Elvira Siringo e il codice segreto nei Sonnets di Shakespeare

Intervista alla scrittrice. “I Sonetti non solo costituiscono la più ammirevole e incondizionata dichiarazione d’amore che sia mai stata prodotta al mondo, ma hanno anche una storia enigmatica ed affascinante”

 

La Civetta di Minerva, 13 maggio 2016

“La Civetta di Minerva” incontra per voi Elvira Siringo, che tra le sue pubblicazioni annovera quest’ultima, “Codice Shakespeare”, dedicata all’autore che è una delle vette della letteratura universale, oltre ad aver ispirato artisti, pensatori, critici, affascinati dai misteri della sua biografia e dal valore intramontabile delle sue opere poetiche e teatrali.

Il momento non potrebbe essere più propizio: il 23 aprile scorso è stata celebrata la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, dedicata proprio a Shakespeare, Cervantes e Garcilaso de la Vega, grandissimi autori accomunati dalla data di morte. Nel 1616, in particolare, giorno di San Giorgio, moriva William Shakespeare, l’immortale creatore di personaggi come Otello, Amleto, Romeo e Giulietta.

Sembrerebbe che su Shakespeare sia ormai stato scritto e studiato tutto, ma non è proprio così. Se le congetture della Siringo si rivelassero più che una semplice – eppure ingegnosa – fantasia, molto di quanto crediamo di conoscere di Shakespeare verrebbe messo in discussione con sviluppi inaspettati.

Come è nato il tuo interesse per il Bardo?

Benché Shakespeare sia considerato “solo” un letterato, in realtà a mio avviso rappresenta un punto di demarcazione preciso nella storia del pensiero. Tutta la filosofia moderna gli è in qualche misura debitrice, ed è sorprendente quanta attualità si ritrovi puntualmente radicata nella sua riflessione: credo che la ricerca in tal senso abbia ancora una lunga via da percorrere.

Mi ha attratto principalmente proprio il fatto che Shakespeare sia una specie di “miniera” in larga parte ancora inesplorata. Infatti, malgrado la scarna quantità di dati biografici, ne possediamo l’inestimabile patrimonio delle opere che ci rivela la sua più intima essenza.

Ci sarebbe un codice segreto nascosto nei Sonnets. Come pensi di averlo individuato? Com’è scattato il “clic”? Rivelaci qualcosa…

«With this key Shakespeare unlocked his heart». “Con questa chiave Shakespeare dischiuse il suo cuore”, così ebbe a dire William Wordsworth trattando proprio dei Sonetti lasciando immaginare che il commento si riferisse al darsi dell’autore nella pienezza dei versi. Tuttavia a mio avviso la frase potrebbe alludere anche ad un’altra apertura, alla disponibilità di cambiamento che Shakespeare manifestò subito dopo la pubblicazione di quest’opera. Infatti i Sonetti di Shakespeare non solo costituiscono la più ammirevole e incondizionata dichiarazione d’amore che sia mai stata prodotta al mondo, ma hanno anche una storia enigmatica ed affascinante.

L’editore Thomas Thorpe li ebbe da una persona sconosciuta e li pubblicò nel 1609. Shakespeare viveva stabilmente a Londra, aveva già dato alle scene molti capolavori ma fu allarmato che fossero andati in stampa. Si disse che ne “ebbe orrore” perché essi esprimono troppa passione omoerotica. Non chiese all’editore chi glieli avesse forniti, perché probabilmente lo capì da solo infatti ebbe una singolare reazione: lasciò Londra e tornò a vivere a casa. Proprio come se avesse letto fra le righe la presenza di un messaggio segreto, rivolto proprio a lui.

Il particolare misterioso che interroga gli studiosi da quattrocento anni riguarda la strana dedica in frontespizio formata di lettere e punti. Questa dedica sparì nella seconda edizione che sconvolse pure l’ordine delle poesie e ne omise alcune. Tutto questo mi ha fatto sospettare che potesse essere sintomo di qualcosa da voler celare e rendere irreperibile. Un qualcosa legato al numero, all’ordine dei Sonetti e alla strana dedica, perciò mi sono concentrata su questi elementi.

Quando nel XVIII secolo si ripubblicò la versione originaria dell’opera ci si “dimenticò” del fatto che non fosse stata prodotta da Shakespeare, perciò la critica cominciò a chiedersi a chi egli avesse dedicato l’opera, tralasciando il particolare che la dedica fosse stata formulata, invece, da una terza persona che si rivolgeva probabilmente proprio a lui: “all’unico padre” che, come scritto in frontespizio, è proprio “Shake-speare”.

Spostare il punto di vista talvolta può essere davvero illuminante. Ho dedotto che i Sonetti fossero rivolti a lui, che lui vi abbia visto qualcosa di particolare, che questo qualcosa doveva essere imbarazzante al punto da essere occultato nell’edizione successiva. Perciò occorreva solo capire di cosa si trattasse!

Gli elementi a disposizione poi stravolti erano tre: il numero 154 – numero strano? Geometricamente 11×14 – Illuminante, perché metafora di un endecasillabo per quattordici versi, dunque di un solo sonetto. La dedica – una strana successione di lettere e punti disposte su dodici linee e una coppia, proprio come la struttura del sonetto elisabettiano. L’ordine che era stato modificato avrebbe reso irreperibile la ricostruzione, dunque da questo bisognava iniziare. Così è stato semplice seguire la disposizione dei punti e delle lettere come se fossero state delle coordinate. Spesso le soluzioni che sembrano più difficili sono sotto gli occhi di tutti, così con mia grande sorpresa ho ricostruito con estrema facilità i quattordici versi del Sonetto nascosto. Quello stesso sonetto che potrebbe essere servito da messaggio, che qualcuno gli aveva inviato per chiedergli di ripensare a determinate cose, che lo indusse a una riflessione e a un significativo cambiamento nella sua vita.

Si è molto parlato della vita di Shakespeare – pochi documenti, sua probabile inesistenza, Shakespeare prestanome… – fino ad insinuare il sospetto che (pensiamo anche al nostro Domenico Seminerio e al suo Il Manoscritto di Shakespeare) il Bardo di Stratford fosse siciliano. Come ti poni nel dibattito sul tema?

Tutto è possibile, non mi piace fare considerazioni prive di fondamento, però l’ipotesi della sicilianità è un “modello” che potrebbe spiegare molti dettagli incongruenti della sua vita. In questa fase mi sono limitata a sottolineare le evidenze, lasciando che i lettori traggano le conclusioni. La mia fantasia si è liberata nella produzione di un romanzo, in cui ho ricostruito una mia “verità” che insegue il corso della storia ma rimane al livello del verosimile senza pretesa di affermare delle certezze.

Ripeto, per me sono fondamentali le evidenze e, fra tutte, la verità storica che da Shakespeare in poi la letteratura inglese ha avuto l’impulso di propagare: la gloria britannica nell’intero mondo, come se un progetto culturale preciso si fosse affiancato al progetto di espansione politico-militare.

Hai sottoposto il tuo lavoro a qualche studioso della biografia e dell’opera shakesperiana?

Il mio lavoro sintetizza alcune delle ipotesi precedenti, la vera novità è costituita dall’avere scorto delle evidenti tracce di ebraismo, di quel patrimonio di antica cultura essena che confluì nell’Ordine dei Rosacroce. È chiaro che non sarà facile riuscire ad avere dei consensi. Ho ricevuto già molti incoraggiamenti e molto cauto ottimismo, ma c’è anche prudenza, che è d’obbligo data la delicatezza del tema.  Qui non si tratta di stabilire solo un’identità anagrafica della quale si potrebbe tutt’al più prescindere, ma si tratta di capire se ci fu un vero progetto di diffusione culturale legato agli Ordini più o meno occulti ed esoterici e quanto fu consapevole all’interno di una simile manovra l’azione di Shakespeare.

A fine maggio prenderò parte alla conferenza annuale della IASEMS, Italian Association of Shakespearean and Early Modern Studies (di cui sono membro) e presenterò il lavoro in inglese. Nel frattempo ho chiesto un giudizio anche alla Shakespeare Quarterly di Washington, la rivista della Folger Shakespeare Library, la maggiore autorità mondiale in questo ambito.

Il lavoro a mio avviso è solo all’inizio, per la parte linguistica adesso spetterà agli anglisti. Da parte mia mi sono limitata a far confluire ogni fantasia nel romanzo che prima o poi, spero, vedrà la luce. Per quanto riguarda la ricerca penso di proseguire gli studi su Giordano Bruno, la magia, la cabala, e l’illuminismo dei Rosacroce, partendo dai lavori di Frances Amalia Yates, la celebre storica britannica che tanto ha contribuito alla nostra conoscenza dell’Inghilterra elisabettiana.

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