Erbacce così alte da vedere dei monumenti solo la parte sommitale. Che figuraccia! Ma finalmente “per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo”
La Civetta di Minerva, 18 marzo 2016
“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura…”, i versi del sommo poeta Dante mi sovvengono mentre in compagnia di due amici americani percorro i sentieri del Parco Archeologico della Neapolis. Mi guardo intorno sospettosa: come nel film Jurassic Park 2, scruto l’erba alta temendo l’arrivo di famelici velociraptor. Ma i numerosi turisti sono tranquilli, ridono e chiacchierano, il sole fa capolino tra la vegetazione. Allora torno alla realtà. Che tristezza!
Come dicevo, due amici americani sono venuti a trovarmi rinunciando a un’escursione a Taormina ed io, orgogliosa, li accompagno a visitare Siracusa. Ma l’orgoglio si trasforma presto in costernazione mentre cerco di mostrare loro i resti delle gloriose civiltà greca e romana che a fatica si scorgono tra l’erba alta del Parco Archeologico della Neapolis.
Ma andiamo con ordine. Il nostro purgatorio inizia davanti all’ingresso del parco da dove dobbiamo percorrere più di 500 metri per raggiungere una remota biglietteria, attraversando uno slargo popolato di baracchette di souvenir della Sicilia, ma “made in China”. Tornati indietro, entriamo a visitare il primo monumento: l’Anfiteatro Romano. È incredibile! Si vedono appena le parti più elevate del monumento, la cui forma non si riesce neanche a capire, celata com’è tra l’erba alta. Niente spiegazioni, solo una semplice tabella in italiano con il nome del luogo.
Ci dirigiamo verso il secondo monumento: l’Ara di Ierone o, anche qui, quello che se ne scorge. Appare come una distesa di erbacce rigogliose. E c’è il solito mesto cartello indicatore in italiano, perciò chi non conosce la lingua e non sa cosa si cela sotto l’erba alta, come dice Virgilio a Dante, “guarda e passa…”. Indifferente e ignaro dei secoli di storia che vi si nascondono.
Ed ecco entriamo nel Teatro Greco: finalmente si vede qualcosa. Il Teatro appare pulito e sgombero da erbacce. Mancano tuttavia i cartelli esplicatori e il turista “ignorante” (cioè “che ignora”) deve consultare necessariamente la sua guida per capire cosa si trova di fronte. Tuttavia, dopo il purgatorio erboso dell’Anfiteatro Romano e dell’Ara di Ierone, qui ci si sente in paradiso: la forma del teatro è chiaramente visibile e il turista rimane piacevolmente sorpreso dalle sue dimensioni.
Continuiamo il nostro cammino ignari del fatto che il nostro viaggio, al contrario di quello dantesco, non si concluderà in paradiso. Scendiamo giù verso le Latomie del Paradiso, la vegetazione si infittisce e di nuovo le erbacce hanno il sopravvento. E qui mi ritorna in mente la “selva oscura” dei versi danteschi. Dirigendoci verso la Grotta dei Cordari i nostri passi sono sbarrati da tre transenne che, come le tre fiere di Dante, ci costringono a tornare indietro delusi: della grotta si scorge appena l’ingresso, tutto è coperto da una vegetazione lussureggiante. Cerchiamo consolazione nell’Orecchio di Dionisio ma qui, come nell’Inferno dantesco “alti guai risonavan per l’aere sanza stelle…”, ciò che più ci colpisce, oltre i richiami dei turisti che mettono alla prova l’eco, è il buio assoluto della grotta, nella quale Caravaggio ravvisò la forma di un orecchio umano. Entriamo sfruttando la luce delle torce dei cellulari, che nello spazio della grotta risulta fioca, ma che non manca di illuminare sparsi in terra dei sacchetti di carta, abbandonati qui con il favore delle tenebre.
Siamo giunti al termine del nostro viaggio. Rifacciamo il percorso a ritroso e, come Dante, “per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo”. Tornati alla luce del sole la sensazione, per noi che abbiamo conosciuto questi luoghi quando eravamo bambini, è di grande delusione per il degrado in cui versano. La stessa delusione penso possano provare i turisti che, cercando notizie su Siracusa, si imbattono su internet o nei depliant nelle immagini spettacolari del Parco Archeologico della Neapolis delle quali non c’è riscontro nella realtà.
Ovunque le erbacce dominano. Ma che fine fanno i soldi dei biglietti d’ingresso venduti ai numerosi turisti? Può essere che non siano sufficienti per comprare qualche litro di diserbante e pagare un operaio che lo sparga periodicamente, non appena l’erbaccia comincia a nascere? Sicuramente si spenderebbero meno soldi e meno tempo a impedire alle erbacce di proliferare rigogliose di quanti se ne spendono per pulire i monumenti dallo stato in cui sono ridotti. Certo tra poco ci sarà il 52^ ciclo delle rappresentazioni classiche e tutto verrà ripulito e preparato per l’orda di spettatori che affolleranno il Teatro greco, ma spenti i riflettori per il resto dell’anno tutto cadrà nell’oblio. È triste! Così la Grotta dei Cordari resta chiusa e invisibile, l’Orecchio di Dionisio scuro come l’antro di Polifemo e tutto si trasforma in una coltivazione di erbacce tra le quali sarebbe bene far pascolare caprette e pecorelle!
L’Italia, si sa, è una nazione con un patrimonio artistico che tutto il mondo le invidia e che attrae ogni anno milioni di turisti. Tuttavia spesso questo patrimonio non solo non è fruibile o sta andando in rovina, vedi i crolli a Pompei, ma è anche trascurato e maltrattato. E in questo quadro generale di negligenza e degrado Siracusa non fa eccezione. Il turista attratto dalle immagini della nostra bella città, ricca di storia e di resti della gloria del passato, trova, venendo a Siracusa, una realtà ben diversa.

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