Dopo il sisma del 1693, che rase al suolo la città, si discettò a lungo dove ricostruirla. C’era chi proponeva la stessa zona e chi voleva erigerla in luogo diverso. Tra le ipotesi, si indicò anche Vendicari, «dove i Cavalieri di Malta prevedevano la costruzione di un porto»
Tra gli scritti degli eruditi che hanno pubblicato documenti sulla ricostruzione di Noto e opere sulla storia del barocco netino di carattere prevalentemente architettonico – scrivono Liliane Dufour ed Henry Raymond in premessa al loro volume «Dalle baracche al barocco, la ricostruzione di Noto, il caso e la necessità» (Arnaldo Lombardi Editore) – riteniamo possa esservi spazio per una storia urbanistica della città che prende in considerazione gli anni decisivi della sua rinascita dopo il terremoto, anni che vanno dal 1693 al 1703».
Noto: una città della quale nel ‘600 poco si sa, se non del suo vasto territorio e di una economia prevalentemente agraria e pastorizia. A Vendicari si imbarcano le merci da esportare, assieme all’orbace e al feltro di lavorazione locale, mentre in tutta la Sicilia vengono attuati scambi produttivi. Una città prospera, dunque, che già nel 1375 per densità di popolazione è seconda solo a Siracusa, e fino al 1681 conta 12.043 abitanti. Nel ‘500 assume il ruolo di avamposto meridionale nella difesa di Siracusa e nel controllo di Capo Passero, grazie alle fortificazioni di cui dispone, pressoché inespugnabili, e al munitissimo castello decantato da Leandro Alberti.
Ma nel 1693, era l’11 gennaio, scocca l’appuntamento col destino e per il terremoto la Noto medievale soccombe sotto le rovine. Nessuno ha raccontato subito dopo l’evento catastrofico, (o se l’ha fatto non ci è pervenuta notizia di memoria certa) il terrore, le morti, i tentativi di fuga, la disperazione dei sopravvissuti, l’implacabile precipitare delle costruzioni su uomini e cose, tranne pochi cenni su corrispondenze ufficiali, parche e di asettica burocrazia. Soltanto venti anni dopo è Filippo Tortora, testimone oculare, che ne scrive avallando tuttavia i resoconti delle cronache tramandate spesso oralmente. E così sappiamo che per diversi giorni i superstiti, ancora in preda all’orrore, bivaccano nelle campagne prima di riaccostarsi alle rovine: il Duca di Camastra, da una baracca di fortuna, osserva l’assenza delle autorità locali, il mancato sgombero delle macerie, il permanere dei cadaveri sotto le rovine. Nessuno adombra la necessità di provvedere anche alla ricostruzione. Il 15 febbraio il Marchese di Camporeale chiama a consulto i notabili, ed è subito aspra polemica sulla decisione da prendere: dove ricostruire Noto? È verosimile che bisogna fare i conti con interessi privati, palesi e occulti.
Il Duca di Camastra propugna la ricostruzione sullo stesso sito, arrivando a minacciare i più restii della perdita dei loro privilegi, ma gli oppositori hanno la meglio e il 24 febbraio si decide di ricostruire altrove la città.
Altrove: c’è chi propone la «Carrubba dell’Advento», sulla piana che sovrasta la Madonna della Marina, ma c’è anche chi sostiene che si debba scendere al mare, a Vendicari, «dove i Cavalieri di Malta prevedevano un ampliamento degli edifici per la fabbrica del biscotto e la costruzione di un porto». Chissà quale sarebbe diventato il futuro dì Noto, città di mare, progetto tuttavia inviso al Viceré «che proibiva espressamente gli spostamenti verso la marina per non dovere assumere i costi annessi ai problemi di controllo doganale e di difesa di un nuovo insediamento». Il Duca di Camastra si prodigò per la ricostruzione «in sito», e il Camporeale relazionò nel 1698 segnalando l’opportunità di ripristinare un luogo protetto ancora da fortificazioni in gran parte illese, e la «sopravvivenza di strutture urbane che, seppure invase dalle macerie, avrebbero comunque, consentito una più rapida e meno onerosa ricostruzione della città».
Dufour e Raymond non hanno trovato testimonianze certe per arguire come il Duca di Camastra abbia finito col rinunciare all’intendimento di imporre la ricostruzione della città sullo stesso sito. Gli autori avanzano l’ipotesi di uno scenario secondo cui Camastra abbia dovuto cedere davanti al peso politico di un forte gruppo guidato dalla famiglia Landolina.

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