“La Costituzione va difesa per non arrenderci al mercato globale”

Raniero La Valle e il referendum: “La riduzione del controllo democratico dettata dagli interessi dei grandi della terra”. Sintesi del robusto discorso tenuto a Siracusa a sostegno delle ragioni del NO

 

La Civetta di Minerva, 30 settembre 2016

Undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi; è in corso una terza guerra mondiale non dichiarata; i grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati di tutto il mondo, non sanno come evitare la catastrofe ambientale né come promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra. Decidono solo di ridurre i poteri della politica. Per armare i mercati e lasciare campo libero alle speculazioni finanziarie.

L’Italia è a crescita zero; la disoccupazione giovanile è una piaga; il lavoro è precario: i licenziamenti sono aumentati; i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo; la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone. Anziché tentare di sanare queste piaghe, si pensa a varare una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e in una sola persona. E si promuove una riforma peggiorativa della Costituzione che depotenzia la democrazia e rafforza il governo.

E’ il momento di dire la verità sul referendum; che non è quella che ci viene raccontata.

Ci dicono che la prima virtù della riforma costituzionale sarebbe il risparmio sui costi della politica. Ma, secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il risparmio è solo di cinquantotto milioni, i compensi dei senatori, mentre resterebbe il costo complessivo del Senato intorno ai cinquecento milioni.

L’altra virtù sarebbe il risparmio sui tempi della politica con l’abolizione della cd navetta delle leggi tra Camera e Senato. In realtà i tempi della produzione legislativa si allungano poiché si introducono sei diverse procedure legislative che coinvolgono ambedue le Camere. Ciò crea un groviglio di competenze che dovrebbe essere risolto dai presidenti delle due Camere.

Asseriscono poi che col referendum si assicurerebbe la stabilità politica mentre, almeno fino a ieri, ci dicevano che, se perde il referendum, Renzi se ne va. Queste non sono verità, ma propaganda spicciola.

Per trovare la verità nascosta, per capire il vero movente del referendum, bisogna cogliere e collegare gli indizi, come si fa per risolvere ogni giallo.

Il primo indizio è il cambio di strategia: Renzi aveva detto che su questa riforma si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui e che avrebbe fatto questa riforma su suggerimento di altri (nominando esplicitamente Napolitano). Ma è noto che prima ancora di Napolitano c’è stata la banca J. P. Morgan che, già in un documento del 2013, ha indicato quattro difetti delle Costituzioni (da essa ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; la tutela costituzionale del diritto del lavoro; la libertà dei cittadini di protestare contro le scelte non gradite del potere.

E prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era, allora, la lotta al comunismo. Lo stesso indebolimento della democrazia vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali; e, a tal fine, hanno mobilitato i grandi giornali che li rappresentano. Il Financial Times e il Wall Street Journal, ad esempio, dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe. Così l’ambasciatore americano; se vincerà il No – ha detto – gli investimenti se ne andranno. Le richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma di Renzi, infatti il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo. E il Senato è stato reso così brutto e deforme che anche i sostenitori del Sì ammettono che sarebbe meglio toglierlo.

Se la riforma sarà approvata, il potere esecutivo sarà anche padrone del calendario dei lavori parlamentari. L’equilibrio tra il Parlamento e il governo viene poi alterato: la fiducia proverrebbe da un solo partito. Infatti la legge elettorale Italicum consentirebbe a un solo partito di avere – quale che sia la percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio – la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 deputati su 615). La fiducia sarebbe ridotta a un rapporto tra il capo del governo e il suo partito. La maggioranza parlamentare ricadrebbe sotto la legge della disciplina di partito.

In ossequio ad altre richieste di poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compressi dal Jobs act.

Il rapporto tra Stato e Regioni subisce un rovesciamento in quanto dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un centralismo esasperato. Inoltre sono fissate nuove procedure che renderanno più difficili le forme di democrazia diretta, come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una diminuzione della possibilità di intervenire nei confronti del potere.

Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni rappresenta una progressiva limitazione del potere. Le libertà dipendono dal fatto che il potere non sia assoluto e incontrollato, ma convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e mitigato dal costante controllo democratico. Questo sistema di controllo ora viene smontato, per cui la democrazia in Italia diventa ad alto rischio.

A ben vedere, non è in palio il destino di Renzi; infatti quanti sono interessati a questa riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi; interessa una riforma che rafforzi il potere.

Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione. La partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come voleva fare Renzi. I sondaggi e le sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più preparazione. Per acquisire la superiorità sul terreno prima dello scontro era necessario un riarmo: un controllo totale dell’informazione. Non solo dei giornali, di fatto già posseduti, ma di radio e TV. Obiettivo perseguito con le nomine RAI.

C’era anche un disperato bisogno di tempo per distruggere (prima del referendum) il principale avversario e fautore politico del No: il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi.

E servono anche i tempi supplementari per distribuire soldi con la legge finanziaria. In cambio dei Sì.

C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto, Prodi dice che non si pronunzia per non turbare i mercati e non destabilizzare l’Italia e l’Europa. Dunque non è una questione solo italiana, ma riguarda anche l’Europa e potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo. Il 1991 sembra aver concluso il Novecento, “il secolo breve” di Eric Hobsbawm; il ’91 è stato considerato l’inizio di un nuovo secolo, di un nuovo millennio e di un nuovo regime che, nella follia delle classi dirigenti, doveva essere quello definitivo, tant’è vero che un economista famoso (FrancisFukuyama) lo definì come la “fine della storia”.

Ben dieci anni prima dell’11 settembre 2001 si trasse profitto dalla fine del comunismo, estendendo il capitalismo fino agli estremi confini della terra; si approfittò della fine dei blocchi contrapposti per fare del Terzo Mondo un teatro di conquista. Non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, una scelta restauratrice e totalmente reazionaria: disarmare la politica e armare l’economia. Non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l’ostacolo di un mondo diviso in due blocchi politici e militari, l’orizzonte di questo regime, esteso a tutta la terra, fu la globalità, la mondialisation come dicono i francesi.

Qual è stato l’evento attraverso il quale ha preso forma e si è promulgata, per così dire, questa scelta?

Secondo una teoria molto attendibile, all’inizio di un’epoca storica o all’inizio di ogni nuovo regime, c’è un delitto fondatore, anzi, secondo René Girard, esso c’è all’inizio della storia stessa della civiltà. C’è cioè un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società dilaniata dalle lotte primordiali. Secondo Hobbes lo Stato viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della forza, ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà.

Nella storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare viene ucciso molte volte: la soppressione di Matteotti è il delitto fondatore del fascismo; l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra americana, al “nuovo secolo americano”; l’uccisione di Moro è il delitto fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari. Il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale (fondato, come dice il papa, sul dio denaro) è la prima guerra del Golfo del 1991.

La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa

Proprio a partire da quella guerra è stata avviata la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Possiamo esaminare questo processo dal nostro osservatorio italiano. Non è un punto di osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente. Ed era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in segreto. E io posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa, quella del 26 novembre 1991, quando il ministro Rognoni presentò alla Commissione Difesa della Camera il Nuovo Modello di Difesa, a sostituzione di quello precedente, ormai obsoleto perché organizzato in funzione del nemico sovietico che non c’era più.

Il modello di difesa che era scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata; la difesa della Patria, intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stato istituito il servizio militare obbligatorio, che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali i cui compiti, definiti nel 1978 con le norme sulla disciplina militare, erano la difesa dell’integrità del territorio, la difesa delle istituzioni democratiche, l’intervento di supporto nelle calamità naturali.

Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa sul confine orientale e anche la necessità di una deterrenza nucleare viene meno. L’occasione sarebbe preziosa per avviare la costruzione di un mondo nuovo. Tutti i soldi risparmiati dagli Stati per le armi potrebbero essere utilizzati per lo sviluppo e il progresso dei popoli del mondo. Ormai servono meno soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve.

Ma l’Occidente fa un’altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991. Un altro orizzonte viene adottato dalle società industrializzate: quello di «mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di materie prime». Alla contrapposizione Est-Ovest si sostituisce quella Nord-Sud. Tutto è chiaro nel Nuovo Modello di Difesa italiano, scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui facevo parte.

Non più la difesa del popolo e del territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali termini” ovunque sia necessario. Diventano preminenti gli interessi economici produttivi e quelli relativi alle materie prime, a cominciare dal petrolio. La nuova contrapposizione è con l’Islam a cui abbiamo di fatto dichiarato guerra proprio nel 1991.

I compiti della Difesa diventano quelli di “Presenza e Sorveglianza”, “permanente e continuativa in tutta l’area di interesse strategico”; di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida); e, infine, quelli di “Difesa Strategica degli spazi nazionali”, la tradizionale difesa del territorio, considerata però ormai “a bassa probabilità di occorrenza”.

Lo strumento adeguato ai nuovi compiti non potrà più essere l’esercito di leva, ma un esercito professionale e ben pagato. Perciò ben presto la leva sarà abolita.

E’ un cambiamento totale di cui in Parlamento non si è mai discusso, probabilmente perché non erano cose politicamente corrette. Non cambia solo la politica militare, ma anche la Costituzione. Cambia l’idea della politica, cambia la ragion di Stato; cambiano le alleanze e i rapporti con l’ONU; viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti ad alta probabilità di occorrenza. Che avranno come nemico l’Islam.

In Parlamento non si dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge.

Il Nuovo Modello di Difesa non sarà mai discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente corrette. I documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio. Ma intanto lo si attuava. E tutto quello che è avvenuto in seguito (dalla guerra nei Balcani, alle Torri Gemelle, all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso) ne è stato lo svolgimento.

E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale e con la guerra permanente; chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; e il mercato non sopporta altre leggi che le sue. La politica non deve interferire sulla competizione e sui conflitti di mercato. Se la gente muore di fame e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato. E per vincere la competizione darwiniana che si svolge nel mercato.

Le Costituzioni come la nostra (e come le altre invise a J.P. Morgan) non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi. Così ragionano altri. Ma allora è questa la ragione per cui, da parte di tutti gli uomini di buona volontà, la Costituzione si deve difendere. Difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa; l’unico modo per non dare per compiuto, irreversibilmente, il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale.

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