Il solarium ai Sette Scogli autentico sfregio a Ortigia

La vastissima piattaforma in legno snatura la fisionomia di un angolo suggestivo della costa. Enrico Piazza: “Guardo e mi chiedo dove siano finite l’anima e la magia di questo luogo” L’avv. Corrado Giuliano: “Tutti assenti e silenti: Soprintendenza, Demanio, Capitaneria…”

 

La Civetta di Minerva, 24 giugno 2016

Non è un lido, non è un solarium, bensì uno stabilimento elioterapico. Ma lo potete chiamare come volete. In ogni caso si tratta di una struttura sul mare, come per esempio quella su palafitte, sorta qualche anno fa, davanti al Palazzo delle Poste nell’indifferenza generale: un ristorante con spiaggetta attrezzata, da una parte realizzata dal nulla, costruendo sull’acqua, dall’altra recuperando e riqualificando un lembo di Ortigia tra i più degradati e abbandonati, pieno di rifiuti di ogni genere, ignorato da tutti i Siracusani e in particolare da ogni amministrazione che ha guidato la città, l’alibi questo attraverso cui il privato legittima il proprio diritto all’occupazione di spazi pubblici altrimenti non fruiti, e non fruibili (l’infinita querelle sul Musciara Resort della società l’Una del Porto piccolo insegna).

Il nuovo mostro, ancora in costruzione, non va guardato dall’alto per evitare che si ingeneri anche solo il pensiero che sia “elegante” ma visto a livello, da Villetta Aretusa: la vista sul Porto è brutalmente compromessa dal baracchino bar, un muro di legno osceno si oppone allo sguardo.

Come sia stato possibile concedere i nulla osta necessari, in particolare da parte della Soprintendenza, rimane un mistero. Per l’avvocato Salvo Salerno l’ultimo monstrum di un’unica linea invasiva di pedane gazebo tavoli ed ombrelloni, che già collega la Fontana degli Schiavi alla Statua di Giuseppe Garibaldi coprendo le fortificazioni spagnole. Da qui la richiesta di verificare l’autorizzazione paesaggistica.

L’inevitabile dibattito su quello che molti ormai considerano uno scempio, a un passo dalla Fonte Aretusa, ha sostituito, nella cronaca locale, quello accesosi qualche tempo fa sul progetto di un solarium a Cala Rossa, bloccato dalla protesta di un gruppo di cittadini riunitisi in comitato spontaneo guidato dall’avvocato Salvatore Borgia. Come in quel caso, ci si chiede perché non pensare a una diversa dislocazione, per esempio sul lungomare di levante, dove una volta c’era il frequentato Lido Nettuno. Un’occasione, si dice, anche per movimentare una zona un po’ dimenticata e che certamente sarebbe di relativo impatto ambientale. Ma la risposta è semplice: renderebbe di meno come locale notturno, anche in considerazione della maggiore esposizione agli agenti atmosferici.

Un fronte sempre più ampio di cittadini ritiene la vastissima piattaforma in legno, con annesso chiosco bar, un vero e proprio sfregio, tale da snaturare la fisionomia stessa di un angolo caratteristico della costa ortigiana. Scrive un nostalgico Enrico Piazza, un figlio dello scoglio: “Cerco Aretusa, Alfeo e i Settescogli dei ragazzi d’Ortigia e dei turisti colti. Trovo invece lettini, ombrelloni ed esercizi commerciali, qualcosa di assolutamente dissonante con gli antichi palazzi del quartiere, con la rigogliosa ed elegante villetta adiacente. Rifletto e mi chiedo dove siano finite l’anima e la magia di questo luogo, come si sia potuta autorizzare una tale discutibile operazione. Altrove rivolgo il mio sguardo, sperando che sia solo un brutto sogno che svanisca al più presto”.

Anche in questo caso, a dare “sostanza giuridica” all’opposizione sdegnata dei molti, è un legale, l’avvocato Corrado Giuliano, che ha ben spiegato i termini della questione, anche chiarendo l’esito della sua istanza di accesso agli atti per verificare la legittimità delle autorizzazioni.

“Il problema forse non è chiaro, non è se è bello o se è brutto. Il dramma è diverso: è l’assenza di controllo delle istituzioni, l’incapacità di dire no per quel sito della città già super fruito, super congestionato, divenuto spazio di scorrerie mercenarie; un luogo che l’Unesco, il piano Ortigia, il vincolo paesaggistico, la tradizione di fruizione coerente all’importanza storica di quella parte di Ortigia vogliono che sia lasciato alla propria bellezza, senza aggiunte e protesi, più o meno apprezzate, finte, che ne sfigurano l’identità e ne consumano il valore.

Se dal privato e dai suoi sostenitori non possiamo pretendere protezione tutela sensibilità paesaggistiche e storiche (il privato può legittimamente volere mettere a profitto paninaro la cavea del teatro greco, la Costituzione promuove l’attività economica), è dal pubblico, dalla Soprintendenza ai Beni Culturali ed ambientali (che tace alla mia richiesta di accesso) in prima fila, è dagli uffici del Demanio Pubblico (che risponde alla mia richiesta senza dirmi niente e rinviandola alla Capitaneria di Porto), è da questa Amministrazione Comunale, con i suoi uffici di tutela e regolazione della città e del centro storico (che ancora ad una settimana non ha saputo rispondere), che ci si aspetta governance, tutela, opportunità di sviluppo per una città e un centro storico che si sta, assai velocemente, logorando e corre verso una Walt Disney di baracconi, tavoli, paccottiglie per turisti mordi e fuggi, dove tutto, bassi, terrazze a mare, scogliere, il mare stesso, come ai sette scogli, è divenuto un grande spazio da occupare consumare godere senza rispetto, per sette mesi l’anno fino al 2020. Queste istituzioni democraticamente elette ed assegnate non possono declinare dai loro doveri istituzionali di dare atto e proteggere i significati che ogni pezzo di città si porta appresso. Un ‘bel’ solarium come quello doveva essere diversamente indirizzato.

Vi sono leggi, regolamenti, indirizzi nazionali ed internazionali che il privato può anche non conoscere o dire di ignorare, ma sarebbe gravissimo e omissivo se invece a non sapere fossero il Soprintendente, il Capitano di Porto, l’Assessore Regionale, il Sindaco e l’assessore al Centro Storico, i dirigenti preposti alle funzioni nodali del governo del centro storico di Ortigia, che peraltro tutti noi privati paghiamo…. per garantirci.

Non c’è dubbio che sia onere delle amministrazioni alla guida delle città trovare le giuste e sagge convergenze tra interessi privati, legittimi e sicuramente tali da smuovere l’economia cittadina e creare lavoro pur se stagionale, e il rispetto e la tutela del bene pubblico, principi intangibili, ma la strada per arrivare a scelte razionali e condivise non può che essere una programmazione propedeutica, un progetto definito per la città che sottragga le decisioni anche alla stessa ombra del sospetto non solo di una superficiale e grezza estemporaneità, ma soprattutto di un’inerme soggezione a pressioni esercitate semmai da chi chiede il conto di un precedente sostegno elettorale o di una stabilità per l’amministrazione in carica o di appoggi futuri. Il principio del Comune come “casa di vetro”, aperto alla conoscenza di tutti e trasparente in ogni suo atto amministrativo, è l’unica garanzia per non essere travolti dalle stesse polemiche pretestuose che inevitabilmente non possono mancare. Lamentarsi perché ciò accade, senza aver adottato le strategie necessarie a renderle inefficaci, è gioco infantile, decisamente sterile. Ancora una volta angustia i tanti che hanno dato fiducia al sindaco Garozzo il timore che un’altra tegola cada sull’attuale amministrazione, già oggetto di pressanti attenzioni da parte della Procura. Cosa accadrà infatti se, come si ventila, gli atti autorizzativi rilasciati dagli uffici competenti non risulteranno privi di vizi di forma?

 

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