Nonostante i buoni propositi della legge 517, molti insegnanti curriculari tendono a rifiutare ogni approccio con questi studenti, condannandoli alla disparità e alla solitudine. Essi sono accompagnati da pregiudizi che spesso si estendono anche all’insegnante
Quando nel lontano 1977 con la legge 517 gli studenti disabili furono “sdoganati” e inseriti nelle classi comuni con i cosiddetti studenti normodotati, nessuno poteva immaginare che i buoni propositi di chi aveva proposto, difeso e fatto approvare la legge sarebbero stati traditi in modo così palese e spudorato.
Negli anni successivi a questa innovazione, l’iniziale entusiasmo si e trasformato in indifferenza, a volte addirittura in fastidio. Sebbene tutta la legislazione sull’integrazione dei disabili ponga l’Italia all’avanguardia in Europa e nel mondo, accade che molti insegnanti curriculari tendano a rifiutare ogni approccio con questi studenti, come se essi non fossero persone come tutte le altre, e demandano ogni relazione all’insegnante di sostegno. Così l’integrazione, che significa programmazione individualizzata ma comune per consentire a ciascun alunno di dare il meglio di sé, lavorando insieme agli altri, oggi in molti casi è solo una parola ed è affidata alla buona volontà, alla pazienza e alla creatività dell’insegnante di sostegno. Il disabile è accompagnato da pregiudizi che spesso si estendono anche all’insegnante.
Il disabile è spesso considerato un’ombra, un peso di cui non ci si vuole occupare, un pretesto per avere l’autorizzazione a formare classi poco numerose. Così, ottenuta l’iscrizione e l’inserimento in classe, il disabile diventa invisibile. Se l’insegnante di sostegno è assente, il disabile è lasciato a se stesso, gli insegnanti curriculari non gli rivolgono la parola, lo relegano in un angolo, non hanno tempo per occuparsene in nome del “programma da svolgere” e se quella persona dimenticata cerca di attrarre la loro attenzione, come può e come sa, si sentono disturbati al punto da andare a protestare in presidenza e da “consigliare” ai genitori di tenersi il figlio a casa. Ottusi!
Dal canto suo l’insegnante di sostegno, che spesso ha conseguito la specializzazione con grandi sacrifici, è considerato un insegnante di serie B, non solo dagli studenti ma anche e soprattutto dai colleghi. Invece di essere considerato un valore aggiunto alla classe, uno specialista al quale rivolgersi quando sorge un problema di apprendimento per trovare strategie e soluzioni, come si farebbe con un medico specialista (un cardiologo o un endocrinologo), lo si considera una specie di badante “privilegiato”: può scegliere come farsi l’orario, ha da fare con un solo studente, non ha compiti da correggere.
A volte è guardato con sospetto: l’insegnante curriculare si sente spiato e giudicato nel suo operato; ha paura che la compresenza gli possa sottrarre la libertà di parola e di azione. A volte è sfruttato: usato per supplire l’insegnante curriculare assente o che si attarda in corridoio o in sala professori a chiacchierare. In alcuni casi l’ostilità verso il disabile e il “suo” insegnante di sostegno si esprime con frasi limite quali: “Portatelo fuori, almeno stiamo un po’ tranquilli”. Così ci si sbarazza contemporaneamente del disabile e dell’insegnante, mancando di rispetto non solo al collega ma anche e soprattutto al disabile come persona!
Ciò che la legge dovrebbe garantire spesso deve essere conquistato con aspre lotte o con sottili battaglie diplomatiche contro i preconcetti, i luoghi comuni, a volte l’ingiustificabile diffidenza e pigrizia dei colleghi curriculari. Allora bisogna che l’insegnante di sostegno sappia scegliere con quali colleghi “allearsi” per collaborare, senza trascurare di sollecitare anche gli altri, per ottimizzare le energie in campo a vantaggio del disabile. Gli alleati principali dovrebbero essere il Dirigente Scolastico e gli altri colleghi di sostegno, e soprattutto il referente per le attività di sostegno. Ma accade che il Dirigente Scolastico sia in tutt’altre faccende affaccendato per potersi occupare dei problemi dei disabili e dei loro insegnanti e che il referente per il sostegno, amico intimo e collaboratore del Dirigente, sia più interessato alle pubbliche relazioni invece di coordinare in modo efficace ed efficiente il GLHI e intervenire presso i consigli di classe per garantire l’integrazione.
In tutto ciò non bisogna dimenticare i genitori degli studenti disabili. Costoro, già colpiti da sensi di colpa non del tutto superati, entrano in punta di piedi dentro la scuola, non vogliono disturbare. Portano i loro figli nella speranza che ci sia un ambiente accogliente, privo di pregiudizi, che li aiuti a vedere uno spiraglio di normalità, e invece vengono emarginati insieme ai loro figli, perché gli insegnanti curriculari non hanno tempo per loro, non hanno programmato per il loro figlio. E mentre gli altri genitori possono relazionarsi con l’intero consiglio di classe composto da sette/otto insegnanti, che colgono aspetti molteplici dei loro figli, essi possono rivolgersi solo all’insegnante di sostegno, perché è l’unico che si occupa di tutto ciò che riguarda l’apprendimento, l’autonomia, la crescita umana e personale del loro figlio quale alunno in quella classe.
Ecco che una legislazione che dovrebbe garantire equità di trattamento e integrazione si trasforma in disparità e solitudine!

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