Il siracusano Paolo Rubera riduce a pièce teatrale l’opera di Giovanni Alfredo Cesareo pubblicata negli anni ’20. Attori: Aurora Cimino, Gianni Alderuccio e Vladimir Randazzo
Un interessante contributo alla diffusione della lotta alla mafia, o meglio alla mentalità mafiosa, è la riduzione teatrale di un’opera di Giovanni Alfredo Cesareo, studioso di letteratura italiana, La mafia, pubblicato negli anni venti, mai rappresentato. Ne parliamo con l’autore, il siracusano Paolo Rubera, presidente dell’associazione GrecaLevante.
Da cosa nasce l’interesse di rappresentare quest’opera pressoché inedita sulla mafia?
Abbiamo voluto dare un supporto tangibile al formidabile lavoro della cooperativa Beppe Montana Libera Terra, dopo che un incendio doloso ha distrutto un agrumeto in contrada Casabianca nei pressi di Belpasso (CT). La cooperativa opera nei terreni confiscati alla famiglia mafiosa Riella.
Piuttosto che le solite manifestazioni di circostanza, con la riscrittura del lavoro di Cesareo abbiamo voluto stigmatizzare il gravissimo rischio della nostra società a percorrere sentieri troppe volte sulla linea di confine con la mafia. E’ la semplicità di una mentalità mafiosa che da sola ci avvicina pericolosamente all’essere mafiosi.
Può farci un esempio?
Basta considerare la trama di questo lavoro tanto legato al passato ma altrettanto contemporaneo.
La figlia del prefetto è innamorata del figlio del barone del luogo. Il nobile si rifiuta ostinatamente a che i due possano sposarsi. Il povero prefetto, estraneo alle dinamiche locali, si rivolge a un avvocato, Rasconà, capomafia. Il mafioso è felicissimo di aiutare il prefetto convincendo il barone. In cambio gli chiede un assegno “per coprire solo le spese”. Il prefetto, lieto del risultato ottenuto, gli firma volentieri l’assegno con la cifra pattuita. Peccato che ai ripetuti appelli dello Stato, circa l’incarico di estirpare la mafia locale, il prefetto non può più onorare l’impegno assunto.
La regia, le scene e l’adattamento sono di Paolo Rubera, Attori: Aurora Cimino, Gianni Alderuccio e Vladimir Randazzo. Le luci di Elvio Amaniera.
Per la capacità di farci riflettere sulla pericolosità di relazioni sempre più vicine al potenziale comportamento mafioso, a nostro avviso quest’opera bisognerebbe rappresentarla nelle scuole.

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