In “Come un puzzle”, la scrittrice, avvalendosi degli strumenti del counseling, con arte maieutica porta alla luce la complessità psicologica dell’introversa danese, consegnandocene un ritratto pluriprospettico
Nell’atto di separarsi dal corpo, alcune anime, secondo la Kabbalah, rimangono intrappolate sulla terra, inquiete e vagabonde, lasciando tracce della loro presenza intorno a noi attraverso luminosissime scintille. Scintille che, come lucciole impazzite, Maria Vernali, bibliotecaria per mestiere e per passione, il giorno del suo primo ingresso nella fatiscente Villa Reimann, alla ricerca di una sede per l’Archivio storico comunale, deve avere visto danzare in un movimento vorticoso tra le colonne effigiate di creature mitologiche poste lungo il viale, le fontane corrose, la gradinata a chiocciola che porta al belvedere della Villa: “In quel giardino trovai un incanto; quel che Hilmann definisce l’anima dei luoghi”. Sulla sommità, in un gazebo di legno, simile a un minareto che si affaccia su un suggestivo paesaggio, “le scintille d’anima” devono essersi ricomposte, come un puzzle, in un’esile figura di donna, assorta nella contemplazione del “cerchio ceruleo del porto, chiuso dalla mite linea dei colli e lontano dall’azzurro mare Ionio”.
Fiera e combattiva in vita, l’anima di Christiane Reimann, la cui voce è resa sempre più fioca dall’incessante scorrere del tempo e dalla dimenticanza, cercando spiriti affini con cui richiamare alle sue responsabilità la città ingrata, incontra Maria Vernali. Nasce fra le due donne una condivisione di intenti, raccontata in “Come un puzzle”, opera originalissima che sfugge ad ogni tentativo di catalogazione letteraria, dialogo immaginario attraverso il quale la Vernali, avvalendosi degli strumenti del counseling, con arte maieutica porta alla luce la complessità psicologica dell’introversa danese, senza mai scavare con morbosità voyeristica nel suo vissuto, perché chi cerca l’essere umano incontra anime e storie e si riconosce nell’altro da sé.
Più intimo e complice diviene il legame più i ruoli si scambiano e la Reimann si fa per la sua interlocutrice “mentore, coach, maestra”, quasi a volerle infondere la sua stessa energia e la sua stessa forza d’animo perché prosegua la sua eterna battaglia: “Tracce di storie come frattali nel micro e nel macrocosmo; la ricerca del tuo puzzle attraverso i pezzi del mio”.
Rimane dietro le quinte Maria Vernali nella seconda parte del suo “discorso amoroso”, lasciando la scena all’intellettuale, attraverso la traduzione di un saggio del 1931 in cui la Reimann elabora in chiave statistico-scientifica i risultati dei questionari inviati ai maggiori ospedali internazionali.
Dalla formazione teutonica e luterana alla nomina a segretario esecutivo dell’International Council of Nurses, dall’incontro con lo psichiatra Karl Fedrerik Alter al trasferimento per infatuazione nei confronti dell’uomo a Siracusa, dalla causa civile per frode contro lo stesso amante al confino impostole dai gerarchi fascisti per i suoi contatti internazionali, fino al lascito testamentario della villa al Comune di Siracusa, su suggerimento dell’avvocato Corrado Piccione, con il vincolo di farne “una perenne sede di attività formative ed educative, manifestazioni culturali di rango universitario e di elevato interesse intellettuale aventi lo scopo di contribuire al progresso civile della città“.
Maria Vernali ci consegna della Reiman un ritratto pluriprospettico “non psicologico ma strutturale”, tracciato attraverso pennellate di colore e tratti chiaroscurali che non definiscono ma sfumano, cosicché al lettore rimane l’impressione che manchi ancora qualche tassello del puzzle.
Christiane, militante, in un tempo in cui le donne percorrono faticosamente la tortuosa e incidentata strada dei loro diritti, per la libertà di pensiero e di parola (difesa strenuamente anche attraverso la scelta estrema di una vita solitaria, in una terra straniera che non la comprende) e la “pasionaria” Maria, fondatrice dell’associazione italiana scoliotici, impegnata nel riconoscimento “dello status di scoliotico, laddove la legislazione vigente è mancante” e nella promozione “della coscientizzazione del diritto alla salute”, si danno “mutuo soccorso” nelle loro singole battaglie.
La Vernali scende in campo insieme a Save villa Reimann, movimento spontaneo nato nel 2014 allo scopo di “fare ottemperare le volontà testamentarie di Christiane Reimann e di diffidare l’uso selvaggio dei beni mobili e immobili”. Christiane dona a Maria la sua storia perché, documentandola nel suo libro, possa raccogliere fondi per la sua associazione.
L’atmosfera di Villa Reimann ricorda quella spettrale della casa di Miss Hashivam del romanzo dickensiano Grandi Speranze, in cui l’assenza di vita si coglie nel caos degli oggetti, nella polvere del tempo depositata sugli arredi, tra i libri ammonticchiati. Solo nel giardino la vita rinasce, perché se: “Hilmann – come scrive la Vernali – fa rinascere il concetto di anima e lo colloca come metafora in un giardino”, allora nel giardino “tutto parla psicologicamente; il mondo è un giardino in quanto si manifesta e ha metaforicamente insegnamenti per ogni anima che passa e rende più intelligibile e più bella l’interiorità dell’anima stessa”.
Un corso di restauro promosso dal consorzio universitario SDS Architettura Siracusa aprirà le porte di villa Reimann ad alcuni studenti universitari. Chissà se per qualcuno di loro un inspiegabile manifestarsi di “scintille d’anima”, l’impercettibile sussurro di Christiane, sarà l’iniziazione ad un viaggio di passione tra i frammenti di quel discorso amoroso a cui Maria Vernali ha dato vita, alla ricerca di altri tasselli del puzzle ancora incompiuto.

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