Rita Abela: “Fu così che nel film Le nozze di Laura mi si affidò un brano musicale in rumeno”. L’attrice: “Per una siracusana è difficile ottenere a casa gratificazione e trattamento economico”
Blithe Spirit (tradotto con Spiritello o Spirito allegro) è una commedia dell’inglese Noel Coward scritta nel 1940, il cui titolo prende ispirazione dalla poesia di Percy Bysshe Shelley To a Skylark.
La commedia, scritta d’un fiato e messa in scena la prima volta nel 1941 in piena seconda guerra mondiale, fu duramente criticata per come rappresentava con irriverenza un argomento serio come la morte. Il pubblico si curò poco di queste critiche e ne decretò il successo: la commedia rimase in scena per ben 1997 repliche nel West End e vanta una versione cinematografica di David Lean, ha trionfato a Broadway e può contare su numerose e fortunate edizioni, tra cui quella interpretata dal popolare attore Leo Gullotta che, per la regia di Fabio Grossi, con le scene di Ezio Antonelli, le luci di Umile Vanieri e le musiche di Germano Mazzocchetti, ha portato in scena lo spettacolo dallo scorso novembre a Roma fino a febbraio anche qui in Sicilia, a Palermo, Catania e Siracusa.
Sul palcoscenico, al fianco di Gullotta, Betti Pedrazzi, Federica Bern, Chiara Cavalieri, Valentina Gristina e Sergio Mascherpa c’è la siracusana Rita Abela, che La Civetta di Minerva ha incontrato per voi per parlare di teatro e cinema e del senso del lavoro attoriale.
Com’è stato lavorare con Fabio Grossi, il regista, e con un personaggio così conosciuto e apprezzato come Leo Gullotta?
Questo è il secondo spettacolo diretto da Fabio Grossi nel quale lavoro; con lui, con Leo Gullotta e il resto del cast si è creato un clima di armonia, di gioia di lavorare.
L’anno scorso ti abbiamo applaudita al Teatro greco ne “Le Supplici”: Moni Ovadia è riuscito a realizzare una messa in scena esaltante e originalissima del testo classico, contaminandolo con la tradizione siciliana del cunto, con Mario Incudine a fare da fil rouge, da cunta e cantastorie. Puoi raccontarci com’è stata per te questa esperienza? Ti vedremo anche nel prossimo ciclo di spettacoli dell’INDA? È di questi giorni la notizia dei sopralluoghi di Gabriele Lavia al Teatro greco.
Moni Ovadia si affida molto agli attori, lasciandoli liberi di esprimersi e sperimentare. È stata un’operazione innovativa e una tappa significativa della mia carriera professionale. Fuori da ogni polemica, sono dispiaciuta del fatto che, nonostante i riscontri esterni, spesso per un attore siracusano sia difficile ottenere a casa propria la gratificazione, il trattamento economico, la considerazione che desidererebbe: dovrebbe essere resa giustizia al talento e alla professionalità. Spesso i registi arrivano a Siracusa con il cast già fatto, ma sarebbe opportuno aprire i provini per i ruoli, permettere a chi magari da anni lavora nel coro di poter crescere professionalmente affrontando una parte.
Non reciti solo in teatro. Recentemente abbiamo avuto modo di apprezzarti nel ruolo di Anna ne “Le nozze di Laura” accanto, tra gli altri, a Lina Sastri, Andrea Roncato e Neri Marcorè. Pupi Avati è il regista del film: ci racconti come ti sei preparata per questo progetto? Come hai costruito il tuo personaggio?
Per il ruolo ho studiato l’accento dell’est con una ragazza rumena che ha vissuto la stessa storia del mio personaggio: per un mese ci siamo incontrate e ho cercato di riprodurlo in modo credibile. Molte cose sono comunque nate sul set: la scena del matrimonio, con le danze e il mio canto in rumeno, non era scritta. Durante una pausa sul set Pupi Avati mi ha chiesto se sapessi cantare. “Fammi sentire qualcosa”, mi ha detto. Ho cantato una ninna nanna in yiddish e sul set si è creata un’atmosfera particolare: si sono avvicinati i fonici, i tecnici… Pupi ha apprezzato e mi ha chiesto di cantare in rumeno.
Ci riesci?
Mi sono documentata e ho trovato un canto delle feste.
Questo vuol dire forse essere attori: andare al di là dell’essere semplici interpreti.
Non possiamo essere meri esecutori, ma dobbiamo metterci del nostro, altrimenti dove sta l’unicità di quello che si fa?

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