Medeuropa e il PD costituiscano una fondazione dedicata a Nino Consiglio

A più di un anno dalla scomparsa dello storico leader siracusano del PCI, transitato poi al PDS ai DS e al PD, definirlo un «intellettuale prestato alla politica» è riduttivo

 

E’ trascorso più di un anno dalla scomparsa di Nino Consiglio, raffinato intellettuale e per lunghi decenni – dalla stagione che prende corpo con “il ’68” –, autorevole politico “comunista” siracusano, che condivise quella svolta che, alla fine degli anni ’80, vide traghettare il PCI dalla tradizione comunista, prima nel PDS e poi nei DS, sino  a quell’impervio tentativo di far confluire le due più consistenti culture politiche del secondo ‘900 – i cattolici e “gli ex comunisti” – nel progetto del Partito Democratico.

Sull’on. «Nino Consiglio. Cultura e politica», l’Associazione “Medeuropa” ha dedicato giorni fa un’iniziativa, provando a offrire un profilo che tenesse conto del duplice ruolo di Consiglio, politico e uomo di cultura. C’è da sperare che il PD – partito nel quale Nino Consiglio ha svolto sino al 2014 la sua influenza (pur con un ruolo più defilato per le sue ragioni di salute), assistendo a quel tornante di radicale trasformazione impressa al PD dall’affermazione di Matteo Renzi – colga la necessità di proseguire la riflessione sulla sua figura, con altri momenti di approfondimento, finalizzati, più che a rinverdire un quadro di “memorialistica politica”, all’esigenza di misurare il senso e l’eredità politica di Nino Consiglio, nel suo rapporto con un’intera generazione di gruppi dirigenti e figure che con lui hanno convissuto, discusso, condiviso battaglie e strategie ed anche polemizzato e conosciuto profonde divisioni, lungo quegli snodi che dal PCI hanno poi condotto al PDS, ai DS e al PD: in altri termini, una riflessione più generale sulle ragioni della sinistra.

Se posso azzardare una proposta, Medeuropa e il PD dovrebbero farsi promotori della costituzione di una “Fondazione Nino Consiglio” – che non potrà che vedere d’accordo i familiari –, che abbia come finalità precipua quella di costituire un’ampia aggregazione politico-culturale per una riflessione permanente (che Nino avrebbe senz’altro condiviso) sul tema: «cos’è oggi, c’è spazio e dove va la sinistra in Italia e in Europa e in mondo così carico d’inquietudini globali?». Questo è ciò che forse servirebbe per mantenere un filo ideale con le domande che Nino non ha più potuto investigare. Solo un’iniziativa di tal fatta – aperta, senza rete e a campo aperto –, interamente pensata in memoria di Consiglio “politico” sarebbe in grado di raccogliere e misurare la consistenza dell’eredità politica di Nino, nel contesto profondamente mutato di un’inedita condizione che abbraccia oggi lo stato della politica (siracusana e non), il ruolo del PD e la “cultura politica” che connota il partito nell’attuale momento. Corrispondere a tale domanda, è il minimo che il PD spossa fare.

Infatti, consegnare solo alla dimensione “culturale” il ricordo di Nino significherebbe, per l’attuale gruppo dirigente del partito, sottrarsi a quella dimensione specificamente politica che, sola, può consentire di fare i conti con quello che, per comodità, potremmo definire «che cosa vuol dire “eredità politica”?»; «si dà ancora, nel nostro tempo liquido, eredità politica?», oppure – per essere ancora più diretti – è forse «venuto il tempo in cui le eredità politiche si rottamano»?». O non sarebbe proprio Nino il primo a condividere l’idea che i “novatores” (rottamatori) rischiano di finire sepolti sotto le macerie che la storia, o la fortuna, per conto suo produce?

Siamo propensi a pensare che un tema di così alto spessore politico-culturale, Nino Consiglio l’avrebbe non solo preteso, ma condiviso e richiesto. Solo a quest’altezza la sinistra siracusana saprà corrispondere alle domande “inespresse” dell’ultimo Nino, mostrando il coraggio di un’apertura – contro la miseria politico-culturale di un presente asfittico e oramai privo di riferimenti progettuali – per cogliere e far emergere ciò che in lui costituiva lo sfondo di pensiero che alimentava le sue riflessioni e che lo spingeva sempre a sottrarre la politica (e il conflitto politico) dalle pastoie dello sciocchezzaio inconcludente, dalle risse di corto respiro, dal settarismo primitivo e dal mero “occasionalismo politico” (“bersagli”, questi, che Nino Consiglio avrebbe confermato di voler contrastare, dovendo riconoscere come essi purtroppo albergassero da tempo dentro le dinamiche  politico-istituzionali attuali). Altrimenti, come uscire dallo stallo immobile o dalle contraddizioni laceranti dentro cui sono naufragate, insieme a tutte le culture politiche, anche le pratiche dell’agire attuale?   

Naturalmente, per far questo – connettere il ricordo del “Consiglio politico” alla domanda sull’eredità che lascia – occorrerebbe che il gruppo dirigente attuale del PD, non potendo più vivere di rendita, sottoponesse quell’eredità allo sguardo aperto e conflittuale in cui il nostro tempo si è venuto assestando. Non basta, in altri termini, rivendicare l’avvenuto passaggio del testimone, giocando sul ruolo di un’assicurata e formale “potestas”, perché questa è niente se non è contestuale a una riconosciuta “auctoritas”.

Ci sarebbe da augurarsi che queste domande costituissero il lievito permanente per rinnovare l’agire politico nella nostra città, in cui l’autoreferenzialità o la tutela di vere e proprie rendite di consorterie (compreso il PD) ha fatto smarrire alla politica il senso delle proprie alte finalità. Ciò è ancora più urgente in una fase epocale nella quale, se è pur vero che la figura e l’esperienza politica di Nino Consiglio sono state così ricche (sino a costituire un portante passato), pertanto anche criticabili (come è giusto che accada, non solo nei passaggi  ereditari!), da non rischiare i timori espressi da Blaise Pascal («nessuno muore così povero da non lasciare nulla in eredità»), dal momento che quella di Nino Consiglio è l’eredità più influente della storia del PCI siracusano (e delle sue trasformazioni) per l’ampio spettro temporale che lo ha caratterizzato.

E’ pur vero che l’accelerazione dei tempi moderni, il frenetico “darsi da fare” opportunistico che connota il presente, ci obbliga a condividere il “vuoto” che il poeta René Chair esprimeva, quando avvertiva che «abbiamo ricevuto un’eredità senza testamento». E’ vero, il testamento s’è smarrito, il legato è venuto meno, il filo s’è spezzato, e ciò vale anche per la politica, al punto che oggi l’epigonismo, o la spartizione delle spoglie o la facile rottamazione, sembrano prevalere, mentre i conti con “l’eredità” andrebbero fatti a campo aperto e con nuove finalità, per mettere a frutto l’eredità, rinnovandola, innervandola in una stagione diversa e inedita. Non è un caso che lo stesso Nino Consiglio, pur cogliendo che quella “tradizione politica” (dentro cui egli stesso era cresciuto) iniziava a declinare – la data è quella dei primi anni ‘90, che segna il crepuscolo del partito di massa novecentesco –, e pur sperimentando le difficoltà di dover connettere, nel vivo di una diaspora di culture politiche, le istanze plurali e urgenti di generazioni, figure e personalità che premevano per un nuovo riconoscimento, aveva immaginato che, nella lotta d’egemonia che andava mettendo sotto pressione il partito, il compito urgente era quello di fare quadrato: vale a dire, consolidare il lavoro di tenuta di quel gruppo dirigente che s’era formato accanto a lui (e che con le sue idee si identificava) dentro la tradizione dell’ex PCI.

E pur dovendo svolgere un’inevitabile funzione inclusiva, questa non doveva affatto cedere di fronte alle eccessive retoriche che andavano svolgendosi nella contrapposizione crescente tra società civile e partito. Sta di fatto che, di là dal mero “effetto ideologico” che tale schematica contesa sottendeva (società civile contro partiti), sta di fatto che le torsioni e le tensioni che hanno avvitato il partito da quegli anni in poi – nel tragitto che conduce e lega il PDS ai DS e poi al nascente PD – portano il segno indelebile di uno scontro d’egemonia che ha lacerato e contrapposto le leadership e le aree che s’erano formate e che connoteranno via via il partito (sino al PD), dando corpo ad una rigida conflittualità che ha scandito le vicende politiche dell’ultimo decennio nella forma di consorterie autoreferenziali.

Anche se in questa nuova temperie si sono affacciati ugualmente giovani che si sono riconosciuti nella statura politica di Consiglio. Tuttavia, accadrà che, mentre nel fronte politico opposto – il centro-destra –, andrà generandosi una progressiva frammentazione inconcludente, l’affermarsi della centralità del PD andrà svolgendosi in una perenne conflittualità esasperante e priva di costrutto strategico che ha coinvolto tutte le aree politiche – anche quella che aveva come riferimento Nino Consiglio, voce autorevole e ascoltata, pur negli ultimi anni del suo impegno –, al punto far evaporare l’intero senso della politica siracusana. Un’evaporazione della politica che avrà reso anche ai suoi occhi e al suo pensiero – carichi di realismo politico e di disincanto spietato –, evanescenti, spiazzanti e inconcludenti molti dei suoi interlocutori (“interni”, o avversari). Pur se va detto che nel vuoto che egli stesso da qualche anno avvertiva hanno giocato e pesato senz’altro anche i suoi stessi errori, o certe sue idiosincrasie, o la sua irriducibile volontà di assegnare ancora un fondamento a un soggetto politico che non c’era più – essendosi reso gassoso, altro che “Ditta”! D’altra parte, una severa riflessione sul pressappochismo e la confusione con cui il “suo” PD ha vissuto l’azione che ha poi condotto alle elezioni comunali del 2013 non è purtroppo segnata oggi dalla sua assenza?

Nino Consiglio è stato certamente, a Siracusa, l’unica figura in grado di rappresentare e corrispondere a quel “politico di professione”, così come Max Weber ne aveva descritto “l’ideal-tipo” nella sua famosa conferenza del 1919. Sapendo che del concetto di “professione”, in Consiglio era prevalente quel senso del “beruf”, che nella lingua tedesca traduce insieme sia “professione” sia “vocazione”. Per Nino Consiglio, la politica è stata sì una vocazione, una vocazione irriducibile sino alla fine. E sino a quando la politica non tornerà a coniugare etica della convinzione e etica della responsabilità – non sarà, simul, “vocazione” e “beruf” –, l’occasionalismo populista e la demagogia infantile prevarranno.

In tal senso, definire Nino un «intellettuale prestato alla politica» appare solo un luogo comune e fa torto anche alla natura della sua personalità. Egli è stato davvero un “totus politicus”: certo, anche un pensatore/studioso d’alta tempra, ma è stata la politica la sua passione rigorosa – costruita sulle trame solide di un pensiero forte, che fu pari al suo demone/carattere politico.

Oggi, Nino non c’è più, la sua mancanza si avverte, né possiamo chiedergli alcunché, o porgli domande sulla mutazione genetica che ha investito il suo partito – il PD di questi 2-3 anni. Quello che con una leggera presunzione possiamo affermare è che, forse, Nino avrebbe temuto che la previsione (diciamo così, “ante litteram”, postmoderna) che il grande filosofo e sociologo del primo ‘900, Georg Simmel, formulava circa l’esito della sua eredità – «so che morirò senza eredi spirituali (e va bene così). La mia eredità assomiglia a denaro in contanti, che viene divisa tra molti eredi, di cui ognuno investe la sua parte in modo conforme alla sua natura, senza interessarsi dell’origine di questa eredità» –, si verificasse per l’acquisizione del suo “lascito”.

Prescindendo dal fatto che, di questi tempi, il PD (siracusano e siciliano) non sembra né carne né pesce, a rifletterci sopra, mentre Simmel registrava gli inevitabili processi di frammentazione sociale, per un partito politico, se il suo ruolo è di galleggiare nella “liquidità”, quest’ipotesi di dispersione ereditaria ci può pure stare, ma se l’esigenza è quella di costruire un soggetto politico solido – ed è quanto Nino avrebbe sempre voluto! –, la dispersione/dissipazione dell’eredità non è un buon viatico per un partito di sinistra.

Da leggere

CASTELLI IN ARIA, AL TEATRO GRECO

“Io veramente volevo nascere  scogghiu re ru frati” disse la sacra pietra. Per me che …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti