Il Cinema d’autore: una terapia delle idee

Per le opere candidate a Cannes, spettatori a Siracusa: 833, 765 e 1633. “Le nuove generazioni non possiedono strumenti adeguati per leggere un film” questa l’analisi di Nino Motta, ultimo baluardo a Siracusa del cinema di qualità

 

Pur nella eterogeneità dei significanti e dei significati sottesi alla scelta narrativa, il morettiano Mia Madre, sospeso tra realismo e visionarietà, Il racconto dei racconti di Garrone, ispirato a quella che Calvino ha definito “la raccolta dei sogni deformi di uno Shakespeare partenopeo”, e il surreale e simbolico film di Sorrentino, La Giovinezza, sono accomunati dallo stesso destino: l’apparente incomprensione degli italiani nei loro confronti.

Non smentita dai dati che documentano l’accoglienza nella città di Siracusa dei tre film candidati a Cannes. Mia Madre: 883 spettatori; Racconto dei racconti: 765. Youth. La Giovinezza:1633.

“Incomprensione che – come afferma Nino Motta, direttore del cinema Aurora, sensibile a questo fenomeno come chi è cinematograficamente cresciuto con la cultura del cineforum e della sacralità della sala cinematografica - non si limita ai tre film, ma è molto più estesa e condizionata dalla logica di mercato. La politica attuale sul cinema non giova sicuramente alla cultura né aiuta i giovani autori, registi o produttori, che non riescono a trovare una distribuzione e di conseguenza ad avere spazio nel mercato”.
Sull’assenza di un ricambio generazionale Motta si esprime lamentando la carenza di un’adeguata formazione dei nostri giovani: “Le nuove generazioni non possiedono strumenti adeguati per leggere un film, che viene semplicemente consumato. Se si vuole una crescita cinematografica delle nuove generazioni bisogna inserire l'educazione allo spettacolo nei programmi scolastici”. 

Riflessioni condivisibili quanto quelle di Nanni Moretti, che pur hanno alimentato il risentimento del pubblico, accusato di pigrizia intellettuale, e dei critici, spesso ostili al suo cinema per ragioni politiche più che ideologiche: “Quell’attrice mi è antipatica, quel regista è nevrotico, quel film è triste”. Puntuale e feroce la risposta di Alessandro Gnocchi pubblicata su Il Giornale: “Il peggiore dei registi americani è tecnicamente superiore a quasi tutti i nostri autori; il cast artistico passa identico da una pellicola all’altra; le sceneggiature oscillano tra lezioni scolastiche e lezioni morali sulla contemporaneità degenerata”.

Non è nostro interesse confutare, in questa occasione, le argomentazioni a sostegno della malattia cronica del cinema italiano (anche se qualche puntualizzazione è d’uopo. Toni Servillo, attore poliedrico e trasformista, il grottesco Andreotti de Il Divo, l’enigmatico Titta di Girolamo de Le conseguenze dell’amore, l’esteta malinconico e irriverente de La Grande bellezza, capace di un tale scavo psicologico da immergersi nella vita del personaggio per farsi personaggio lui stesso, è forse intrappolato in cliché cinematografici? La tecnologia, con i suoi roboanti effetti speciali, non è talvolta strumento di mascheramento del vuoto ideologico di una sceneggiatura? Non è forse vero, ci ricorda ancora Nino Motta, che i nostri registi “indipendenti”, nel realizzare le loro opere, pensano al grande schermo più che al mercato?)

Stimolano piuttosto la nostra riflessione le ragioni che hanno indotto tanti italiani a disertare l’appuntamento con un cinema di indubbia qualità. Quando, nel 165 a.C., Terenzio portò sulla scena l’Hecyra, andò incontro a un clamoroso fiasco: gli spettatori abbandonarono il teatro, attratti in massa da un’esibizione di pugili e funamboli. L’opera inaugurava un nuovo teatro impegnato che costringeva il pubblico, avvezzo alla comicità giocosa e buffonesca delle commedie plautine, a misurarsi con le grandi questioni etiche del tempo, come attraverso una lente di ingrandimento che fa vedere sotto angolature e prospettive diverse la nostra stessa vita, nella quale siamo così immersi da non essere più capaci di osservarla con sguardo critico.

Ieri come oggi. Cambia il contesto, la situazione si ripete.

Eppure è proprio in quell’assenza, in quel vuoto tra gli spalti che vanno ricercati dubbi, paure, manie del vivere quotidiano, mascherate attraverso pratiche sociali rassicuranti, con i quali i film di Moretti, Garrone e Sorrentino costringono a confrontarci.

Il Racconto dei racconti, la cui matrice è un capolavoro della prosa barocca apprezzato più all’estero che in Italia, dei tre apparentemente il più estraneo alla contemporaneità, attraverso le ossessioni dei protagonisti (una regina che vuole un figlio ad ogni costo, un re che prova orrore per la vecchiaia e il decadimento fisico, un altro re preoccupato più della salute di una pulce che del destino della propria figlia) rappresenta un universo instabile, labirintico, confuso in cui l’umanità sembra aver perso ogni certezza.

“Il racconto dei racconti sembra provenire da chissà dove, dall’alto di un immaginario senza tempo e dal profondo degli incubi di un grande regista. (Emiliano Morreale)”. Come non cogliervi l’allusione all’angoscia dell’imprevedibile che caratterizza il nostro tempo, un sentimento paralizzante nei confronti di un nemico invisibile e imprevedibile?

La Giovinezza di Sorrentino ha un titolo antifrastico che allude alla vecchiaia, altro tabù della moderna società, da rifuggire con ogni elisir promesso dalla chirurgia estetica o dalla medicina, nel delirante tentativo di cancellarne ogni traccia. E invece il coraggioso regista ci ricorda che, come afferma lo psicoanalista junghiano Hillman, “la faccia del vecchio è un bene per il gruppo (si pensi alla zoomata della macchina da presa sul volto decrepito di Jane Fonda, le cui rughe sono esibite nella loro singolare espressività).

Moretti, infine, racconta un lutto, preannunciato sin dalle prime sequenze e reso più drammatico dalla consapevolezza che chi deve rielaboralo non è confortato da alcuna fede. E quando dice di non aver pensato al pubblico viene smentito dalle parole della protagonista, Margherita, suo alter-ego, che alla richiesta di un giornalista sulla possibilità per il suo film di parlare alla coscienza del paese risponde: “Ma oggi è proprio il pubblico che ci chiede un impegno diverso, un cinema che non sia solo un intrattenimento ma che sia soprattutto in grado di incidere nella nostra realtà”.

Costringono, dunque, Moretti, Garrone, Sorrentino a fare i conti con le idee malate del nostro tempo, richiamando alla nostra memoria l‘epica impresa di Lucrezio che tentò con il De rerum natura di liberare l’umanità dalla paura della morte, che sempre spinge a un’irrefrenabile frenesia di vita, e da quella degli dei. Il silenzio dei contemporanei attesta l’incomprensione dell’opera.

Ora quegli dei, come afferma Jung: “sono diventati malattie. Non più l’individuo e i suoi problemi, sia pure all’interno di un «inconscio collettivo» ma l’individuo e il mondo, con problemi che sono in primo luogo del mondo e che insistono sull’anima individuale coinvolgendola, ferendola, denigrandola, insomma nevrotizzandola”.

“Per il malato di idee – sostiene Hillman – ci vuole, una terapia delle idee”. L’occasione, però, è andata ancora una volta sprecata.

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