Ne Il bianco mare di mezzo il filo spinato che respinge “l’altro” e il nostro passato

La pièce messa in scena dalla regista Giannella D’Izzia, con la collaborazione di Alessandro Sipione, presso la sala teatro della Sacra Famiglia, in occasione della giornata mondiale dei diritti umani, è testimonianza di teatro militante indipendente

 

 

Una scenografia ridotta all’essenziale, rappresentazione metaforica di esistenze scarnificate da un cammino incessante che è irrefrenabile istinto di sopravvivenza, fuga disperata dalle periferie del mondo.

Tra il deserto e il mare. Tra un luogo in cui l’aridità è consunzione estenuante di corpi e di anime e un luogo in cuil’acqua è ritorno nel fluido grembo materno della Terra.

Per rinascere a nuova vita.O perdersi per sempre nella profondità abissale di quel mare.

Due figure femminili, eterea e melanconica l’una, mediterranea e carnale l’altra, raccontano in un breve lasso di tempo, che pure allo spettatore straniato appare sospeso in un infinito presente,una storia che un tempo era la nostra e che adesso è quella degli “altri”.Una storia di gente in cammino.

Lo spettacolo Il bianco mare di mezzo, messo in scena dalla regista Giannella D’Izzia, con la collaborazione di Alessandro Sipione, presso la sala teatro della Sacra Famiglia, in occasione della giornata mondiale dei diritti umani, è testimonianza di un teatro militante indipendente, renitente alla prostituzionedell’arte ad ogni logica senz’anima del mercato, che fa irruzione,  nell’oltrepassamento della linea d’ombra che separa la finzione dalla realtà, nella vita stessa, confondendosi e identificandosi con essa.

Barchette di carta,come in un gioco infantile,in un mareche non lascia intravedere possibili approdi;valigie trascinate a fatica sulle spalle, come fardelli di memoria raccolti frettolosamente nell’istante della fuga; vestiti logori che fuoriescono alla rinfusa da quelle valigie incapaci di contenerli: nell’esile fabula narrativa, oggetti, sguardi e gesti sicaricano di pregnante allusività e raccontano un itinerario di dolore che la nostra lingua, nella sua infinita ricchezza semantica, sembra incapace di esprimere.

Due nomadi del Sahara(interpretate da Giorgia Matarazzo e MarilisiaVargopia), attraversano il deserto, “un cammino che è ricerca o fuga da sé? Nulla dietro. Nulla davanti. Un cammino al di là di ogni norma, al limite del sogno, dove ogni possibile conto dei passi serve solo ad indicare com’è vicina la morte, e che la vita altro non è che una lunga serie di tappe”

“Un passo, due passi”: la formula rituale scandisce, tra paure e fremiti di speranza, il viaggio verso un altrove, verso “un ardente orizzonte”che promette canti “alleggeriti dalla fatalità”, canti di libertà e di rivoluzione.

Un cammino individuale che assume all’improvviso i toni epici della tragedia dei migranti, dei profughi, dei derelitti del mondo, che non giungono nelle nostre terre dietro un vessillo religioso, al seguito di un novello Pietro l’Eremita, lasciando dietro di sé razzie, violenze, pogrom (ah secolo dalla memoria labile!).Cercano pace e trovano muri di filo spinato. Muri oltre i quali rimangono “l’altro”, il nemico, il diverso, l’uomo non civilizzato, il barbaro che, quando appare all’orizzonte, come ricorda Maurizio Bettini, temiamo perché è“brutto”, perché non parla la nostra lingua, perché professa “la religione dell’odio”.

E così, dopo che abbiamo colonizzato il mondo, tracciato immaginari confini, issato le bandiere del nazionalismo, occupato terre dove poter esercitare liberamente ciò che nelle nostre è proibito per legge (la pratica della tortura, ad esempio, nelle tante Guantanamo del mondo), trasformiamo la comune cittadinanza planetaria in un astratto concetto da relegare nell’ambito di studi sociologici e filosofici, avulsi dalla nostra realtà.

Ma non c’è presente senza Storia. Ed ecco un’ennesima metamorfosi delle protagoniste della pièce teatrale, a cui allude lo straniante uso del dialetto siciliano, che ci richiama alla memoria la nostra atavica condizione di esuli.

“Loro sono clandestini? Lo siamo stati anche noi. Loro si accalcano in osceni tuguri in condizioni rivoltanti? L’abbiamo fatto anche noi” (G.A.Stella, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi).

L’altro, dunque, diviene lo specchio in cui si riflette la nostra immagine. E quell’immagine ci spaventa, perché ci ricorda un passato per il quale proviamo vergogna, perché, come afferma Kapuscinski, “la xenofobia è la malattia di gente spaventata, afflitta dal timore di vedersi riflessa nello specchio della cultura altrui”.

Prima di congedare il pubblico, un breve ma incisivo intervento di Adriana Canclini, attivista per i diritti umani e referente per il gruppo Amnesty di Siracusa, a testimoniare le storie di quegli innocenti che, in diverse parti del mondo, non così tanto remote (per non dimenticare il nostro Stefano Cucchi) portano impresse sulla pelle le violazioni dei trenta diritti sanciti dalla Dichiarazione dell’ONU.

Applausi fragorosi seguiti da un lunghissimo silenzio di riflessione sulle molteplici sfumature di senso, di cui una regista “fuori dal coro” ha impregnato il suo teatro civile.

Ne suggeriamo una fra le possibili, ricordando l’intervento, precedente allo spettacolo, di Isabella Meloni, presidentessa dell’associazione italo – araba: “In questi giorni diventa difficile parlare di fratellanza fra popoli diversi. Siamo in guerra, come afferma Etienne Balibar, e questa guerra precipita in una violenta reazione collettiva; tutti i conti non saldati della colonizzazione e degli imperi: minoranze oppresse, risorse minerarie espropriate, giganteschi contratti di forniture di armamenti. È necessario riportare la pace, non la vittoria sulle sponde del nostro “Bianco mare di mezzo”, il Mediterraneo, mare comune che ha visto nascere la nostra civiltà. Occorre che occidentali e orientali costruiscano insieme il loro linguaggio universale, perché la chiusura delle frontiere e la loro imposizione è già guerra civile.Tutti noi abbiamo la responsabilità di fare accadere quel che è ancora possibile o che può tornare ad esserlo”.

 

 

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