Antonio Di Martino cantante e bassista: “Nei paesi c’è un tempo diverso”

Siciliano di Misilmeri, già autore di brani per Arisa e Malia Ayane. “Ho registrato il racconto di mio nonno di quella volta in cui vide la prima macchina. E di quel simbolo dell’evoluzione e del progresso diceva che andava lenta, <come camminava l’uomo così camminava la macchina>

 

Uno dei pochi eventi che ha caratterizzato l’estate palazzolese è stato un concerto, inizio del tour “A passo d’uomo”, di un giovane cantautore e del suo gruppo di nome Di Martino.

Un trio di Misilmeri (Pa) che ha realizzato un concept album dal titolo “Un paese ci vuole”, pieno di collaborazioni con altri cantautori italiani e il cui filo conduttore è la vita del e nel paese.

Approfittando di un ritardo nel sound check abbiamo parlato con Antonio Di Martino, voce e bassista del gruppo, nonché autore di alcuni brani di artisti come Arisa e MalikaAyane.

In un’epoca in cui si è sempre contro il tempo, perché hai chiamato il tuo tour “a passo d’uomo”?

Il titolo del tour deriva da una traccia presente nel disco “Un paese ci vuole”. Questa traccia è, in realtà, la voce di mio nonno, che ho registrato in uno di quei momenti in cui racconta della sua giovinezza e, in particolare, di quella volta in cui vide la prima macchina in paese, a Misilmeri, da dove vengo. E lui racconta come questa macchina, simbolo dell’evoluzione, del progresso, della meccanizzazione andasse lenta “come camminava l’uomo così camminava la macchina”.

Il tuo ultimo lavoro: “Un paese ci vuole” – a mio avviso il più bello tra i tuoi – ha come filo conduttore la vita di paese, appunto. Ascoltandolo ti si materializzano proprio le immagini che canti; da cosa è nato?

Io ho vissuto sempre in un paese. Sentivo la necessità di farlo. Ma mi è sempre mancata l’occasione, avevo scritto solo dei racconti. Poi ho scritto “La vita nuova” e, pian piano, magicamente, intorno a questa è nato tutto il resto. Nel paese c’è l’idea di un tempo diverso, scandito dalle feste, meno frenetico, di certo. E noi ragazzi abbiamo quasi l’obbligo di preservarlo.

La sua uscita, poi, è stata preceduta dalla possibilità di ascoltarlo in anteprima in 300 paesi tramite localizzazione GPS – tra questi paesi c’era anche Palazzolo. Come è nata questa idea e come avete selezionato i luoghi?

Alcuni paesi sono stati scelti per la bellezza, per la loro storia e l’interesse; altri per la vicinanza con le città maggiori. Ad esempio Sesto San Giovanni lo abbiamo scelto per la vicinanza a Milano, in modo che, ad esempio anche i ragazzi universitari potessero avere la possibilità di ascoltarlo. Altri posti ce li hanno indicati, altri, ancora, sono quelli dove abbiamo suonato e conoscevamo delle persone.

Le tue canzoni hanno sempre avuto una base di ispirazione politica; una tra tante “La vita nuova” che canta il tema dell’emigrazione giovanile. È davvero questa l’unica soluzione per i giovani, siciliani, di paese?

Io voglio credere che non sia così. In fondo, se ci pensi, non è più come negli anni ’50 che emigrando trovavi lavoro; spesso hai problemi anche fuori. Gli ultimi dati sul Mezzogiorno non sono certo rassicuranti, riportandoci a un livello di crisi praticamente uguale a quella greca. Voglio però credere che si stia avvicinando un momento di transizione, anche con una nuova generazione di politici, che riescano a trovare delle soluzioni alternative allo spopolamento che ci caratterizza adesso. Si dice che tra 50 anni rimarrà un giovane su cinque e questa cosa mi riempie di tristezza. Pensi che la tua casa verrà spogliata di tutto ciò che c’è dentro. Dobbiamo trovare delle soluzioni! Io, come musicista, preferisco venire a suonare in posti come Palazzolo Acreide, perché voglio valorizzarlo. Ma esistono tante altre realtà, ad esempio c’è qualcosa tipo “l’università della terra”, per ripopolare i paesi dell’Irpinia, in cui si insegna la lavorazione della terra, la storia dei paesi. Se riusciamo a reinnamorarci dei posti in cui siamo nati, saremo sempre più restii ad abbandonarli.

Altro grande tema è, di contro, quello dell’immigrazione; il primo singolo del tuo album è “Come una guerra la primavera”, nata proprio durante gli episodi della primavera araba e poi sviluppatasi con la consapevolezza che ad essa non si è avvicendata “un’estate”.

È vero, a Palermo, col tempo buono, sbarcano migliaia di persone ogni giorno. Il tema dell’immigrazione lo potremmo legare a quello dell’emigrazione. È gente che porta cose nuove, non dobbiamo averne paura, anzi. L’Europa dovrebbe intervenire in maniera concreta. Riuscire a creare delle strutture che permetta loro di sentirsi delle persone utili, in cui collaborare con la popolazione locale, riuscendo anche a far rivivere i paesi.

Incontrare un artista siciliano dà sempre ottimismo e speranza per chi vive questa terra. Incontrare loro è stata un’esperienza davvero bella. Sono degli amici veri, affiatati, fatti di musica. E con lo stesso ottimismo speriamo di vedere a breve questi tre ragazzi sul palco di manifestazioni più importanti e popolari.

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