In “Ad Avola c’è il kartodromo” il lettore ha tanti spunti, tra il serio e il faceto, per riflettere, ridere, apprezzare oppure, volendo, dissentire. L’autore lo prende per mano col suo contagioso sorriso e lo conduce
Autoironia, umorismo della più bell’acqua, spruzzatine di malcelata o dichiarata nostalgia, scoperte attestazioni di vanità e molti godibili momenti di introspezione: Valerio Vancheri non si fa mancare niente per disvelarsi dalle categorie del modus vivendi quotidiano eproporsi com’è. Oppure come, pirandellianamente, vuole dare a intendere che sia. Anche con se stesso.
L’occasione l’ha ultimamente trovata col suo nuovo libro “Ad Avola c’è il kartodromo”, presentato alla “Casa del libro” di Mascali in via Maestranza davanti ad un pubblico sfacciatamente propenso a divertirsi facendo anche da spalla alle facezie di Vancheri che rimpallava con Bruno Formosa il quale, nel ruolo, fingeva di presentare il libro scoprendone gli altarini.
Adombrando una sorta di “cazzeggio” paragoliardico, i due hanno intonato ritornelli di parole e ammissioni che caratterizzano il loro abituale dialogare. Il fatto è, tornando al libro, che Vancheri è tanto arguto non per atteggiamento costruito negli anni ma per nascita. Perché arguti (volendo intendere con una sola parola le sfaccettature di un patrimonio genetico) si nasce. E lui lo nacque. Certo: deve anche fare iconti ogni santo giorno con la professione di avvocato, fattadi vicende amare e dolorose. Ma Vancheri ha il salvagente (appunto) dell’arguzia che lo aiuta a nuotare brillantemente nella casistica del codice, lui che è stato baldo nuotatore da ragazzo.
Il lettore ha tanti spunti, tra il serio e il faceto, per riflettere, ridere, apprezzare oppure volendo dissentire (tot capita) scorrendo le pagine di “Ad Avola c’è il kartodromo”. Certo è che Vancheri lo aspetta ad ogni paragrafo senza dargli modo di svagare, e ogni tanto facendogli balenare il vago sospetto di essere preso per i fondelli. Lui, il Vancheri, ti prende per mano col suo contagioso sorriso e ti conduce. Non rimane che consegnarsi al racconto.

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