All’Arci di Siracusa la testimonianza di Omar Ibeid, un palestinese che può rientrare nella sua patria solo con passaporto italiano, come dilacerato dalla sua storia. E nelle crude immagini dell’architetto rosolinese Maurizio Calabrese il dolore di un popolo
Ghurba: una parola che non ci è familiare e non solo perché appartiene a una lingua diversa dalla nostra. Allude al destino di un popolo, quello palestinese, nei cui confronti i padroni del mondo, che pure, diabolici giocatori di scacchi, lo hanno determinato spostando come pedine sulla scacchiera geopolitica internazionale uomini e territori, mostrano indifferenza.
Il termine compare con insistenza nel poetico romanzo Ho visto Ramallah, dello scrittore palestinese Murid Al-Barghouti, associato alle seguenti affermazioni: “Il pesce, perfino nella rete del pescatore, porta ancora l’odore del mare”; “Lo straniero è colui al quale le persone gentili dicono: <<Questa è la tua seconda patria e noi siamo la tua gente.>> E’ odiato perché straniero, ed è amato perché è straniero. Il secondo sentimento è più duro da sopportare del primo”; “Si soffre di ghurba come si soffre di asma, non c’è cura, e i poeti soffrono ancora di più. La poesia in se stessa è già ghurba”.
Ghurba è la nostalgia struggente dell’esule palestinese, la condizione perenne di sradicamento che Barghouti descrive attraverso una soggettività collettiva: sull’io si misura il possibile valore dell’esperienza di tutti. Perché un popolo, privato della sua terra, della sua storia, della sua identità, cessa di essere popolo.
E alla sua Palestina, amata e vagheggiata come una madre distante e irraggiungibile, occupata e presidiata da un popolo ritenuto straniero, ha dedicato il suo intervento Omar Ibeid, traduttore, interprete e insegnante di lingua araba, che insieme al giovane rosolinese Maurizio Calabrese è stato protagonista dell’incontro “Conversazione su Ramallah”, promosso dall’associazione culturale italo-araba di Siracusa e dal gruppo Italia 85 di Amnesty International, sabato 11 Luglio nella sede dell’ Arci a piazza Santa Lucia.
Omar, rievocando la sua storia personale, usa con parsimonia le parole, indaga, senza mai abbassare lo sguardo, l’espressione di chi lo ascolta, perché per lui, che crede incondizionatamente nel valore della dignità umana, posta al di sopra di ogni fede o ideologia, il timore più grande è quello di poter essere accusato di antisemitismo: “prima dell’occupazione inglese e dell’emigrazione ebraica, la Palestina era caratterizzata dalla convivenza pacifica di popoli diversi per religioni e storia. La nascita di Israele nel 1948 se per gli ebrei, dopo secoli di diaspora, ha rappresentato quasi un miracolo, per i palestinesi è stata l’inizio della nakba, “la catastrofe”. Un popolo ha ripreso il suo posto nella storia, ma un altro ne è stato scalzato via (L. Morrow). Tra i palestinesi migliaia sono stati costretti alla diaspora, altri sono diventati arabi di Israele, altri ancora, dopo il giogo di varie dominazioni straniere, sono divenuti autonomi. Ma a quale prezzo?
Trasferitosi in Italia a diciotto anni per motivi di studio, Omar può ritornare in Palestina solo con il passaporto italiano. Come straniero nella propria casa. Straniero ovunque, estraneo a se stesso, ai propri ricordi, al proprio passato. Il professore descrive l’umiliante condizione di chi attraversa i checkpoint israeliani, non luoghi, ma vere e proprie gabbie. Per darne un’idea riferiamo la descrizione che ne fa lo scrittore palestinese Muin Masri: “Una persona ferma a un checkpoint è un essere sospeso, la cui giornata può andare avanti o tornare indietro. I checkpoint hanno un’aria minacciosa, nonostante le piccole dimensioni, più che sufficienti, però, per contenere soldati, mitra, fari, sacchetti di sabbia e filo spinato; chi è in attesa di attraversarli è visto come nemico da respingere il più lontano possibile. I checkpoint non hanno niente di umano: sguardi, gesti e parole vengono scambiati con una cattiveria sordomuta e un odio animalesco tra chi deve perquisire e chi deve essere perquisito. Non delineano una frontiera, ma tracciano punti nevrotici all’interno della stessa città. Non servono per controllare documenti, ma per rendere impossibile la vita. L’attesa è lunga e la perquisizione è disumana: tutto viene ribaltato, compreso il corpo stesso dello sfortunato viaggiatore e non certo per cercare chissà cosa, ma per pura violenza psicologica”.
Omar lascia la sala dopo il suo intervento, con la dignitosa discrezione con cui vi è entrato. Si scusa se le sue parole possano avere offeso qualcuno. E invece quelle parole hanno sollevato interrogativi legittimi, che chiamano in causa le coscienze di tutti, la responsabilità di chi ha considerato i possedimenti coloniali africani e asiatici terre senza popoli, privando del diritto all’autodeterminazione la gente che vi abitava. Interrogativi ai quali, ancora per molto tempo, nessuno darà risposta.
Dal ventiquattrenne Maurizio Calabrese, laureato in Architettura al Politecnico di Milano all’apparenza intimidito dalla presenza del pubblico, ci si aspetta la testimonianza di uno studente che partecipa all’International Exchange scegliendo Tel Aviv, animato più da bisogni culturali che da curiosità politica e ideologica. E invece l’esperienza nella città israeliana e il successivo tirocinio a Ramallah, presso un’associazione non governativa che si occupa del recupero dell’architettura palestinese, costituiscono per Maurizio un vero e proprio bildungsroman. Pochi cenni su Ramallah (“Monte di Dio” o, più propriamente, “Casa di Dio”), la capitale virtuale dell’amministrazione palestinese, sede del Parlamento dei vari Ministeri, della Muqāṭaʿa, il complesso di edifici che ospita, tra l’altro, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese e il mausoleo che conserva la salma dell’ex leader palestinese Yāsser Arafāt: Calabrese non si sofferma sulla descrizione esotica di una città a lungo considerata la Parigi della Cisgiordania. Racconta di uomini, palestinesi e israeliani, incontrati nel suo viaggio, la cui conoscenza lo chiama adesso ad un’assunzione di responsabilità: testimoniare la condizione di un popolo dimenticato, un processo di pace tra i più travagliati della storia dell’umanità, insanguinato da un odio che trova sempre nuove ragioni da cui trarre linfa vitale. Le fotografie, le immagini, le riprese con cui Maurizio avvalora la sua narrazione documentano il “lamento d’agnello” dei bambini, “l’urlo nero” delle madri e dei padri che fanno loro scudo con il corpo: un dramma nei confronti del quale preferiamo chiudere gli occhi, come se il rimosso possa mettere a tacere per sempre le nostre coscienze.
Se, come sostiene l’israeliano David Grossman, uno dei più grandi narratori contemporanei, impegnato nella risoluzione pacifica della questione palestinese (lui che ha perso l’amatissimo figlio Yuri nell’estate del 2006 durante la guerra del Libano) “la natura e la sostanza della condizione violenta è il desiderio di provare a rendere le persone senza volto, a trasformarle in una massa indistinta priva di volontà, di cancellare il miracolo irripetibile che ogni individuo rappresenta”, il racconto di Maurizio ci restituisce “la specificità di quegli esseri umani intrappolati nel conflitto”. Come quando ricorda la confessione di un amico israeliano, commuovendosi e commuovendo, attraverso un’empatica immedesimazione nella sua storia, chi lo ascolta: “Il mio desiderio più grande è quello di conoscere un mio coetaneo palestinese con i miei stessi interessi musicali e culturali”. Un sogno di pace, di normale quotidianità negato ai figli dalle colpe dei padri.
Parole di speranza quelle che Calabrese ci regala: la speranza che in un futuro non troppo lontano le nuove generazioni possano comprendere quanto si ingannasse il poeta Nathan Alterman “forse una volta, ogni mille anni, la nostra morte ha un senso”. La sola verità, fra tanti dubbi, è quella che lo scrittore israeliano Amos Oz, a proposito dei caduti nella guerra del ’48, fa pronunciare a Shatiel Abrabanel, il Giuda del suo ultimo romanzo, un ebreo di terza generazione amico degli arabi che si oppone alla nascita dello Stato d’Israele e viene accusato di tradimento dal movimento sionista: “chi muore in questo mondo, non solo i caduti di tutte le guerre, anche chi muore per un incidente o di malattia o financo di vecchiaia… tutti i morti sono uguali da sempre e per sempre, tutti muoiono assolutamente invano”.

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