Riforma Buona Scuola: la si guardi come un cantiere sempre aperto

Opportunità e criticità nella legge 107/2015. Il parere di un ex preside. Gli insegnanti sono in condizione di estremo disagio, cambiare il sistema di reclutamento dei dirigenti

 

La “Buona Scuola” ha sicuramente un merito: avere riaperto il confronto sull’adeguatezza della nostra scuola per dare ai giovani metodologie e strumenti opportuni sì da affrontare una società sempre più complessa ed articolata.

Purtroppo ancora una volta il dibattito è stato “piegato” agli interessi della politica contingente, finalizzata a sostenere schieramenti e giudizi complessivi sull’azione di governo: chi per sostenerlo, chi per abbatterlo; neppure il Sindacato si è sottratto a questa logica, anzi ne ha fatto terreno di scontro sulla politica generale e il tema di fondo è rimasto ancora ai margini. Solo sparuti gruppi professionali, temerari e sempre più ristretti, hanno indagato sulle norme al fine di scorgerne l’intento innovatore, pur con osservazioni critiche.

Tralasciando, quindi, il “mare magnum” delle polemiche in corso, vorrei soffermarmi su taluni aspetti che meritano, a mio giudizio, l’attenzione di coloro che vedono nella scuola e nella sua trasformazione una delle chiavi sistemiche per aprire le porte a un futuro meno incerto e problematico.

Semplificando al massimo, si possono scorgere almeno tre proposte per uscire dalla crisi della scuola: 1) una sorta di restaurazione del rigorismo precedente agli anni 60; 2) l’addestramento mediatico dei docenti per utilizzare al meglio le opportunità offerte da questa nuova realtà. 3) l’uso della cultura come arricchimento della vita personale e sociale.

La legge dichiara di voler realizzare “una scuola aperta, quale laboratorio permanente di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica, di partecipazione e di educazione alla cittadinanza attiva”. È sicuramente condivisibile la scelta di una concezione vitale della scuola e un’idea della cultura come qualità della “ persona” in grado di innalzare il tono e la qualità dell’intervento dei giovani nel mondo reale. Ma per realizzare ciò serve accrescere il protagonismo degli allievi, svincolandoli da un modello di scuola ancora eccessivamente “inerte” e reso tale da una didattica centrata in prevalenza sul trasferimento di nozioni ed abilità isolate, fondate su una didattica disciplinare più che una didattica per competenze, in cui cioè la singola disciplina viene modellata insieme alle altre per assicurare obiettivi di conoscenza, competenza e abilità verificabili in un modello di processo nel consiglio di classe.

E’ duro tentare di instradare quella parte del corpo docente datata ed abituata alle progressioni di carriera automatiche a sperimentare una didattica che si fondi sul confronto e sulla programmazione correlata, in special modo di chi nella scuola vede solo un “lavoro” di tipo impiegatizio.

Altro che progetto formativo della classe fondato sull’acquisizione di competenze! Ognuno resta rinchiuso nel suo guscio difendendo la sacralità della disciplina insegnata respingendo (quale oltraggio) ogni interferenza. Eppure il mondo è cambiato da tempo, i contenuti delle discipline sono recuperabili in maniera più massiccia su internet e in tv, quello che non si trova sono le metodologie di apprendimento e i processi di aggregazione delle conoscenze per farle diventare competenze spendibili nella vita.

E’ su questo che bisognerebbe riflettere: la scuola organizzata come l’abbiamo vissuta noi non è più utile, bisogna prenderne atto e comportarsi di conseguenza.

La legge, in merito, introduce elementi interessanti: riduzione del numero massimo nelle classi, possibilità di articolarle in sottogruppi al fine di fornire una formazione individualizzata, potenziamento della formula del laboratorio e della didattica digitale, incremento dell’alternanza scuola-lavoro nel secondo ciclo, attività opzionali e curricolo dello studente da valorizzare durante l’esame di Stato, dispositivi di premialità del merito.

Tutto ciò abbisogna però di un ritrovato protagonismo dei Docenti e dei Dirigenti che, in verità, ho difficoltà a vedere se non in casi sporadici, almeno nella nostra realtà provinciale. È qui che emerge un clamoroso scarto tra la proposta e l’attuale situazione del sistema educativo. A ciò si aggiunge il limite di chi ritiene che il “mestiere della scuola” sia modificabile con strumenti che pensano alla scuola come a una struttura economica e non come una comunità.

Non vi è un potere evocativo nella norma giuridica fine a se stessa se non la si accompagna con iniziative di sistema che verifichino e supportino i processi di trasformazione. L’efficacia della legge dipende decisamente dall’ “ethos” diffuso tra coloro cui si rivolge.

Gli insegnanti si trovano in una condizione di estremo disagio, in parte perché non vedono riconosciuti i propri sforzi da una società sempre più superficiale e orientata ad un edonismo senz’anima, in parte perché non sono stati messi in campo strumenti che valorizzino il saper e il voler fare; non basta prescrivere un metodo di lavoro nuovo, bisogna accompagnare e seguire la reale applicazione dei nuovi indirizzi aiutando chi non li sa applicare ed intervenendo sui dirigenti incapaci di adeguare la propria azione ai nuovi obiettivi.

Sui dirigenti, va fatto un discorso a parte: è fondamentale cambiarne il sistema di reclutamento. Esso si è rivelato fallimentare, avviluppato in meccanismi stantii ed anacronistici e i cui risultati, spesso, sono stati condizionati dagli esiti di ricorsi amministrativi il cui effetto prevalente è stato quello di assegnare alle scuole in larga parte una moltitudine di spenti burocrati.

Il dirigente della scuola dell’Autonomia deve avere una reputazione e un ethos capace di coinvolgere l’intera istituzione in un progetto riconosciuto dalla comunità civile, che interagisce con la scuola e di cui ne riconosca l’importanza per la qualità della vita futura e in più deve avere la capacità di restituire agli insegnanti non solo la funzionalità, ma anche la dignità e la soddisfazione del loro lavoro.

Va conquistato nuovamente il senso dell’ “onore”, proprio di chi si dedica all’umanità dei ragazzi.

C’è, oggi, un diffuso deficit di “incantamento” che contribuisca a rendere avvincente l’opera  educativa. Questa ennesima riforma rischia l’ininfluenza se gli attori e il contesto che la sorregge (EE.LL. politica, sindacato, etc) e se le scuole stesse si limiteranno a realizzare il proprio “compitino” burocratico organizzativo .

La “buona scuola” non può che essere un’autoriforma, l’esito di una mobilitazione educativa delle stesse scuole, sulla base di un’alleanza di ampio respiro, unendo le forze per consentire un incontro vivo dei giovani con la ricchezza della tradizione; affinché, tramite curricoli essenziali e “avvincenti”, legati a compiti di realtà significativi ed utili, essi possano inserirsi positivamente nel reale, imparando il lavoro della cultura e accrescendo l’amore per la vita.

Per quanto concerne la flessibilità organizzativa, la legge dà valore a una logistica delle risorse umane e sviluppa percorsi formativi centrati sulle tappe di crescita degli allievi, realizzati alternando in modo intelligente l’aula al laboratorio interno e l’esperienza formativa esterna all’istituto; flessibilità, diversificazione, efficienza ed efficacia del servizio scolastico, integrazione e miglior utilizzo delle risorse e delle strutture. Questi obiettivi, però, sono legati alla piena attuazione dell’organico funzionale: una sfida i cui esiti risultano quanto mai incerti.

Il dibattito che in questi giorni sta coinvolgendo i collegi docenti, in verità, lascia molto a desiderare: sembra più orientato alla tutela di interessi corporativi che a una visione complessiva dell’azione formativa ed organizzativa degli istituti.

Uno dei punti meno commentati della legge 107, inoltre, è quello relativo alla redazione del Pof triennale da realizzarsi entro il 31 ottobre prossimo. Probabilmente ci sarà chi è già pronto a chiedere rinvii o ad organizzare azioni di boicottaggio su cui c’è molto poco da dire o da fare.

Interessante sarebbe invece vedere come la categoria dirigenziale interpreterà il nuovo ruolo relativo al Pof e sarà interessante vedere se realmente un’idea innovativa di scuola potrà partire dai dirigenti scolastici, visto e assodato che da gran parte dei docenti e dai sindacati sono venuti forti richiami alla conservazione assoluta con possibili elementi di restaurazione ante-autonomia..

Con la legge 107/2015 viene ribaltata la gerarchia delle fonti e il Consiglio d’Istituto viene chiamato ad approvare il rapporto tra indirizzi (del dirigente scolastico) e la loro elaborazione nel Pof (del Collegio docenti). Il lavoro d’insieme, la collaborazione, la visione comune, l’idea di scuola condivisa stanno alla base di questa nuova collaborazione elaborativa, che va ad incidere anche sull’organico potenziato, ma anche sulla costituzione stessa del sistema scolastico.

In questa nuova cornice il comportamento dei dirigenti scolastici deciderà se questo dettato normativo potrà incidere sull’innovazione, il progresso, il progetto di una scuola o sarà solo un passaggio formale. La stagnazione dell’innovazione italiana a scuola (didattica, organizzazione, valutazione, progettazione) spesso si vede nella ripetizione di attività, progetti, orari, idee. Si vede in Pof lunghi, obsoleti, verbosi, poco comprensibili . Questa potrebbe essere una bella occasione di cambiamento e di miglioramento.

Ovviamente se si cerca un organico potenziato per coprire le supplenze non sarà possibile dare il via a un vero processo di trasformazione. La formazione del personale e le risorse di supporto, ciò che è decisamente mancato nelle riforme precedenti, sono la vera chiave del successo dell’attuale. Nella legge si parla di formazione iniziale dei docenti, mentre per la formazione in servizio si fa riferimento unicamente a un futuro decreto attuativo. Per attuare quanto indicato si punta sul Piano triennale dell’offerta formativa, da elaborare con il concorso del personale e dei soggetti del territorio, una sorta di mobilitazione generale delle risorse dell’autonomia della scuola, da sottoporre alla valutazione del sistema tecnico e degli stakeholder.

Servono alleanze stabili tra scuole, associazioni ed enti ognuno dei quali si assuma responsabilmente i compiti conseguenti alle mete indicate dalla riforma, che si concentrino su ciò che ha valore stabile; formulino passo, passo un curricolo ricco di un’epica della quotidianità.

Sullo sfondo, infine, emerge la questione relativa all’attuale stato organizzativo delle scuole e del perché le buone pratiche spariscono quando per un qualunque motivo i protagonisti non ci sono più e non diventano azioni di sistema. Ma questo aprirebbe un altro capitolo…

Da leggere

“Solo contro tutti: la Cgil e le battaglie per Siracusa”

Intervista al segretario Cgil Franco Nardi: “Tra bioraffineria, Isab, futuro del depuratore, sanità e giovani …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti