Mentre Udine e Bassano del Grappa hanno già provveduto, nella nostra città gli è dedicata l’arteria adiacente al Santuario della Madonna delle Lacrime. Rendiamo giustizia a migliaia di giovani soldati mandati al macello nella Guerra del 15-18
Nel corso della Grande Guerra gli scontri sul fronte occidentale e su quello orientale, organizzati e condotti in base agli stessi concetti, guerra di posizione e sanguinosi assalti all’arma bianca, spesso fallirono per cause e circostanze analoghe. Per questo, oggi, molti difendono ancora l’operato di Cadorna, perché generale “figlio di quell’epoca”, giudicato, ora, con i canoni e le sensibilità del presente. Tuttavia come ha ben evidenziato Emilio Faldella nel libro “La Grande Guerra”: “…le difficoltà che incontravamo noi italiani per attaccare ascendendo sui ripidi pendii dei monti intorno a Tolmino, sul Sabotino, sul Podgora, sulla pietraia del ciglione del Carso, erano ben superiori a quelle che dovevano superare Francesi e Inglesi, che attaccavano in terreno pianeggiante o appena collinoso, sia pure in alcuni settori acquitrinoso”. Anche sul fronte Occidentale dunque le battaglie furono brutali, ma con una particolarità: gli eserciti si affrontavano in zone pianeggianti mentre, al contrario, il generalissimo volle sfidare le più elementari leggi della fisica e del buon senso ordinando attacchi in salita alle postazioni nemiche.
La guerra in Italia era pensata ancora in termini ottocenteschi: armate in movimento e battaglie campali. Inoltre il convincimento di un conflitto breve spinse il Comando Supremo a non considerare l’ipotesi di un attacco agli altipiani che proteggono Trento, puntando invece decisamente a est, verso e oltre l’Isonzo.
La scelta di sfondare da quella parte venne attuata anche nella speranza/certezza di avere l’appoggio dell’esercito serbo e russo. Ma Cadorna dimenticò che la Serbia era risentita per le ambizioni italiane nei Balcani, mentre le truppe zariste ai primi di maggio del 1915 avevano perso i Carpazi e la Galizia, permettendo così al comando austriaco di spostare parte delle truppe di quel settore verso la Carnia ed il fronte carsico.
Si ignorò che nel Tirolo e nelle Dolomiti gli austriaci si erano schierati in una linea difensiva piuttosto arretrata rispetto ai confini di stato, lasciando così ampi tratti di territorio praticamente indifesi nei pressi del lago di Garda e a nord di Asiago. “Noi siamo alla vigilia di una invasione nemica – riferiva il 20 maggio del 1915 il comandante asburgico in Tirolo – Solo la zona di Trento è un po’ meglio protetta… Non so tuttavia che cosa accadrà se gli italiani attaccano energicamente dappertutto”. Un tenente austriaco appostato sulle Dolomiti il 23 maggio scrisse che se gli italiani avessero saputo il fatto loro avrebbero marciato tutta la notte, giungendo nel cuore della Val Pusteria entro il mattino. La superiorità iniziale in quel settore era talmente grande che le nostre truppe avrebbero potuto sfondare in qualsiasi momento. In verità il piano originale prevedeva offensive in questo settore ma il Capo preferì concentrare l’azione quasi esclusivamente sull’Isonzo. E così gli italiani si trovarono a lottare sulle desolate distese carsiche, l’ultimo posto dove andare a combattere una guerra con lo scopo di “andare avanti, sempre avanti”.
Al di là di credere o meno, semplicistica l’ipotesi, che una più attenta valutazione di quanto era accaduto e stava accadendo sul fronte occidentale avrebbe risparmiato vite umane, è quindi incontrovertibile che Cadorna ignorò le più elementari leggi della fisica e, a differenza degli altri comandanti (alleati e non), impose, con ordini assurdi, ripetuti assalti alle postazioni nemiche anche quando ogni logica lo sconsigliava.
Già subito dopo l’entrata in guerra il Capo pretese piena autonomia nella direzione delle operazioni, imponendo un durissimo regime disciplinare, convinto che tutto dovesse essere sacrificato in nome della vittoria. Ma la sua aristocratica concezione del dovere non provocò alcun benessere morale e materiale alle truppe.
Fra il 1915 ed il 1916 Cadorna ordinò ben nove offensive sull’Isonzo di cui l’unica vittoriosa, pur non modificando lo scenario strategico, fu la sesta che portò alla conquista di Gorizia. I tentativi di sfondare il fronte isontino furono ripetuti anche nel 1917, tuttavia sempre senza alcun risultato apprezzabile nonostante le migliaia di caduti.
Per la sua consueta burbanza nel maggio del 1916 non diede credito all’ipotesi di un attacco nemico sul fronte Trentino (Strafexpedition), stesso errore commesso al termine dell’XI battaglia dell’Isonzo quando, ignorando le avvisaglie di una probabile rottura del fronte nei pressi di Caporetto, si recò tranquillamente in vacanza a Vicenza.
Dopo il 24 Ottobre, in un clima di tragedia e sfascio, i capi politici e militari dell’Intesa decisero di ritrovarsi per concordare una nuova strategia di guerra. E così la sera del 5 novembre, in una sala a pian terreno dell’Hotel Kursaal di Rapallo, si tenne una conferenza cui parteciparono i rappresentanti dei governi francese, inglese e italiano. Unico assente Cadorna. Il suo smisurato orgoglio ed il timore di dover affrontare delle critiche, sapendo bene che in quell’incontro il suo ruolo ed il suo operato sarebbero stati messi in discussione, furono alla base di non presentarsi. Forse anche per questo durante la riunione gli onorevoli Orlando e Sonnino, col Ministro della guerra generale Alfieri e il generale Porro, vennero lasciati fuori dalla porta (ci hanno trattato come servitori si lamentò Orlando) mentre i loro colleghi mettevano a punto un nuovo piano che venne comunicato il giorno dopo con un ultimatum: con Cadorna al comando niente aiuti.
Chi oggi si rifiuta di revisionare la figura del generalissimo, perché nelle parole dei suoi nemici (Conrad, Krauss) o dei suoi alleati (Petain) è celebrato come un valido militare, sottace che innumerevoli testimonianze, sempre coeve, lo dipingono come un capo privo di esperienza (solo nel 1870, ben 45 anni prima, aveva partecipato ad un’operazione militare, la presa di Roma, a fianco del padre Raffaele) che ignorò completamente quelle che dovevano essere le condizioni necessarie per rispettare la dignità dei suoi uomini.
Alla base del “metodo Cadorna” stava il brutale trattamento delle truppe. Episodi di intimidazione da parte degli ufficiali sui soldati si verificarono tra le milizie di tutti i paesi belligeranti ma, di norma, tutto veniva organizzato secondo regole con cui i diritti ed i poteri di ogni combattente erano ben delineati. In Italia invece le uniche regole valide erano la massima disciplina ed i minimi rapporti con i sottoposti; secondo Cadorna il graduato doveva guardarsi da “quella tendenza alla familiarità coi militari di truppa, indizio di debolezza”.
L’Italia mobilitò lo stesso numero di soldati della Gran Bretagna ma il numero di condannati a morte fu tre volte superiore. Nessun altro paese belligerante punì ripetutamente intere unità con le decimazioni, portando davanti al plotone d’esecuzione uomini scelti a caso.
L’imperdonabile errore del Comando Supremo fu di non voler ammettere che ad un certo punto, dopo ripetuti ed inutili massacri, gli uomini delle trincee, immersi nel quotidiano pensiero della morte, cominciassero ormai a sentirsi consumati nel fisico e nella mente. Cadorna ignorò completamente quelle che dovevano essere le condizioni necessarie per rispettare la dignità dei suoi soldati e l’idea che in una guerra così logorante occorresse uno spiccato fattore umano, utile allo stato d’animo delle truppe, non lo sfiorò minimamente.
Il bisogno di mantenere vivi i legami con la propria famiglia e la comunità paesana spinse migliaia di soldati a “mettere” su carta le proprie emozioni; il general Cadorna si mangia le bistecche, noi altri poveretti mangiam castagne secche. Bom, bom. Bom, al rombo del cannon.Sono versi nati durante il conflitto, canzoni istantanee dai toni comici e grotteschi, che non risparmiarono neppure gli alti ufficiali, spesso pizzicati dalla musa satirica.
I fanti, con i loro diari, le loro memorie, le loro lettere e persino le loro canzoni hanno fortemente contribuito a supportare quella parte della pubblicistica e della storiografia sulla Grande Guerra che ritiene responsabile il gen. Luigi Cadorna delle più gravi insufficienze, materiali ed umane, dell’esercito italiano. Si tratta di documenti storici che contengono un terribile atto d’accusa: nessun comandante, che non fosse pazzo, avrebbe mai mandato i suoi uomini incontro alla morte sicura non lasciando loro nemmeno una chance di salvezza.
Ringrazio “La Civetta di Minerva” per aver voluto accogliere questo mio articolo. Da alcuni anni, facendo appello alla loro coscienza civica, chiedo ai Sindaci di città e paesi che hanno vie, strade o piazze dedicate al generalissimo di sostituire quel nome con uno più degno ad essere celebrato. Pochi rispondono, la maggior parte tace anche se, come ha scritto l’autrice piemontese Maria Tarditi nel libro “L’ultimo della fila”, una risposta non andrebbe negata neppure a un cane. Come ho letto da qualche parte, ora non ricordo dove, si continua a sottovalutare che la toponomastica non ha la funzione di un indice analitico di un’enciclopedia biografica, ma quella di palesare gli uomini e gli eventi nei quali vogliamo riconoscerci e dei quali dovremmo andare fieri. E per questo “aver dedicato delle strade a Luigi Cadorna è stato un errore del passato, continuare oggi a mantenerle è una grave colpa”. E questo vale anche a Siracusa.

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