Festival della filosofia a Modena: un successo a 360°

Una manifestazione costata 800 mila euro (solo  il 30% pubblici) ha reso da 5 a 10 volte di più: così con la cultura si fa economia.

 

Tre anni fa mi sono recato a Modena per partecipare al “festival della filosofia”; nell’occasione scrissi una nota per questo giornale in cui volli evidenziare emozioni e riflessioni che quell’evento produsse in me; quest’anno ci sono tornato e, volendo raccontare nuovamente l’esperienza, ho deciso di rileggere, prima, la nota scritta: con piacere, più che con sorpresa, ho trovato la descrizione di gran parte delle emozioni provate a suo tempo.

Nel tentativo di essere originale, mio malgrado, mi trovo a descrivere l’ultima edizione con dati ed elementi simili.

Ogni giorno circa 13/14.000 persone si ritrovano tutte insieme nei tre luoghi centrali dove si svolge la manifestazione: Piazza Grande e LargoXX Settembre e la chiesa (sconsacrata) di San Carlo… Altrettante, in contemporanea, a Carpi e a Sassuolo: tantissima gente attenta, partecipe, interessata. A seconda delle lezioni magistrali e dei loro contenuti, i luoghi si rianimano di persone diverse a gruppi di 3/4.000 alla volta, rigenerando un’umanità varia e pulsante. I giornali hanno stimato in 220.000 le persone partecipanti: la valutazione è confermata dai dati sulle presenze negli alberghi (paragonati alla media del periodo).

In vari luoghi della città si è “respirato” l’evento: bar, ristoranti, edicole, persino sui taxi, sugli autobus e negozi; ovunque era affissa una locandina rossa descrittiva di luoghi e conferenze; poi ancora erano disponibili per tutti opuscoli guida, con ulteriori notizie e approfondimenti: il coinvolgimento all’evento si è realizzato tanto in centro che in periferia. I residenti si sono mescolati a persone giunte da ogni luogo d’Italia.

Personalmente sono stato sopraffatto, nei quattro giorni della mia permanenza, da tre elementi: il “festante” coinvolgimento di popolo,la qualità della“comunicazione”che ha dato all’evento grande spessore e l’organizzazione di quanto si è svolto; tenuto conto, anche, della folla presente (in continuo movimento) e dei numerosi interventi di ottimi relatori (in contemporanea) in luoghi diversi.

Coinvolgimento di popolo: flotte di persone, con ricambi tumultuosi di folti gruppi che, ad ogni singola conferenza, si spostavano da un luogo all’altro (peraltro collegate in videoconferenza su schermi giganti supportati da una acustica perfetta), sciamando verso una sterminata quantità di sedie, tutte presto occupate, con l’aggiunta di numerose altre persone in piedi.

Tantissimi giovani, altri meno giovani: uomini e donne di ogni età; persone eleganti, altri con abbigliamento “informale”; intellettuali, studenti, pensionati, insegnanti, universitari, ma anche casalinghe, operai, gente comune: un folto popolo, rappresentativo di ogni spaccato di società, silente ed attento; anche protagonista a tratti, quando, per sottolineare alcuni passaggi del dire dell’oratore di turno, si lasciava andare ad applausi “meditati”.

Tutto questo ha coinvolto anche il mio sentire interiore: c’era in me un’euforia che si manifestava con una netta sensazione di piacere nell’essere parte di quell’Italia che vola alto, che discute, che riflette, che parla delle cose che prendono l’anima, che accoglie il pensiero sull’<ereditare> (tema di questa edizione) declinato in mille modi. Bella realtà, bellissima sensazione.

Qualità della comunicazione: decine di relatori illustri, rappresentanti il meglio del pensiero italiano: filosofi, economisti, antropologhi, giuristi, psicologi, scrittori persino attori famosi, uno tra tanti Neri Marcorè; c’erano rappresentanti eccelsi del pensiero laico e religioso, che hanno indotto riflessioni sull’attuale diffusa percezione che si sia interrotta una continuità culturale, tanto nei rapporti tra le generazioni quanto nella trasmissione dei saperi e dei valori.

I relatori, in 50 lezioni magistrali, si sono confrontati con il pubblico sulle varie declinazioni contemporanee dell’ereditare: dagli attuali cambiamenti nelle forme della trasmissione culturale ai mutati rapporti fra le generazioni; dal ruolo del patrimonio storico-artistico per la memoria all’urgenza educativa, nella scuola e non solo; dallo statuto – anche economico – del debito alle frontiere dell’ereditarietà genetica, fino alla responsabilità verso le generazioni future che erediteranno il pianeta.

Quest’anno tra i protagonisti si sono evidenziati: Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Gianrico Carofiglio, Roberto Esposito, Umberto Galimberti, Tullio Gregory, Salvatore Natoli, Federico Rampini , Massimo Recalcati, Stefano Rodotà, Chiara Saraceno, Carlo Sini, Gustavo Zagrebelsky e Remo Bodei, nonché filosofi stranieri: i francesi Jean-Luc Nancy, François Hartog, François Jullien e Marc Augé; i tedeschi Aleida Assmann, Jan Assmann e Christoph Wulf, i britannici Zygmunt Bauman e Richard Sennett, l’americano Robert Darnton, l’indiana Vandana Shiva.

I linguaggi sono stati chiari, “semplici”, rispettosi della pluralità di pubblico presente.

I classici greci e latini, le speculazioni filosofiche antiche e moderne, hanno trovato cittadinanza in ognuno, nessuno si è sentito estraneo o escluso; ognuno declinava il dire dell’oratore nel suo pensiero, ognuno ne era “parte”, si è passati dal “processo a Socrate” al pensiero di sant’Agostino, alla sofferta e complessa storia degli ultimi 3.000 anni fino ai giorni nostri, sino alle vicende che occupano la cronaca di questi giorni: tutto ha trovato posto in un incedere naturale, conseguente. Credo sia stata per molti (me compreso) un’esperienza “segnante”, di quelle che fanno riconciliare con il mondo e che ti danno fiducia nel genere umano.

L’organizzazione: semplice, efficace, efficiente, per il modenese e per il visitatore. Ognuno ha avuto a disposizione una notevole quantità di informazioni utili sugli alberghi con prezzi adeguati per tutte le tasche e per tutte le esigenze, sulla ristorazione che andava dal menù ricco e complesso di un ristorante raffinato, per gli esigenti, allo spuntino o alla trattoria con piatti tipici; giungevano puntuali consigli su come spendere il meno possibile e su come apprezzare le specialità culinarie del luogo senza massacrare il portafoglio; altre notizie utili non sono mancate sui trasporti, con l’indicazione di orari degli autobus (sempre rispettati) che, puntuali, partivano dai siti principali (stazioni, aeroporti,luoghi di raccolta) per andare alle varie sedi del festival; non ultime, puntuali indicazioni sui prezzi dei taxi. Per tutto questo è bastato un semplice opuscoletto e un sito internet, dove le informazioni si allargavano anche alle attività che accompagnavano il visitatore persino in “ora tarda”.

Innumerevoli sono stati gli eventi che possiamo chiamare “minori” (tutti di qualità) che hanno accompagnato i tre giorni del festival: mostre, spettacoli, letture, giochi per bambini, cene filosofiche e tanto altro. Gli appuntamenti sono stati quasi 200 e tutti gratuiti durante il giorno e la sera: non c’era che l’imbarazzo della scelta. Proposte oltre trenta mostre, una grande collettiva di arte contemporanea e collezioni fotografiche, una sui processi di industrializzazione alimentare, una sul progetto perduto per la Collegiata di Carpi e una sugli scavi del Tempio di Minerva a Montegibbio presso Sassuolo.

Accanto a pranzi e “cene filosofiche”, i cui menù sono stati ideati dall’Accademico dei Lincei Tullio Gregory per gli oltre ottanta ristoranti ed enoteche delle tre città, nella notte di sabato 19 settembre si sono svolte iniziative e garantite aperture di gallerie e musei fino ad ore  notturne.

Un festival che, pur vedendo la partecipazione di molti studenti, non ha inteso sostituirsi alla scuola ma semmai ha generato un “doposcuola”, che ha offerto approfondimenti e “incursioni” nel tempo  per seguire l’evoluzione del pensiero umano. Accanto a ciò si sono percepiti gli sforzi per integrare nell’evento tutte le risorse autoctone della città, dall’associazionismo al collezionismo privato di opere d’arte, facendo sì che il tutto rimanesse affine al tema trattato.

Ho riflettuto molto su quello che ho visto ed è impossibile muovere critica o trovare punti di debolezza.

Attraverso notizie raccolte in vari luoghi e in sala stampa, ho appurato, con chiarezza, che il budget complessivo per le tre città coinvolte è stato di circa 800 mila euro di cui solo il 30% con contributi pubblici: mi preme osservare che, alle mie domande, nessuno si è sentito indagato.

Per i dettagli mi hanno rimandato al sito: https://www.festivalfilosofia.it dove sarà pubblicato tutto.

Il termine più adeguato per sottolineare l’approccio con cui ogni interlocutore della città si è manifestato al visitatore – dal barman al cameriere, alla commessa, al commerciante, al tassista, all’autista dei bus, al passante – è: cortesia.

Da ricerche avviate dall’università sono giunti dati di stima sul ritorno economico nelle città e pare che per ogni euro investito sul festival si sia determinato un ritorno che va da cinque a dieci volte l’”investito”. È la risposta a chi dice che con la cultura non si mangia.

Il festival è stato promosso dal “Consorzio per il festival filosofia”, di cui sono soci i Comuni di Modena, Carpi e Sassuolo, la Provincia di Modena, la Fondazione Collegio San Carlo di Modena, la Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi e la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.

Il mio pensiero è andato, com’è naturale, a quei progetti che sono costati alla città di Siracusa cifre simili (sostenute con fondi pubblici) che riescono a coinvolgere, quasi sempre, pochissimi partecipanti e dove le ricadute economiche di tali eventi sulla città sono tutte da “ricercare”…

Eppure Modena, senza voler mancarle di rispetto, si sviluppa in un contesto storico architettonico e ambientale tutto sommato modesto rispetto a Siracusa, anche se ha musei civici importanti con reperti sicuramente apprezzabili ma “minori”se confrontati con quelli di Siracusa. Sicuramente quello che hanno lo curano e lo organizzano: mi sono ritrovato in uno di questi musei civici ed ho avvertito un moto di invidia per la pulizia, la cortesia e la cura del rapporto con il visitatore.

Dove sta il segreto del successo di questi eventi? E perché da noi non si riesce ad avviare iniziative simili? Forse la causa sta nell’individualismo esasperato, nella incultura prevalente, nelle cosiddette classi dirigenti inconcludenti e nella scarsa fiducia sull’investimento sulla cultura.

In pochissimi a Siracusa credono in questo tipo di investimento come “compagno” e supporto per lo sviluppo economico e sociale. Purtroppo ciò lo abbiamo potuto constatare nelle vicende che caratterizzano la nostra comunità, dove il massimo sforzo si realizza con le manifestazioni dell’INDA (su cui in questi giorni è stata formalizzata una richiesta di procedimento penale in tribunale): sicuramente pregevoli, che portano a Siracusa molti visitatori, ma costoro, assistito all’evento, vanno via perché strozzati da prezzi alti e da una comunità che propone poco, che non si cura di assicurare un’accoglienza accattivante e di servizio a visitatori che abbisognano, come a Modena, di tutta una pluralità di opzioni informate e attraenti.

Sono rientrato con tanta gioia e tanta amarezza…

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