Il Fondo di funzionamento delle scuole passa da 111 a 230 milioni

Non più soldi a pioggia, ma risorse per chi saprà chiederle e utilizzarle. Troppi istituti, specie in questa provincia, perseverano in visioni burocratico/formali del loro lavoro

 

Una delle novità introdotte dalla Legge sulla “Buona Scuola “ è quella di dare alle scuole risorse calibrate sulla base delle loro specificità, tenendo conto della tipologia di indirizzo nonché del numero degli alunni; ciò ha determinato la modifica dei criteri per l’assegnazione del Fondo di funzionamento alle scuole.

Il Ministro dell’Istruzione ha revisionato i parametri in base ai quali le istituzioni scolastiche ricevono ogni anno la quota di finanziamento statale. I nuovi parametri si applicheranno a partire dall’anno scolastico 2016/2017 e tengono conto della nascita dei nuovi indirizzi introdotti dopo la riforma delle superiori (come il liceo musicale, il liceo sportivo e delle scienze applicate) e di realtà come i CPIA, Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti. Con il decreto viene aumentata la quota per alunno assegnata alle scuole: per le primarie lo stanziamento passa da 8 a 20 euro, per gli Istituti tecnici da 24 a 36 (la regione, per i fondi di sua competenza, dovrebbe adeguarsi). Nello stesso decreto sono contenuti i criteri per la distribuzione delle nuove risorse per l’alternanza scuola-lavoro (100 milioni all’anno): in questo caso i nuovi criteri entreranno a regime già da questo mese di gennaio 2016.

Il Fondo di funzionamento delle scuole, quindi, passerà dai 111 milioni degli anni precedenti a oltre 230; sempre pochi, ma di fatto doppi rispetto a prima.Il decreto è stato già registrato dalla Corte dei conti, quindi ha le dovute coperture, ed è inserito nel bilancio dello stato.

Inoltre, al fine di promuovere azioni e progetti che guardano agli studenti, al miglioramento della qualità del loro apprendimento e della loro vita scolastica in generale, sono stati emessi 5 nuovi bandi destinati alle scuole che stanziano 2mln di € in favore delle secondarie di II grado. Ovviamente le scuole dovranno presentare i progetti per promuovere la partecipazione studentesca, come pure per utilizzare il milione di euro destinato a quelle scuole di ogni ordine e grado, singole o in rete, che si attiveranno per il sostegno alla diffusione dell’educazione e della cultura musicale.

E’ stato emesso, inoltre, un secondo avviso finalizzato a migliorare le dotazioni degli ambienti digitali prioritariamente delle istituzioni scolastiche meno dotate. Già, in precedenza, ben 6.109 erano state le scuole del I e del II ciclo, su tutto il territorio nazionale, che avevano fatto richiesta di finanziamento, con il primo avviso destinato alla realizzazione, all’ampliamento o all’adeguamento delle infrastrutture di rete LAN/WLAN e tutti i progetti presentati sono stati finanziati per 88.515.922,00 euro.

E’ palese che si sta compiendo un notevole sforzo finanziario per migliorare le disponibilità tecniche delle scuole, ma questo sforzo sarà visibile solo in quelle istituzioni i cui dirigenti e collegi docenti sapranno essere attenti alle opportunità  e sapranno mettersi in discussione promuovendo se stesse e la propria gestione. Cambia la prospettiva: non soldi a pioggia ma risorse per chi saprà richiederle ed utilizzarle.

Con queste scelte si pone un problema serio di “governance” e si potrebbe dire che si passa dalla scuola della “eguaglianza” alla scuola della concorrenza con i problemi che, però, comporta questa strategia.

Si potrebbero creare condizioni che causerebbero l’alterazione dei  principi d’eguaglianza e d’equità che (sulla base della Costituzione) devono caratterizzare l’intero sistema di istruzione. La scuola rispettosa della Costituzione, infatti, dovrebbe garantire a tutti, nessuno escluso, il raggiungimento dei gradi più alti dell’istruzione e le stesse opportunità; con la legge 107, in assenza di un forte monitoraggio e di un costante intervento di verifica “terzo” ed indipendente, c’è il rischio di marginalizzare le scuole meno efficienti ed efficaci compiendo una scelta opposta a quella richiesta dalla Costituzione, oltre ad innescare meccanismi di competizione nonché atteggiamenti e comportamenti competitivi sia nei dirigenti scolastici che negli stessi insegnanti, perdendo di vista il compito che i padri costituenti avevano assegnato all’istruzione pubblica per assicurare una crescita della comunità nazionale, organica ed inclusiva.

Per prevenire devianze e degenerazioni, ad esempio, è opportuno regolamentare meglio il potere dirigenziale della scelta dei Docenti dagli elenchi territoriali, per non correre il rischio di avere scuole cosiddette migliori e scuole cosiddette peggiori. In questo senso va, doverosamente, difeso quanto riportato nel comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/1999: “L’autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l’esigenza di migliorare l’efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento”, affinché ciascuno raggiunga il suo personale successo nella scuola, nel lavoro e nella vita.

Bisogna evitare, quindi, di avere scuole, tra loro in competizione, che promuovano solo i migliori ed escludano i peggiori; adoperandosi perché sui singoli territori non si verifichino differenziazioni tra scuola e scuola che contrasterebbero quell’unitarietà dell’offerta educativa, formativa ed istruttiva auspicata e garantita dalla Costituzione. Gli anticorpi a questi pericoli è necessario costruirli nelle istituzioni scolastiche stesse dove, però, è necessaria maggiore professionalità, consapevolezza del proprio ruolo sociale e un sistema di monitoraggio permanente sull’intero sistema .

L’attuale sistema di reclutamento dei dirigenti e delle figure di sistema, inoltre, non dà risposte adeguate e si pone, non più rinviabile, il problema delle verifiche sul lavoro svolto dalle singole scuole e sulla loro capacità di saper essere funzionali ai compiti assegnati.

I Provveditorati non sono all’altezza del compito né, in verità, è a loro richiesto, quindi è necessario da parte della politica, degli stessi docenti e dei sindacati che li rappresentano una vera riflessione che porti a modificare, oltre ai sistemi di reclutamento, anche l’attivazione di veri sistemi di controllo e di supporto all’Autonomia scolastica, vero motore del cambiamento dinamico dell’azione formativa e dell’adeguatezza del sistema scolastico per rispondere alle nuove necessità del sistema paese. Verifica dei risultati (che non si desume dal numero di promossi) nonché della qualità di gestione e l’accompagnamento delle scuole più deboli è l’altro problema (indispensabile) da affrontare, aiutando la metodologia didattica ad aggiornarsi e la dirigenza ad essere meno autoreferenziale.

La scuola che giudica i nostri figli deve essere giudicata (con tutte le garanzie e le prudenze necessarie) altrimenti non ne usciamo, bisogna farsene una ragione: un sistema che fornisce servizi deve essere valutato oppure assisteremo al suo declino, come accade per i trasporti, la giustizia eccetera. Con realismo ed autocritica bisogna mettersi in discussione: sono troppe le scuole (specie nella nostra provincia) passate indenni dai molteplici cambiamenti registrati negli ultimi anni e che perseverano in una visione burocratico/formale del proprio lavoro.

Le recenti agitazioni studentesche e i fermenti nel mondo sindacale, pur ponendo, in parte, problemi seri e critiche motivate, non “aggrediscono” in positivo le cause della crisi del “modello formativo” fin qui seguito, né intendono mettere in discussione privilegi e lentezze che caratterizzano il tran-tran quotidiano della vita scolastica: ciò mentre aumentano conflitti, abbandoni e tensioni, causati in gran parte da un modello di scuola stantio e non in sintonia con i bisogni formativi del mondo giovanile e dell’economia.

Ciò che avviene giorno dopo giorno nel mondo dei saperi, delle competenze e del lavoro è sotto gli occhi di tutti: il nostro sistema scolastico stenta a seguire i ritmi di cambiamento richiesti. La scuola che noi adulti abbiamo conosciuto non è più sufficiente: l’organizzazione e la modalità della didattica non hanno seguito né interpretato questa necessità di cambiamento; in parte anche a causa di una componente consistente del corpo docente che continua a vivere il proprio ruolo in modo burocratico e stantio. Siamo nel mezzo di una grande trasformazione: o la governiamo o ci travolgerà (tra ribellismo e conflitti).

In questo contesto il Governo deve affrontare il problema accelerando e favorendo l’uscita anticipata di chi si sente inadatto a gestire il cambiamento e non più utile al processo di crescita dei giovani. Prepensionamenti e figure di sistema non distratte dall’insegnamento sono le strade per rinnovare un corpo docente tra i più vecchi d’Europa.

Se la guardiamo da tali punti di vista  la “buona Scuola”, comunque la si giudichi, ha aperto un “cantiere”….

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