C’è una storia diversa da quella cui ci stiamo assuefacendo negli ultimi anni. E’ una storia che parla di movimenti migratori connessi con l’intensificazione dei commerci nel “sistema” mediterraneo. Una mobilità pacifica che si è intensificata nella tarda antichità (III-VI sec. d. C.) e che ha affidato al porto di Siracusa il ruolo fondamentale di avamposto per le attività commerciali della Sicilia. Non era quindi occasionale la prolungata presenza nella nostra città di persone di origine orientale che spesso, fermandosi a lungo, finivano per morire lontano dalla loro patria.
E dove venivano seppellite, se non nei grandi cimiteri comunitari cristiani della città? Le troviamo grazie ad una documentazione epigrafica (lapidi sulle tombe), seconda solo a quella restituita da Roma. Appartengono a defunti di origine siriana 6 iscrizioni, di cui 4 rinvenute nella catacomba di San Giovanni e la vicina cripta di San Marciano e le ultime 2 nella catacomba di Vigna Cassia.
A San Giovanni, in particolare, la localizzazione delle iscrizioni indica una concentrazione di sepolture di siriani in un settore ben riconoscibile e sembrerebbe autorizzare la presenza di una piccola comunità. Insieme a uomini provenienti da Egitto, Licia e Costantinopoli, i siriani facevano parte della categoria degli armatori e commerciantiche animavano la vita del Mare Nostrum. L’evidenza archeologica non si ferma al contenuto delle iscrizioni ma ci restituisce spesso immagini di barche riprodotte sulle pareti e sulle lapidi delle catacombe siracusane, che hanno un significato polivalente.
Da più di venti anni la Sicilia è la testa di ponte di un flusso di uomini e donne provenienti da varie parti dell’Africa in cerca di una vita migliore. La guerra civile in medio Oriente, lo vediamo quotidianamente, ha spinto verso la nostra isola anche molte genti provenienti dalla Siria. E’ una storia che si ripete, l’ultimo atto del millenario e incoercibile fluire di popoli da una parte all’altra del Mediterraneo.
A proposito della Siria mi piace ricordare un celebre verso del poeta latino Giovenale, uno spirito conservatore che guardava con riprovazione al fluire di genti dall’Oriente a Roma, quello stesso flusso attraverso il quale – non dobbiamo dimenticarlo – il messaggio cristiano proprio in quegli anni metteva radici in Occidente. In Tiberim defluxit Orontes, « L’Oronte – il fiume della Siria – si è riversato nel Tevere » (III, 62). Questo verso così potente, indipendentemente dalle intenzioni del suo autore, ci ricorda ancora, dopo due millenni, che poco è cambiato nella nostra percezione del Mediterraneo: il Mediterrano è un lago, un solo mare che bagna più popoli, attraversato da barche sulle quali – lo vogliamo o no – viaggia la storia. Ed è un lago nel quale si muore.
La Sicilia è una terra accogliente, aperta e plurale; lo è diventata nei secoli, favorita e allo stesso tempo costretta, dalla sua posizione geografica. Non sono rare le foto dei bagnanti siciliani che soccorrono gruppi di migranti mentre sbarcano da una carretta del mare. Quelle foto dimostrano semplicemente una cosa: restituiamo quello che ci è stato dato quando eravamo noi siciliani ad attraversare l’oceano per emigrare, l’accoglienza. Ma da qui ad arrivare ad una politica dell’accoglienza, coordinata con gli altri Paesi europei, il passo non è breve e lo verifichiamo giornalmente con l’estemporaneità delle soluzioni e la difficoltà di condividere una linea comune di interventi.
La barca è un’immagine potente e ambigua perché consente all’uomo di attraversare l’abisso: chi si affida ad essa mette a rischio se stesso per una vita migliore; chi scende da una barca giunge da un altrove diversamente irraggiungibile portando con sé una minaccia o una promessa. Non è quindi un caso che quasi tutte le religioni del mondo, e quelle mediterranee in particolare, dall’Egitto, alla Grecia, a Roma si siano servite dell’immagine dell’imbarcazione. Per i primi cristiani la nave era il simbolo stesso della Chiesa. Ancora oggi in Sicilia e in alcune città dell’Italia meridionale i Santi Patroni arrivano in processione fra i loro fedeli trasportati sulla “vara”, un vero e proprio carro navale, per rinnovare annualmente un patto di alleanza fra questo mondo e l’altro.
“Navi sacre” venivano chiamate queste imbarcazioni nel mondo antico. Ed è in questa prospettiva che dobbiamo guardare alle carrette del mare, come a moderne navi sacre, monumenti effimeri che ci ricordano la fragilità dell’uomo e insieme la sua insopprimibile voglia di vivere e di lottare per un mondo più giusto.

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