole, voci, respiro, atmosfere reali. Nel libro, come dicevo prima, il film è tutto nella nostra mente, a teatro i personaggi li vedi, li senti, li cogli nella loro realtà di esseri incarnati”.
Tatiana Alescio e la Compagnia Trinaura, che ne dici?
“Che mi hanno emozionata. C’è stato un pranzo a casa di Tatiana in cui mi sono trovata davanti i personaggi (Viola, Paolo, Lietta, Bice…). Li guardavo e li collocavo mentalmente all’interno delle pagine del libro, dentro le varie scene. Poi, però, la bellezza delle persone ha fatto conflagrare il libro e ci siamo ritrovati a parlare di arte in molte delle sue forme, ma anche di figli, famiglia, biglietti del treno e scontrini del supermercato, complimentando la padrona di casa per un gelo di cannella, da lei superbamente preparato, che ci ha congedati con una dolcezza che non era solo del palato”.
Tatiana Alescio, laureata in Arti Visive e discipline dello spettacolo, regista, scenografa e drammaturga, ha collaborato per molti anni con l’INDA. Nel 2009 ha debuttato al Teatro Greco di Siracusa con la regia de “Le Supplici” di Eschilo. E’ fondatrice della Trinaura. È stata finalista al Premio Shoah 2014 dell’Università di Tor Vergata con il testo “Io sono il mio numero” da anni in tournèe nelle scuole. Attualmente è direttore artistico del Teatro Garibaldi di Avola.
Com’ è che “Viola Fòscari”, il bel libro di Tea Ranno, è diventato “Donna Viola”?
“L’idea di rappresentare Viola Fòscari in teatro nasce da un innamoramento, da un’autentica passione per il personaggio di Viola. Leggendo già le primissime pagine del romanzo di Tea, Viola appare donna nell’accezione più nobile del termine, s’impone al cuore di chi legge per la sua spiccata personalità, la sua sensualità mai volgare che attira le stesse donne. Viola è madre attenta, è moglie ambita, è avanti su tutti, sui tempi. Sa gestire con garbo le avances dei tanti uomini che la corteggiano. Viola è icona di bellezza e di eleganza; è straordinariamente autentica, pragmatica, ma non disdegna sognare, viaggiare con la fantasia. Ma è anche fragile e cade in errore come tutti, allora diventa umana… e non puoi non amarla. Ecco perché, da regista, non ho saputo resistere alla tentazione di darle corpo, voce, volto, movenze, liberandola dalle strette pagine di un libro”.
La sceneggiatura, l’adattamento è un’operazione difficile
“Certo, l’impresa è ardua non poco, ne ho piena contezza e non solo per la trasposizione delle quasi 400 pagine, ma anche per la responsabilità di manipolare creature inventate, immaginate dalla scrittrice, ed infine per il giudizio del pubblico: quando si assiste alla messinscena di un romanzo (e lo stesso vale per il cinema), il più delle volte si rimane delusi perché ciò che abbiamo immaginato durante la lettura è semplicemente diverso da ciò che i nostri occhi stanno vedendo.. Questo rischio è l’incubo ricorrente che accompagna le mie notti oramai a ridosso del debutto. Ma tant’è! Ho sondato l’eventuale desiderio di Tea di incontrare Viola a teatro. Ottenuto il suo felice assenso, ho tratto il copione in brevissimo tempo rimanendo assolutamente fedele alla trama e ai personaggi principali, accorpandone alcune volte quelli minori, tralasciando storie collaterali e digressioni che poco avrebbero aggiunto alla messinscena, ma ne avrebbero allungato oltremodo i tempi. Ogni seppur inevitabile taglio è stato davvero difficile: adoro la straordinaria penna di Tea (anche quando scrive la lista della spesa!)”.
I personaggi, come li hai scelti, come ti hanno ispirato?
“Tutto il cast soddisfa appieno la mia idea di interpretazione e regia. Non ho scelto attraverso provini, ma su chiamata dei singoli attori: sapevo chiaramente chi avrei voluto!”
Vi siete autoprodotti, è una bella scommessa
“Donna Viola è un’autoproduzione, anche in questo caso una produzione Trinaura, la nostra Compagnia che ad oggi, ha all’attivo oltre 30 produzioni teatrali. È un azzardo, lo so, ma sono una regista azzardusa!”
Hai voluto evidenziare la passione, il tradimento, la storia d’amore o quale aspetto?
“Definire la storia di Viola una semplice storia d’amore o di passione equivale a sminuirne la figura, oltre a non averne compreso fino in fondo l’essenza. Ciò che vedremo in scena è dunque l’universo femminile nella sua complessità, con le sue contraddizioni, il travaglio di una donna eccezionale, ma ribadisco umana, tentata da un abbagliante raggio di sole in un momento buio della sua esistenza (capita!). Il periglioso percorso che sfocia nel compromesso, le scelte combattute, un destino capriccioso. Diffido delle donne che non cadono, né avrebbe senso portarle in scena. Amo piuttosto raccontare quelle che consapevolmente o meno scelgono di cadere o semplicemente cadono, ma sanno rialzarsi, e ci si può rialzare in mille modi. Viola si rialza più forte, più dignitosa, migliore”.
Quanta Tatiana Alescio c’è in Donna Viola?
“Cosa abbiamo in comune io e Viola? Molte cose e nessuna, ma porterò un po’ di me in scena: è inevitabile”.

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